Soggetti e responsabilità nell’impresa:

una prospettiva storico-comparatistica

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Lunedì 28 aprile 2008 si è svolto a Salerno, nell’Aula delle Lauree della Facoltà di Giurisprudenza, il Seminario di Studi sul tema «Soggetti e responsabilità nell’impresa: una prospettiva storico-comparatistica». L’iniziativa, promossa dalla cattedra di Diritto Romano, fa idealmente seguito, con respiro più ampio e più spiccata interdisciplinarità, a quella svoltasi nell’Ateneo salernitano il 23 maggio 2005, su «Impresa e diritto nell’esperienza giuridica romana».

La seduta si è aperta con gli indirizzi di saluto di P. Stanzione, Preside della Facoltà di Giurisprudenza, di E. M. Marenghi, Direttore della Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali dell’Ateneo salernitano, di L. Kalb, Direttore del Dipartimento di Diritto Pubblico Generale e Teoria delle Istituzioni della Facoltà giuridica, i quali hanno espresso apprezzamenti per la scelta di una prospettiva di studio originale, con l’auspicio unanime di ulteriori iniziative in tal senso.

Ha inaugurato i lavori del Seminario, in qualità di presidente della sessione di lavoro, V. Buonocore, professore emerito di Diritto Commerciale presso l’Università degli Studi di Salerno. A beneficio, soprattutto, dei tanti studenti che hanno affollato l’aula, il decano della Facoltà ha sottolineato la ‘centralità’ dell’impresa in ogni aspetto della moderna vita sociale, lodando il proposito di risalire all’«antefatto storico» dei nostri istituti positivi del diritto commerciale, poiché – ha aggiunto – se è vero che all’esperienza giuridica romana era ignota la figura moderna dell’imprenditore, dotato di un’organizzazione complessa, stabile, di fattori produttivi, non va dimenticato che gli ‘affari’, i negotia, costituivano, già a Roma, il fulcro della vita commerciale e dello sviluppo economico.

Ha preso poi la parola L. Solidoro, professore ordinario di Istituzioni di Diritto Romano presso l’Università degli Studi di Salerno. L’ampia introduzione ha preso le mosse dall’analisi semantica del vocabolo ‘commercio’, derivante dal sintagma latino cum-merx, inteso in un primo momento quale facoltà di compiere atti solenni di ius civile e poi evolutosi, secondo la definizione proposta da Ulpiano,  in diritto reciproco di comprare e di vendere. A partire dal III secolo a.C. – ha proseguito la studiosa – si è assistito alla nascita delle prime, rudimentali, ‘imprese bancarie’ (variamente indicate nelle fonti: tabernae argentariae, mensae e, talvolta, negotiationes), dotate di una – seppur elementare – organizzazione del personale. Vi collaboravano, a vario titolo, i feneratores, i publicani, addirittura i liberti. Nella c.d. età ‘mercantile’ di Roma, inoltre, si sono sviluppate notevolmente alcune attività oggi classificabili come ‘commerciali’, facenti capo agli stabularii, ai caupones, ai fullones, ai libitinarii. Le numerose testimonianze addotte hanno consentito di ammettere senz’altro l’esistenza, a lungo negata dagli studiosi del diritto commerciale del XVIII e XIX secolo, di un diritto commerciale romano dai confini precisamente inquadrabili e ricostruibili sotto i profili storico e teorico. Chiara – alla conclusione dell’intervento – è apparsa l’adesione  al pensiero dell’illustre romanista Antonio Guarino, secondo il quale l’idea che a Roma non esistesse un diritto commerciale è «angusta», poiché fondata su preconcetti formalistici e su una certa disinformazione.

Nella prima relazione, «La responsabilità del banchiere», V. Santoro, professore ordinario di Diritto Commerciale nell’Università degli Studi di Siena, ha svolto un’articolata analisi delle funzioni dell’argentarius romano e del banchiere odierno. Quest’ultimo svolge le tradizionali funzioni di raccolta del risparmio e concessione del credito, di interposizione nelle transazioni commerciali ma, diversamente che a Roma, interviene attivamente nelle politiche monetarie di ciascun Paese. Al centro della relazione di V. Santoro è la seconda delle  attribuzioni istituzionali del banchiere, documentata (grazie agli studi, tra gli altri, di A.Petrucci) già a Roma e perfezionatasi nell’esperienza delle ‘Fiere’ medioevali. L’argentarius attestava infatti i pagamenti e le transazioni avvenute tra privati attraverso l’editio rationis, documento avente  valore probatorio. Il relatore ha, poi, rimarcato la centralità del ruolo del banchiere nella odierna economia globalizzata, particolarmente alla luce della normativa comunitaria (Direttiva CEE n. 64/2006, sulla ‘implementazione’dei sistemi di pagamento). Ancora oggi, come nell’antica Roma – è stato osservato – l’intermediario bancario archivia i dati contabili e può esibirli a richiesta del cliente; ma assai più complesso e articolato è il regime delle responsabilità previste a carico del banchiere, non circoscritte al (solo) dolus malus (e disciplinate ai §§ 1 e 2 della Direttiva citata). L’impresa bancaria è estranea alla transazione, ma si obbliga – alla luce della normativa comunitaria, non ancora recepita in Italia – a ripristinare la disponibilità della somma se la transazione non si conclude per causa non imputabile ad errore del debitore. La relazione è terminata con una proposta de iure condendo: alla domanda se, alla luce della direttiva comunitaria, sia possibile avanzare anche pretese risarcitorie, nel caso summenzionato, nei confronti del banchiere, il relatore ha ritenuto di fornire una risposta positiva, avallata dalla giurisprudenza dominante e dalla lettera dell’art. 1325 cod.civ.

È poi seguita la relazione di E. Stolfi, professore straordinario di Diritto Romano nell’Università degli Studi di Siena, dal titolo «La soggettività dello schiavo nel mondo antico: soluzioni greche e romane». La scelta espositiva ha privilegiato la comparazione tra esperienza romana e diritto attico in tema di schiavitù  e relazioni commerciali, partendo dalla constatazione che la schiavitù, nel mondo antico, è stata un «fatto totale», in grado di impregnare di sé molteplici settori della vita economico-sociale.  A Roma – ha evidenziato il relatore – si è assistito a una «reificazione imperfetta» del servus, che non  annullava del tutto la sua ‘umanità’ (come dimostra, del resto, il regime delle manumissiones, le quali, di regola, attribuivano all’ex schiavo anche il privilegio della cittadinanza romana), ma anzi consentiva una limitata autonomia contrattuale, sia nei rapporti con il padrone che con i terzi. Anche ad Atene si riconosceva allo schiavo una ‘soggettività commerciale’, tanto che il padrone poteva servirsi del suo sottoposto, nelle transazioni commerciali, alla stregua di un alter ego. Ma vi è di più – è stato notato – perché il diritto attico riconosceva al servo il diritto di svolgere un’attività commerciale del tutto indipendente, a patto di riservare al padrone una quota fissa del reddito. Una riprova di tale singolare autonomia si rinviene, sul versante della capacità processuale, nel regime, (molto all’avanguardia, per quel tempo), delle dikai emporikai, in cui lo schiavo assumeva direttamente il ruolo di attore o convenuto. Non è stata questa, sul punto, l’opzione dell’esperienza giuridica romana, ove a un quadro, nel complesso, meno avanzato rispetto al diritto attico – se si pensa all’incapacità processuale, a Roma, dello schiavo – ha fatto da contrappunto un articolato complesso di espedienti giuridici (di elaborazione giurisprudenziale e/o magistratuale) aventi l’effetto di coinvolgere nel processo il dominus dello schiavo per sopperire all’irresponsabilità di quest’ultimo per debiti contratti iure civili: le azioni adiecticiae qualitatis.

L’intervento di F. Fezza, professore associato di Diritto dell’Impresa nell’Università degli Studi di Salerno, ha avuto per oggetto l’individuazione, a Roma, di alcuni principi di ‘organizzazione aziendale’.Significative, in tale direzione, sono risultate le fonti attestanti l’esistenza di ‘norme’ sulla contabilità dell’argentarius e il dato che l’‘impresa’ costituisse, già al tempo dei Romani, un centro di imputazione di effetti giuridici in grado di sopravvivere alla scomparsa del suo titolare. Non sono mancate, poi, nell’esperienza giuridica romana, forme di ‘pubblicità’  a tutela della trasparenza dei traffici commerciali: è stato ricordato il caso, paradigmatico, dei venaliciarii, obbligati a dichiarare agli acquirenti qualità e difetti dello schiavo in vendita.

Al centro dell’intervento di F. Fasolino, ricercatore nell’Università degli Studi di Salerno, i profili della responsabilità, a Roma, dell’armatore nel contratto di trasporto marittimo. In tale tipologia contrattuale, l’imprenditore, sebbene  godesse di larga autonomia organizzativa per predisporre i mezzi di custodia della merce, rispondeva in via ‘oggettiva’ per il suo perimento o per la cattiva conservazione. Il pretore – secondo quanto risulta dall’analisi, condotta nel corso dell’intervento, sul passo dei Digesti giustinianei Ulp. 14 ad ed. D. 4.9.3.1 – è intervenuto con decisione a tutela del contraente privato, nell’intento di reprimere l’improbitas di quanti esercitavano l’attività di armatore senza scrupoli. L’azione onoraria, nel caso di specie, è stata preferita, secondo il giurista Ulpiano, ai  rimedi previsti dallo ius civile (efficaci in casi simili, come l’azione ex locato e l’azione depositi)perché questi ultimi si arrestavano a una responsabilità per culpa o dolus e dunque si palesavano insufficienti a garantire piena tutela. Di qui la scelta, rigorosa, di optare per un titolo di responsabilità edittale molto esteso: «hoc edicto omnimodo qui recepit tenetur, etiamsi sine culpa eius res periit vel damnum datum est». Restava, tuttavia, a beneficio dell’imprenditore la possibilità di contenere, attraverso la pattuizione aggiuntiva del receptum, la propria responsabilità nei limiti del danno arrecato.

Ha chiuso la giornata di studi V. Buonocore, il quale ha espresso  congratulazioni ai docenti che hanno preso parte al seminario e vivo apprezzamento per l’efficacia dell’introduzione, delle relazioni e degli interventi. L’occasione di incontro – ha sottolineato il Professore – è valsa a cogliere il tratto più saliente del diritto commerciale:  si tratta di una disciplina – lo ha dimostrato l’esperienza della lex mercatoria  di età medioevale –  transnazionale, affascinante poiché priva di confini.

Annalisa Triggiano