Roma antica e l'ideale di città (con qualche esempio dalla storia coloniale repubblicana[1])

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Sommario: 1. Roma antica e l'ideale di città. - 2. ‘Ordine' e ‘funzionalità' nelle colonie romane e latine di IV-III sec. a.C.: gli esempi di Ostia (a) e di Cosa (b). - 3. Ordine' e ‘funzionalità' nelle colonie a partire dal 218 a.C.: il caso di Placentia. - 4. La colonia come ordine imitato: gli esempi di Bantia e di Vercelli. - 5. Conclusioni.

 

 

‘L'antico romano sapeva che il cardo

lungo il quale camminava

era parallelo all'asse intorno a cui rotava il sole,

e sapeva di seguire il corso di questo

allorché percorreva il decumanus;

egli era in grado di decifrare,

in base alle istituzioni civiche,

il significato del cosmo

e ciò lo faceva sentire intimamente inserito in esso'.

(da J. Rykwert, L'idea di città, Milano, 2002)

 

1. Roma antica e l'ideale di città

Com'è noto, Roma antica non fu una città ‘ideale' ed anzi divenne via via più invivibile quando assurse a destinazione comune di commercianti, stranieri e frotte di nullatenenti attirati dalle frumentationes a basso costo. E l'urbe, chiusa com'era in una ristretta cerchia di mura e in un reticolo di strade tortuose, non era adeguata ad accoglierli, anche perché la vita politica, giudiziaria, degli affari e quotidiana si svolgeva soprattutto nel centro della città, fra il foro e il Comitium.  La ragione di tale caos cittadino in un mondo che, già nel IV secolo a.C., conosceva e realizzava progetti urbanistici regolari impostati su assi ortogonali, viene individuata dagli autori antichi nella ricostruzione frettolosa della città dopo l'incendio gallico del 390 a.C.: Livio 5. 55, 2-5, ad esempio, ricorda che la res publica fornì le tegole e autorizzò l'estrazione della pietra e il taglio del legno ovunque, purché si desse garanzia di terminare i lavori entro l'anno, e che nella fretta non ci si curò di tracciare le strade secondo allineamenti regolari e si edificò senza tener conto degli antichi limiti di proprietà[2]. Da qui una città sovrappopolata, confusa, dall'aria mefitica, falcidiata dagli incendi, edificata in cima a colli e in fondo a convalli e - scrive Cicerone nel De lege agraria II.96 - quasi sospesa sui piani sovrapposti delle sue altissime insulae.  A flagellare la città vi erano anche le inondazioni, da sempre circondate da un'aura di prodigio non solo per la pericolosità e la frequenza del fenomeno, ma anche per la sua imprevedibilità, tale - come scriveva Le Gall - da sorprendere «gli abitanti nei loro letti, nei negozi e persino per le strade senza dar loro il tempo di scappare»[3].

Ma la situazione di degrado in cui versava il caput mundi non implica che a Roma mancasse un'«ideale di città» o che non lo si sapesse realizzare. Al contrario il modello urbano ‘perfetto' agli occhi dei Romani esisteva ed è quello ancor oggi visibile laddove permangono i resti della fondazione ex novo di colonie romane e latine[4]: resti che dimostrano come ogni impianto coloniale sia stato da Roma attentamente pianificato, da una parte per rispondere alla caratterizzazione ideologica, alla connotazione giuridica e alle finalità strategiche e\o economiche che il nuovo nucleo abitativo doveva assumere agli occhi dei fondatori, dall'altra per sfruttare appieno le potenzialità del luogo e, se del caso, limitarne la pericolosità (inondazioni, dissesti idrogeologici, zone paludose).

È vero che il modello ideale di città esportato in tutto l'impero - quello che sarà espresso da Vitruvio e che aveva come elementi essenziali il foro, il capitolium[5], edifici di spettacolo e complessi termali - si sviluppò appieno soltanto con Augusto, l'imperatore che volle presentarsi come «rifondatore di Roma, ma anche fondatore di nuove città e trasformatore dei precedenti centri secondo i nuovi principi romani»[6]; ma già a partire dal III secolo a.C. si nota una certa omogeneità nell'urbanistica dei diversi tipi di colonie italiche dell'età repubblicana[7].

I criteri di fondo a cui i Romani si attennero nella fondazione delle colonie potrebbero riassumersi con i termini di ‘ordine' e ‘funzionalità', termini probabilmente adeguati a descrivere tutte le fasi della colonizzazione romana, pur se da modulare variamente a seconda delle epoche di riferimento e dell'evoluzione del concetto stesso di ‘colonia'[8]: di questa evoluzione, nei prossimi paragrafi, si presenteranno alcuni esempi.

L'ordine di cui si parla è prima di tutto di carattere religioso, cioè relativo ai rapporti fra gli dei e la comunità nuovamente insediata[9]: soprattutto agli inizi dell'esperienza della colonizzazione, si riteneva infatti indispensabile che la fondazione della nuova città e la sua stessa localizzazione e orientamento, corrispondessero al volere degli deisecondo la tradizione etrusca del diritto augurale. A mantenere la pax deorum, di cui erano garanti le caste sacerdotali, serviva soprattutto la ripetizione precisa dei rituali di fondazione descritti nei libri rituales estruschi (Fest. De verb. sign. L. 358-359). L'operazione, diretta dagli auguri, comportava, com'è noto, più fasi successive: l'inauguratio in cui l'augure sul suolo determinava uno spazio quadrato o templum per la consultazione dei presagi e, esaminando il volo degli uccelli o le viscere degli animali, conosceva la volontà degli dei sul giorno del tracciamento dei limites della nuova città; la lustratio, cerimonia di purificazione della colonia effettuata dal magistrato che l'aveva dedotta, consistente probabilmente nel sacrificio a Marte di un maiale, una pecora e un toro (suovetaurilia) condotti in processione attorno ai coloni; l'orientatio in cui l'augure, dopo aver determinato la posizione del sole, con la groma stabiliva le due linee perpendicolari, il decumanus (est-ovest) e il cardo (nord-sud), il cui incrocio avrebbe determinato il centro della città; la limitatio, che iniziava tracciando il sulcus primigenius, cioè il fossato perimetrale, con un aratro tirato da una vacca e da un toro bianco e tenuto inclinato per far cadere le zolle di terra all'interno. L'operazione era eseguita dal fondatore della colonia indossando il cinctus Gabinus, cioè col capo velato dalla toga secondo il costume della città di Gabii. Nel luogo previsto per le porte il fondatore toglieva l'aratro e interrompeva il solco. Su di esso si edificava il muro perimetrale (res sancta) e si definiva il pomerium cioè lo spazio entro il quale i magistrati avevano diritto di consultare gli auspici ed era vietato sotterrare i morti. Tutto questo viene ripreso dalla tradizione annalistica romana nel racconto della fondazione della città e dell'uccisione di Remo che salta il fossato per nobilitare l'origine di Roma. A ciò seguiva la strutturazione del piano della città a partire dal centro, rappresentato dall'incrocio fra cardo e decumanus maximi. Da lì venivano tracciati una serie di limites paralleli nelle cui maglie venivano poi collocati gli edifici pubblici, il foro, i templi. Da ultimo aveva luogo la consecratio della città ad opera dei pontefici. 

Ma l'ordine di cui si parla è anche ‘istituzionale', coinvolgendo tutti gli organi della civitas - senato, magistrati, popolo - ed esigendone il consenso: la colonia, infatti, in quanto ‘costola di Roma' e nuova comunità organizzata, doveva rispondere al volere del popolo e del senato ed essere posta in essere da magistrati dotati di imperium i quali, com'è noto, operavano con l'intervento di un corpo esperto di tecnici agrimensori[10].

Vi è, inoltre - come già notato - un ordine organizzativo degli spazi politici e amministrativi delle civitates che, se certamente si evolve nel tempo, pare caratterizzarsi sin dal III secolo a.C., al di là delle particolarità locali, sulla base di certi basilari «principes de composition» relativamente soprattutto al foro, il Capitolium, la Curia e la Basilica[11].  Ad esempio, sia a Cosa che a Paestum, fondate nel 273 a.C.,  il foro si trova, come a Roma, ai piedi dell'arx, la curia e il comizio si trovano nel mezzo del lato lungo del foro sull'asse della via che conduce al Capitolium eretto sull'arx, e la curia domina il comizio come a sottolineare «la prééminence institutionnelle du sénat sur les comices»[12].

Infine l'ordine è ‘strategico-progettuale', perché la nuova fondazione cittadina doveva rispondere a finalità accuratamente predeterminate dal senato: la colonia poteva avere una funzione di controllo e difesa del territorio, di avamposto nella conquista di nuove aree, di sfruttamento agricolo, di risposta al bisogno di terra dei ceti meno abbienti, in seguito di soddisfacimento delle pretese dei veterani congedati etc. La realizzazione di tali finalità dipendeva in gran parte dalla posizione del sito, dai suoi naturali elementi difensivi, dalla sua centralità rispetto alle vie di comunicazione già esistenti, ai guadi fluviali e ai valichi di montagna e, in genere, dai suoi potenziali vantaggi strategici e/o economici: era pertanto su questa base che la lex agraria pianificava l'ubicazione ed estensione del sito, fissava il numero dei coloni, le modalità dell'assegnazione dei lotti e la relativa estensione, e organizzava le strutture amministrative necessarie alla vita della nuova comunità[13]. I commissari incaricati della sua deduzione, i cd. tresviri coloniae deducendae, dotati di imperium e in carica per un periodo piuttosto lungo - di regola tre anni - emettevano poi lo statuto della colonia (o lex data) statuendone formalmente la costituzione, rendendone pubblico il sistema giuridico e organizzandone in dettaglio magistrature, servizi religiosi, cerimonie etc.[14] In un'epigrafe di sei righe iscritta su un blocco di calcare ritrovata nel 1995 nel settore occidentale del foro di Aquileia (An. ép. 1996, 685),[15] colonia latina fondata nel 181, si indicano, per la prima volta nelle fonti epigrafiche, alcune delle funzioni dei triumviri. Il testo si riferisce al triumviro T. Annio Lusco che fu uno di quelli mandati nel 169 a.C. ad Aquileia con l'incarico di gestire l'invio di un supplemento di coloni disposto su richiesta di quelli già presenti in loco. Il testo dice che egli «dispose che fosse costruito questo tempio e lo dedicò, assemblò il corpus delle leggi e le consegnò (alla colonia), per tre volte integrò il senato»: T(itus) Annius T(iti) f(ilius) tri(um)vir. / is hanc eaedem / faciundam dedit / dedicavitque leges(que) / composuit deditque, / senatum ter co(o)ptavit. L'epigrafe quindi attesta (a) il ruolo svolto dai triumviri nella costruzione di edifici templari nella colonia (come accadde nel capitolium di Luni attribuito a M. Emilio Lepido); (b) il ruolo dei triumviri nel dettare lo statuto della colonia o, nel caso specifico, di effettuare una revisione dello stesso a seguito del supplementum di coloni (ad es. per gestire il rapporto fra vecchi e nuovi coloni, redistribuirli nelle classi di censo e, eventualmente, nel senato, riassegnare le terre coloniali etc.); (c) il ruolo dei triumviri nell'effettuare la lectio senatus.

Comunque, nella visuale dei Romani e in particolare dei tecnici agrimensori, autori ed esecutori materiali del progetto, la ratio - cioè l'ordine strategico e progettuale alla base della nuova fondazione cittadina - pur importantissima, si doveva in ultima analisi  piegare al criterio della funzionalità.  È ciò che viene bene sintetizzato dall'agrimensore Igino gromatico, autore di un trattato intitolato ‘Constitutio limitum' conservato nel Corpus agrimensorum romanorum,  con queste parole (Th. 145, 10-11): Itaque si loci natura permittit, rationem servare debemus: sin autem, proximum rationi.  Infatti le regole tecniche - continua l'A. - sono da seguire con precisione soltanto se la natura dei luoghi lo consente. Ad es. quando la fondazione è sul mare, il territorio coloniale sarà naturalmente delimitato dall'acqua; quando una colonia è addossata a una montagna, il reticolo centuriale può essere interrotto dall'altura etc.

Per questo i commissari, prima di delimitare il territorio della colonia ed insediarvi i coloni, dovevano valutare ogni circostanza, ad es. assicurarsi che l'area fosse libera da precedenti abitanti (incolae) e, eventualmente, convogliarli in un'area limitanea[16]; fissare il percorso delle mura e, quindi, l'area da destinare all'impianto cittadino nonché la localizzazione del foro e dei principali edifici pubblici, come curia, comitium e templi[17]; stabilire le zone da assegnare nonché le aree pubbliche, adibite a pascolo comune, a bosco etc.

Inoltre caratteristica primaria delle nuove fondazioni cittadine fu sempre l'integrazione della città con la campagna[18] finalizzata non solo al presidio delle aree rurali  circostanti da parte del centro cittadino, ma ad una vera simbiosi fra urbs e ager secondo un progetto organizzativo comune, capace di coniugare regole urbanistiche e tecniche agrimensorie[19].  Perciò il centro cittadino, che era il luogo ove si concentravano i servizi per il territorio, usava realizzare un proprio catasto rurale con la stesura di una mappa che distingueva fra pubblico e privato e definiva lo stato giuridico dei terreni per il controllo dei diritti e dei doveri degli occupanti (ad es. al pagamento di vectigalia per il possesso di agri publici della colonia).

Tale catastazione, oltre a creare nuovi rapporti fra i coloni e la terra, comportava anche, di fatto, la trasformazione del paesaggio preesistente in funzione della pianificazione generale delle forme di occupazione del territorio e della ottimizzazione delle sue capacità produttive, il che avveniva, ad es., per mezzo dell'integrazione del nuovo nucleo abitativo nel quadro della rete di comunicazioni già presenti o da costituirsi nel territorio, oppure attraverso la realizzazione di sistemi di drenaggio o irrigazione funzionali ad aumentarne la produttività. Ciò aveva luogo talvolta con la deviazione dei fiumi in canali secondari, a loro volta distribuiti in una rete capillare di canalette destinate all'irrigazione dei singoli poderi, il che, oltre a realizzare «un razionale sistema di irrigazione», costituiva anche «un'efficiente valvola di sicurezza contro i pericoli di inondazione delle zone più declivi, in quanto in caso di necessità possibile alleggerire la portata e l'onda d'urto della piena deviando parte della fiumana nei canali artificiali»[20]. Particolarmente rinomato è l'intervento di Marco Emilio Scauro realizzato alla fine del II sec. a.C. a valle di Piacenza verso Parma e destinato a scongiurare le piene del Po (che si gonfiava particolarmente per la confluenza col Trebbia) attraverso l'escavazione di canali scolmatori paralleli al fiume in cui far confluire parte delle sue acque (Strabo, Geogr. 5.1.11)[21]. È noto, inoltre, che nelle aree centuriate  i Romani solevano lasciare al fiume, soprattutto nei meandri, bacini laterali di espansione privi di limitatio, proprio al fine di proteggere dalle piene gli abitati rurali delle vicinanze, spesso situati sulle alture[22].

Si giungeva così a creare un nuovo equilibrio fra uomo e ambiente fondato sia sull'esperienza tecnica via via maturata attraverso la sperimentazione di forme diverse di divisione e assegnazione di lotti, sia sull'adattamento sempre più accurato dell'organizzazione fondiaria alle condizioni naturali (climatiche, geologiche, pedologiche, idrauliche) del suolo. Ecco la ragione per cui i limites della centuriazione, impressi nel territorio sotto forma di strade, sentieri, muretti divisori, canali di irrigazione e scolo, strutture di drenaggio, soprattutto nella pianura Padana, sono spesso rimasti impressi sul terreno e in molti casi continuano a definire l'assetto del territorio.

Nei paragrafi seguenti si presenterà qualche esempio di colonia romana o latina fondata su territorio italico in età repubblicana - dal IV al I sec. a.C. -, la cui organizzazione (costituzionale, urbanistica, di gestione delle risorse idriche, del territorio rurale etc.) rende evidente in concreto che cosa si debba intendere con le espressioni ‘ordine'  e ‘funzionalità'.

 

 

2. ‘Ordine' e ‘funzionalità' nelle colonie romane e latine di IV-III sec. a.C.: gli esempi di Ostia (a) e di Cosa (b).

 

Com'è noto, la differente struttura urbanistica delle colonie romane e latine di IV-II sec. a.C. è in stretta corrispondenza con la loro diversa funzione, condizione giuridica, connotazione ideologica[23]: le prime, fondate dapprima sulle coste e perciò denominate maritimae, essendo dirette emanazioni di Roma ed avendo in origine un'essenziale funzione difensiva, avevano una forma urbana quadrangolare, un'estensione limitata[24] e un ridotto numero di coloni (300) che mantenevano la civitas romana e ricevevano ciascuno due iugeri di terra arabile[25]. Esse, già dal IV secolo, erano fondate secondo i principi della scienza augurale di derivazione estrusca e richiamavano apertamente la mitica assegnazione romulea dei bina iugera agli antichi Quirites divisi in tre tribù, nonché la struttura quadrata del pomerio primitivo come descritto da Tacito (Ann. XII.24). Si tratta quindi, come è stato detto, di una sorta di ‘grado zero' nello sviluppo della limitatio[26] che costituisce anche una testimonianza viva della rappresentazione che la classe dirigente romana della prima età imperiale doveva custodire della primitiva struttura dell'urbe. La mancanza di autonomia politica ed amministrativa, fino al primo decennio del II sec. a.C., corrispose sul piano urbanistico all'assenza di un vero e proprio foro, della curia e del comizio come concreta attestazione dello stato di dipendenza delle colonie romane dalla capitale[27].

Al contrario, le colonie latine, furono sempre svincolate dall'obbligo ideologico di conformarsi all'archetipo dell'urbe primitiva e, come tali, assunsero più spesso un diverso modello, cioè gli impianti urbani di matrice greca composti di isolati rettangolari allungati, delimitati da strade ortogonali (cd. per strigas)[28]. In queste colonie l'autonomia politica ed amministrativa del nuovo nucleo abitativo imponeva una strutturazione urbanistica che consentisse l'esercizio delle pubbliche funzioni: da qui la presenza del foro, del comizio e di ogni altra struttura necessaria allo scopo. Nelle colonie latine, inoltre, le assegnazioni di terra, effettuate su vasti territori spesso posti a grande distanza da Roma e ripartite tra un numero molto elevato di coloni, variavano, per ampiezza e localizzazione, in base al censo di ciascun colono, censo che determinava anche il grado della sua partecipazione politica alla nuova comunità: da qui la necessità del censimento e delle strutture urbanistiche necessarie ad effettuarlo periodicamente.

 

(a) Fra le colonie romane più antiche la cui struttura urbanistica rappresenta una perfetta sintesi di ordine e funzionalità, vi è quella di Ostia: anzi, secondo la tradizione, Ostia fu la prima colonia romana, fondata da Anco Marzio per stabilizzare il dominio di Roma sulla costa tirrenica e consentirle un sicuro accesso al mare[29]. In realtà, come dimostrano le risultanze archeologiche, essa non fu fondata che nel IV sec. a.C. o negli ultimi decenni del V, anche se il sito, accanto ad altri porti dell'entroterra tiberino e allo stesso foro Boario a Roma, sembra essere stato già ampiamente sfruttato in età arcaica a scopi commerciali. Ciò trova conferma in un lemma festino (L. p. 214) che con chiarezza distingue l'urbs fondata da Anco Marzio col nome di Ostia, dalla successiva, omonima, colonia marittima:

 

Ostiam urbem ad exitum Tiberis in mare fluentis Ancus Martius rex condidisse, et feminino appellasse vocabolo fertur: quod sive ad urbem, sive ad coloniam, quae postea condita est, refertur.

 

In particolare, secondo una notizia di Dionigi di Alicarnasso 3.45.4 confermata da talune risultanze archeologiche, l'abitato più antico si sarebbe situato sulla riva destra del Tevere, nei pressi del suo primo meandro (il cd. fiume morto, perché cancellato dall'alluvione del 1557) e delle saline, e sarebbe stato collegato a Roma dalla via Campana a sua volta connessa con la via Salaria. Posto nell'ansa antistante alla foce, il villaggio, protetto dai tre lati, avrebbe rappresentato il punto di passaggio obbligato - fluviale e terrestre - verso Roma e verso l'alta valle Tiberina, sia per il trasporto del sale che, più in generale, per i commerci e, a partire dal V secolo, per le frumentationes della plebe romana. 

La colonia marittima fu invece fondata sulla riva opposta del Tevere e più vicino alla foce (dove, fra l'altro, sono attestati i resti tardo-repubblicani di una struttura navale coperta, destinata presumibilmente al ricovero di imbarcazioni militari). Edificata sotto forma di castrum, la colonia fu adibita a presidio di difesa della costa e fu costituita da 300 cittadini romani posti in perenne stato di guardia e per questo, fino al 191 a.C., esentati dal servizio militare regolare.

La fondazione di Ostia colonia marittima è, quindi, generalmente riferita dagli studiosi alla fine del IV secolo a.C., come conseguenza della presa di Veio del 396 che diede a Roma il dominio definitivo del territorio veiente. Ma, da una serie di indizi letterari ed archeologici, Coarelli[30] ha anticipato la data di fondazione della città alla fine del V secolo, a seguito della presa di una delle più importanti città alleate di Veio, l'etrusca Fidene, posta sulla riva sinistra del Tevere. Infatti, con la conquista di Fidene, Roma assumeva il controllo della riva sinistra e, con l'edificazione del castrum nei pressi della foce, presidio difensivo ma insieme simbolo di supremazia, intendeva suggellare questo dominio nell'attesa di estenderlo definitivamente anche all'altra riva del fiume. Non è un caso che proprio da Fidene provenga il materiale di costruzione delle mura del castrum (tufo di Fidene) come, poco più tardi, dopo la presa di Veio e l'incendio gallico,  Roma edificherà le sue mura con tufo veiente (tufo di grotta oscura) per sottolineare anche plasticamente la mantenuta supremazia: è del resto noto il profondo significato sacrale delle mura cittadine, intese, secondo lo ius sacrum, come res sanctae, "difese e protette dalle offese degli uomini" (D.1.8.8pr., 2 Marcian. 4 reg.; D.1.8.9.3 Ulp. 68 ad ed.; Gai Ep. 2.1.1). D'altra parte, la stessa fondazione coloniaria era, di per sé, atto sacrale, rivestito di tutte le solennità necessarie a confermare e mantenere l'amicizia degli dei, come dimostra il rituale di inauguratio per la scelta del luogo del pomerio. 

La colonia ostiense, dunque, dovette essere fondata a presidio della costa, per garantire a Roma lo sbocco al mare, ma anche come testa di ponte per l'assunzione del dominio sull'intero Lazio. Non a caso essa fu eretta nel rispetto della struttura viaria già esistente in loco che collegava l'entroterra alla foce del fiume sulla riva sinistra. Infatti, dall'originaria organizzazione territoriale dipese l'orientamento stesso della nuova struttura, il cui cardo fu tracciato seguendo il percorso dell'antica via Laurentina. Ma, con la fondazione coloniale, Roma non intendeva soltanto mantenere i percorsi viari preesistenti, ma anche incrementare e rendere sicuri i collegamenti della città e dell'entroterra con la costa e così, dal decumanus che incrociava ortogonalmente la prosecuzione della via Laurentina (cardo), fu fatta partire la via Ostiense (realizzata presumibilmente proprio in occasione della deduzione coloniaria). Dunque, all'antica via Campana, che seguiva il percorso del Tevere sulla riva destra collegando Roma alle saline e forse all'antico porto fluviale, ma che, alla fine del V secolo, non era ancora sicura per il conflitto veiente, si aggiunse la via Ostiense che in tutta sicurezza collegava Roma alla costa sulla riva sinistra del Tevere.

Ai 300 coloni inviati sul posto furono assegnati, secondo la tradizione, due iugeri di terreno in proprietà quiritaria, ma è verosimile che essi abbiano potuto estendere i loro possessi, per il sostentamento proprio e della famiglia, a zone dell'ager publicus circostante. Il territorio, peraltro, non risulta centuriato, il che non stupisce se si riflette che l'interesse di Roma alla deduzione coloniaria, anche dopo che Veio era stata sottomessa e si tendeva ad un'espansione verso il sud Italia, era essenzialmente militare. Diversamente, almeno in quest'epoca, la limitatio del territorio era di solito funzionale alla costituzione ex novo di una comunità con assetti ed equilibri totalmente ridefiniti dall'ente fondatore ed aveva l'effetto di scardinare l'organizzazione fondiaria preesistente. Invece Ostia rappresentava un'enclave difensiva nella quale gli assetti proprietari preesistenti furono verosimilmente mantenuti. Significativa al riguardo una citazione di Trebazio Testa, giurista di età cesariana (I sec. a.C.), conservata in un testo di Fiorentino (II-III sec. d.C.) tratto dai Digesta giustinianei (D.41.1.16 VI Inst.), in cui la limitatio viene riferita agli agri manu capti, cioè conquistati da Roma con le armi e tolti con la forza ai nemici vinti, mentre i territori entrati nell'orbita della civitas per loro sottomissione volontaria venivano di regola lasciati nella disponibilità dei vecchi possessori secondo la preesistente struttura territoriale:

 

[...] Trebatius ait agrum qui hostibus devictis ea conditione concessus sit ut in civitatem veniret, habere alluvionem neque esse limitatum, agrum autem manu captum limitatum fuisse, ut sciretur quid cuique datum esset, quid venisset, quid in publico relictum esset.[31]

 

Ma, come si è detto, la fondazione coloniaria ostiense non intese riorganizzare il sito preesistente, ma piuttosto accostarsi ad esso rendendolo militarmente più sicuro.

I pochi scavi condotti sulla riva destra, nella zona del meandro, hanno rilevato la presenza di numerose strutture portuali di età tardo repubblicana: è verosimile, quindi, che il porto fluviale arcaico sia rimasto attivo per lungo tempo, anche se via via affiancato da nuove strutture collocate sulla riva sinistra, ad esempio l'ampia area pubblica e per lungo tempo libera da edifici, situata fra il castrum, il primo meandro del fiume e la via Ostiense. Proprio nell'ansa del fiume, nei pressi del vecchio porto, forse si trovava sin dall'età arcaica il santuario - peraltro non identificato - di Volcanus, la divinità legata ai commerci simbolo della città, il cui sacerdote, il pontifex Volcani, era scelto fra i maggiorenti ostiensi.  

La colonia non aveva autonomia amministrativa ed era governata direttamente dai magistrati di Roma: ciò si riflette, sul piano urbanistico, nella mancanza di un foro all'interno dell'agglomerato urbano, sul piano politico-amministrativo nel rapporto diretto, almeno fino al II secolo a.C., fra i coloni e i magistrati di Roma, senza l'intermediazione di magistrati locali: questo spiega perché nel 191 a.C., gli Ostiensi si siano presentati direttamente al tribuno della plebe per lamentare la chiamata alle armi nonostante la regola della loro esenzione dal servizio militare nelle legioni, fino ad allora rispettata (Liv. 36.3.5)[32].

Tale stato di dipendenza amministrativa dovette durare ad Ostia più che nelle altre colonie romane. Se, infatti, per alcune di queste, le fonti attestano già per il II secolo a.C. l'edificazione, ad opera dei censori di Roma, di opere pubbliche rivelatrici del riconoscimento di una parziale autonomia da parte dell'autorità centrale, Ostia fu priva di un teatro fino all'età augustea, di un foro fino a quella di Augusto o di Tiberio e di un acquedotto fino a quella diTiberio o Caligola. Tutto ciò dipese dallo stato di subordinazione funzionale della colonia alla madrepatria, che caratterizzò sempre la città nella percezione dei contemporanei.

 

(b) Passiamo ora ad un esempio di colonia latina medio-repubblicana: esempio da cui emergono gli stessi criteri di ordine e funzionalità anche se declinati in modo ideologicamente - oltre che strutturalmente - differente da quello di Ostia appena citato. Si tratta di Cosa, colonia latina fondata nel 273 a.C. nell'area conquistata all'etrusca Vulci di cui poco prima Roma aveva confiscato tutta l'area costiera[33]. Vi furono inviati 4000 coloni (con un supplemento di 1000 nel 197 a.C.) con lo scopo di controllare la zona turbolenta del centro Etruria. Fu chiamata Cosa da Cusa, vicino centro etrusco di cui restano tracce nella zona di Orbetello e di cui la nuova fondazione assumeva le funzioni portuali, fu edificata su una collinetta a 117 metri sul livello del mare fino ad allora disabitata, nei pressi dell'attuale Ansedonia. Cinta di mura turrite in opera poligonale, divisa in isolati rettangolari di forma allungata col lato corto appoggiato ai decumani (cd. struttura per strigas), l'abitato era dominato all'estremo sud-ovest da un'area sopraelevata e autonomamente cintata,  che conteneva l'arx, una piattaforma di circa 8 m x 8 che tuttora emerge dalla roccia sovrastante il tessuto urbano[34]: fu verosimilmente da questo punto che, col rito dell'augurium, venne progettato l'impianto urbano e delimitato il territorio rurale, entrambi basati sull'orientamento dell'auguraculum. Sulla stessa area, poco dopo la fondazione, vennero anche edificati due templi, uno sacro forse a Giove, l'altro a Giunone o Mater Matuta e poi, nella seconda metà del II sec. a.C.,  il Capitolium[35]. Dal Capitolium partiva (ed è tuttora visibile) una strada - paragonabile alla via sacra del foro romano - che, attraversando la porta del muro di cinta dell'arx, conduceva al foro, dritto di fronte al tempio e al comitium. Sul lato corto del foro compaiono due serie di tre coppie di pozzetti forse destinati a deliminare lo spazio delle curie o delle tribù nel diribitorium; sui lati lunghi quattro grandi pozzi che forse servivano a definire l'area inaugurata dei saepta[36]. Tutti segni, questi, della piena autonomia della città rispetto alla madrepatria.

 

 

3. ‘Ordine' e ‘funzionalità' nelle colonie a partire dal 218 a.C.: il caso di Placentia.

 

Fino alla deduzione della colonia latina di Rimini nel 268 a.C., la colonizzazione dell'Italia centro-meridionale - di cui si sono presentati due esempi nel paragrafo precedente - si era inserita - scriveva Emilio Gabba in un importante saggio del 1985 - «in ambiti geografici e antropici consueti, e [...] non aveva profondamente modificato i loro tradizionali sistemi di vita e di economia [...]. L'organizzazione del territorio si sarà caratterizzata piuttosto come una catastazione nuova e non deve aver comportato modifiche strutturali rispetto alla tradizione o ai caratteri imposti dalle condizioni naturali dell'ambiente»[37]. Forse per questo non appaiono oggi particolarmente evidenti i  resti materiali delle relative operazioni agrimensorie. 

Ma quando Roma giunse in Cisalpina, l'ampia disponibilità di terra pianeggiante, la ricchezza d'acqua e l'enorme fertilità del suolo spinsero i conquistatori ad intraprendere un'opera di catastazione e centuriazione che non si limitò alle città e al contado ma si estese ad intere aree regionali. Ed è qui che la limitatio si sviluppò assumendo l'aspetto definitivo quale si trova descritto dai trattati del Corpus agrimensorum, passando dalla divisione del terreno in rettangoli allungati, a quella per centurias caratterizzata da maglia  a scacchiera e  impianto regolare. La novità, tuttavia, non si realizzò all'improvviso ma fu il frutto di un cambiamento progressivo: infatti Placentia e Cremona, colonie latine che presentano questo modulo regolare, furono fondate nel  218 a.C. ma rifondate nel 190 dopo la distruzione seguita alle incursioni celtiche, e Bononia, colonia latina fondata nel 189, si presenta ancora divisa secondo isolati rettangolari[38].

Questo modello di maglia a scacchiera, che rappresentò all'epoca una grande novità rispetto al modello a ‘rettangoli allungati' fino ad allora utilizzato, riflette anche un'importante evoluzione della mentalità urbanistica: infatti,  - come scrive Torelli[39] - esso manifesta un progressivo «distacco dalla ricerca di nessi fra le varie zone della città ricordevoli dei prototipi dell'urbs, in favore della riproduzione di quei prototipi più come organismi architettonici che come plessi urbanistici»: cosicché, dalla fine del III secolo e poi, sempre più, nel II e I sec. a.C., l'aspirazione ad emulare la capitale si realizzò più con l'erezione di monumenti  ricchi, grandiosi, di grande significato politico e propagandistico - come un santuario, un tempio, una basilica, un teatro - che con la strutturazione urbanistica in sé stessa, visto che la geometria regolare dei nuovi spazi urbani non lo consentiva più.  Ma, fra III e II secolo a.C., vi fu anche un mutamento più profondo nella mentalità urbanistica - che si manifestò, ad es., nelle nuove fondazioni padane (Piacenza, Cremona, Modena, Pavia etc.) -  verso una maggiore ‘razionalizzazione' dei progetti a cui si accosta una sempre maggiore indipendenza  rispetto ai valori tradizionali del diritto augurale.

Ciò si vede bene nel caso della colonia latina di Piacenza fondata nel 218 e concepita, insieme alla gemella Cremona, come avamposto per la conquista del nord Italia dalle popolazioni celtiche ivi stanziate. Questa finalità rendeva decisiva la scelta del sito: non a caso, subito dopo la fondazione, la città fu distrutta dalle incursioni celtiche e venne riedificata soltanto nel 190[40]. Per la sua fondazione, quindi, si tennero in gran conto criteri di funzionalità legati alle condizioni e alla pendenza del terreno, alla situazione idrica, alla vicinanza di vie d'acqua, ai collegamenti con valichi montani. D'altra parte la prossimità del Po e del Trebbia[41] doveva essere accuratamente vagliata in relazione alle possibili piene, spesso improvvise e distruttive. Per questo la deduzione avvenne su un'area del meandro del Po sovrastante di parecchi metri la sede delle acque, area che coincideva anche con la conclusione della via Emilia, che era in prossimità di un guado del fiume, che si trovava a breve distanza dalla gemella Cremona (venti miglia terrestri e meno di un giorno di navigazione) e che aveva il pregio di dominare tutta l'area circostante. Anche l'impianto urbanistico si adattò alla morfologia del suolo, essendo posto in posizione elevata rispetto al fiume e idonea a sfruttarne le scarpate alluvionali a scopo difensivo.  L'area cittadina fu organizzata per isolati quadrati della misura di 80 x 80 per lato, con orientamento sud-est, nord-est, il che - spiega Maria Luigia Pagliani - «esclude che l'orientamento della città sia riconducibile a motivi astrologici e religiosi, ma suggerisce che esso sia da porre in relazione [...] all'andamento del terreno e ad una sostanziale corrispondenza del decumano massimo con l'asse della via Emilia presso la città[42]. Allo stesso modo il cardine massimo corrispondeva «alla via che attualmente conduce verso Milano e doveva anche essere in rapporto con l'attraversamento del Po»[43]. È vero che la via Emilia fu tracciata tre anni dopo la seconda deduzione di Piacenza del 190, ma è comunque da ipotizzare che il decumano massimo sia stato tracciato in corrispondenza di un antico percorso che, forse, già al momento della deduzione della colonia, Roma intendeva sfruttare trasformandolo in strada di grande percorrenza. Nella maglia  a scacchiera definita dal reticolo centuriale costituito da sessanta isolati regolari, i singoli edifici pubblici vennero poi inseriti progressivamente, attraverso pianificazioni urbanistiche successive, essendo presenti sin dall'inizio certamente il foro, con i tradizionali edifici pubblici di complemento, e le strade. Comunque -osserva ancora M. L. Pagliani - anche la strutturazione del centro città mostra il rilievo dato dai fondatori al criterio della funzionalità, visto che «si possono notare scarti, talora piuttosto sensibili, rispetto al tracciato ed alcune costruzioni sono concepite tenendo in maggior conto l'andamento del terreno rispetto allo schema urbano generale»[44]

 

 

4. La colonia come ordine imitato: gli esempi di Bantia e di Vercelli.

 

Già dal II e III decennio del II secolo a.C. si assiste ad una crisi dell'istituto coloniale, da una parte per la diffusa e sempre maggiore riluttanza a perdere la cittadinanza romana nel caso di fondazione di colonie latine, dall'altra per la richiesta, da parte di quelli romani, di lotti di più ampie dimensioni rispetto ai bina iugera tradizionali, infine per il comune timore di subire, una volta insediati, il dramma delle incursioni dei nemici, come già era accaduto nel 218 a Piacenza. Ma, accanto a questo fenomeno, si nota l'incremento di quello apparentemente opposto dell'evergetismo, con il conseguente arricchimento monumentale delle città ad opera dei ceti dirigenti[45]. Esso notoriamente si spiega con la brama dei maggiorenti locali di ottenere una magistratura e, con essa, l'agognata civitas romana (attraverso lo ius adipiscendae civitatis per magistratum). L'exemplum urbanistico da imitare è naturalmente Roma, la cui dignitas si voleva eguagliare a livello monumentale[46] rendendo la propria civitas - come dirà Adriano (Gell. NA XVI 13 8) un'effigies parva simulacrumque della capitale. Ed è tale la forza del modello - con il messaggio ideologico che sottende - che, da questo momento, le aristocrazie locali tenderanno spontaneamente ad imitarlo riproponendo le strutture urbane che gli sono proprie: particolarmente significativo è il caso di Bantia, cittadina posta su un altura al confine fra Apulia e  Lucania che, verso il 100 a.C., decide di darsi una struttura costituzionale e un'organizzazione urbana sull'esempio di quelle della vicina colonia latina di Venusia[47]. Da qui la redazione di una costituzione, che fu tradotta in osco e che compare frammentariamente su una tavola bronzea sul cui lato opposto è iscritta una legge agraria romana. La costituzione imita il modello delle colonie latine e, in particolare, della vicina Venusia e prevede una serie di magistrature tipicamente romane, come censori, pretori, edili, tribuni della plebe e questori. Contemporaneamente, sul piano urbanistico, la città si dota di un templum augurale e di un arx con auguraculum secondo la più antica tradizione romana, pur lasciando segni evidenti della pietas locale, ad es., nella dedica alla dea osca Flusa posta sui cippi dell'auguraculum o nell'erezione di un cippo a Zoves, il Giove locale. Anche la struttura fisica della città viene modificata secondo le procedure di fondazione previste dal diritto augurale: viene infatti colmato l'antico fossato del IV-III sec. a.C. scavato in occasione delle guerre contro Roma e, al suo posto, viene creato un sistema ortogonale di viae sull'esempio romano.

Ma anche in Transpadana, soprattutto dopo l'attribuzione della latinitas attraverso la lex Pompeia de Transpadanis dell'89 a.C. e la formazione delle cd. colonie latine fittizie, si osserva il progressivo adeguamento al modello romano, non solo delle istituzioni politiche cittadine, ma anche dell'urbanistica[48]. Esempi in questo senso si hanno a Verona dove, dopo l'89, è attestata l'edificazione di mura nell'abitato cenomane situato in sinistra d'Adige[49]; a Brescia dove, all'inizio del I secolo a.C., fu edificato un santuario tipicamente romano, formato da un unico podio con quattro celle[50];  ma particolarmente significativo è il caso di Vercelli, al cui patrimonio epigrafico appartiene un documento unico nel suo genere, cioè la stele bilingue latino-celtica (CIL I2, 3403°a[51]) scoperta nel 1960 nel greto del fiume Sesia e ora conservata nel museo archeologico cittadino. Si tratta di un imponente cippo confinario iscritto, che delimita pubblicamente un campus (definito communis deis et hominibus) donato da un notabile locale, Acisius Argantocomaterecus, alla comunità mista libico-romana di Vercelli:

Finis/ campo quem/ dedit Acisius/ Argantocomater/ecus comunem/ deis et hominib / us ita uti lapides/ IIII statuti sunt/ akisiosarkatoko{k}-/materekos to[-]o/ kot[- a]tomteuoχ/ toni[o]n eu.

Il protagonista del documento, forse investito di una carica magistratuale preromana (argantocomaterecus) ma ancora privo della civitas, avendo compiuto un atto di evergetismo a favore della comunità mista libico-romana di Vercelli, si cura di comunicarlo in prima istanza alla componente latina del gruppo e, nel farlo, mostra anche di adeguarsi alle aspettative di questa quando, secondo l'uso romano, definisce il campo oggetto di donazione indicandone i confini (uti lapides quattuor statuti sunt). Non a caso tali indicazioni topografiche, estranee agli usi celtici, mancano nel successivo, e più succinto, testo leponzio[52] che si limita a menzionare il nome del donante e la natura del terreno donato. Oggetto della donazione di Acisius Argantocomaterecus alla comunità di Vercellae è, come si è detto, un campus, significativamente definito nel testo latino "communis deis et hominibus", il che, secondo i linguisti, viene ripreso in quello leponzio forse con le parole teuoχtoni[o]n eu o teuoχtomkoneu.

Secondo un'opinione risalente, che oggi è stata ripresa con particolare vigore[53], l'espressione campus communis deis et hominibus alluderebbe ad un'area locale consacrata nelle forme della ritualità celtica, corrispondente, secondo alcuni, ad un recinto cultuale quadrangolare del tipo dei cd. Viereckschanzen dell'età del Ferro ancora attestati nel I secolo a.C.[54], secondo altri, in particolare il Lejeune[55], ad uno spazio sacro destinato, nella cosmologia celtica, all'incontro rituale fra dei e uomini, che aveva tradizionalmente luogo nell'ultima notte dell'anno[56]. In realtà, come ho cercato di dimostrare in altra sede, il campus a cui si allude qui, segue più probabilmente un modello romano, riproposto da Acisius come manifestazione del suo desiderio di integrazione nel sistema, politico e culturale, del gruppo dominante (anche ai fini dell'eventuale assunzione di una magistratura e del conseguente acquisto della civitas romana). Con l'espressione ‘campus', infatti, Acisio avrebbe inteso riferirsi a quell'area suburbana di ampie dimensioni, corrispondente al campo Marzio di Roma, funzionale ad accogliere flussi ingenti di pubblico e destinata ad esercitazioni militari, parate, giochi pubblici e manifestazioni civiche di vario genere, di cui si hanno ampie attestazioni nelle fonti latine, epigrafiche, giuridiche, letterarie[57]. In questa stessa luce si potrebbe spiegare l'appellativo "communis deis et hominibus", tipico dei luoghi ‘inaugurati' o comunque destinati ad accogliere il popolo per i comizi, i giochi pubblici etc., ed utilizzato a Roma per lo stesso campo Marzio: anch'esso si rivelerebbe funzionale alla riproposizione di scelte urbanistiche tipicamente romane, come segno della piena adesione dell'élite cittadina ai valori di fondo del ceto dominante. Del resto la pratica di dedicare a dei e uomini luoghi cittadini deputati a pubblici intrattenimenti non è priva di esempi nella Gallia romana: lo ha dimostrato Maria Grazia Tibiletti Bruno in un articolo del 1986[58] presentando quattro epigrafi latine (CIL XIII.1376-1377; CIL 11151; ILTG 169[59]; Gallia XXV, 1967, 270[60]) del II secolo d.C. provenienti dalla Gallia centro-settentrionale (precisamente dal territorio dei Bituriges) ove monumenti pubblici di vario genere (theatrum, basilica, porticus, diribitoria, tabernae, etc.), edificati o riedificati sotto la direzione di notabili locali, vengono dedicati agli dei (prima i numina Augusti poi un'altra divinità) e nel contempo destinati espressamente agli usi della comunità (es. usibus rei publicae; ussibusque vicanorum, etc.).

Se è così, la bilingue di Vercelli conferma la tendenza delle colonie latine cd. fittizie ad adeguarsi al modello della capitale anche sotto il profilo urbanistico, riproducendo quell' ‘ordine esteriore', organizzativo e monumentale, proprio delle colonie effettive.

 

 

5. Conclusioni.

 

In esordio al suo manuale di architettura (I.1), Vitruvio sottolinea che «a determinare la professionalità dell'architetto contribuiscono numerose discipline e svariate cognizioni, perché è lui a dover vagliare e approvare quanto viene prodotto dalle altre arti» e che «questa scienza è frutto di esperienza pratica (fabrica) e di fondamenti teorici (ratiocinatio)». Senza la prima non si realizza un ‘progetto', ma solo la sua ‘ombra'. Senza la seconda, l'architetto non potrà vedersi riconosciuta un'auctoritas pari all'impegno da lui stesso profuso[61].

È, in sostanza, il concetto che si è tentato di esprimere in queste pagine: la città ideale per i Romani, rappresentata dalla colonia, non può che essere il risultato di una sapiente commistione fra criteri di ordine - religioso, giuridico, urbanistico etc. - e criteri di funzionalità (utilitas), perché nulla è meno efficace della teoria(che «consiste nella capacità di mostrare e spiegare dettagliatamente la realizzazione dei progetti studiati con cura e precisione nel rispetto delle proporzioni»: Vitr., De arch. I.1), senza la pratica (che deriva «da un continuo e costante esercizio finalizzato a realizzare lo schema di un qualunque progetto, mediante l'attività manuale che plasma la materia»):

 

Fabrica est continuata ac trita usus meditatio ad propositum deformationis, quae manibus perficitur e materia, cuiuscumque generis opus est. Ratiocinatio autem est, quae res fabricatas sollertiae ac rationis pro portione demonstrare atque explicare potest.

 

Ma l'architetto, che è anche urbanista, per Vitruvio (De arch. I.3 ss.) deve possedere - oltre ai segreti della sua ars - i rudimenti di molte altre scienze implicate in quella che professa: le lettere - per redigere appunti -; il disegno - per tracciare schizzi -; la geometria - per sviluppare progetti -; la storia - per spiegare il significato simbolico delle decorazioni -; la filosofia - per abituarsi alle virtù dell'animo ma anche per comprendere i fenomeni naturali -; la musica - per progettare teatri, organi idraulici e altri simili strumenti -; la medicina - per edificare città e dimore salubri -; l'astronomia - per conoscere i punti cardinali, gli equinozi, i solstizi etc. -; e, ‘last but not least', il diritto, e in particolare i responsa iuris consultorum, per non dare adito, a lavoro ultimato, a controversie fra i patres familias sulle pareti comuni degli edifici, gli stillicidia e le cloacae, i lumina, le aquarum ductiones, nonché saper consigliare, laddove necessario, sulla redazione delle leges contractus: infatti, «si lex perite fuerit scripta, erit ut sine captione uterque ab utroque liberetur» (I.10).

Dunque, per Vitruvio, l'architectura esige una formazione interdisciplinare, perché, in quanto arte destinata alla vita dell'uomo, ne catalizza per natura tutte le esigenze - religiose, giuridiche, di sicurezza, di benessere fisico e spirituale etc. - e ad esse deve sapere rispondere.

Ma, a ben guardare, dal nostro punto di vista di studiosi romanisti, quanto scrive Vitruvio significa anche che fonti di cognizione per lo studio del diritto antico non sono soltanto i testi giuridici o in generale quelli letterari o epigrafici di contenuto giuridico, ma anche le stesse realtà archeologiche delle città romane, la cui struttura urbanistica non di rado sottende  significati che vanno ben al di là di ciò che a prima vista appare e che sono anche strettamente connessi con l'immaginario giuridico dell'uomo antico. E questo perché - come è stato scritto - se oggi «lo spazio psicologico, quello culturale, giuridico, religioso non sono presi in esame come aspetti dello spazio ecologico che l'urbanista ha il compito di ottimizzare»[62], la città romana presentava una valenza simbolica molto più complessa ove la divisione degli spazi, l'intersecazione delle linee e la stessa dislocazione degli edifici pubblici e privati rappresentava plasticamente ‘un' modello di vita, ‘un' insieme di credenze e ‘il' complesso dei diritti e doveri del cittadino di quella città: un modello che, non a caso, fu oggetto di imitazione in tutte le città romane dell'impero. Ed è per questo che anche le vestigia archeologiche delle strutture urbane possono rappresentare fonti utili alla conoscenza del diritto romano,  svelandocene magari qualche aspetto inatteso[63].

Perciò, al collega che, dopo la relazione di cui qui si redige il testo, ha commentato dicendo ‘interessante ma non giuridico', rispondo con decisione che arriva un momento - ed è questo - in cui diviene impellente indagare il ‘giuridico' in tutta la multiforme complessità del reale, perché - come già scriveva Giustiniano alle ‘matricole' di diritto (Inst. II.12) - parum est ius nosse, si personae, quarum causa statutum est, ignorentur.

 

 

 

Abstract

 

Roma antica non fu una città ideale, chiusa com'era in una ristretta cerchia di mura e in un reticolo di strade tortuose, sovrappopolata, confusa, mefitica e falcidiata dagli incendi. Ma ciò non significa che, nella civiltà romana, in età repubblicana ed imperiale, mancasse un ideale di città o non lo si sapesse realizzare. Al contrario il modello urbano ‘perfetto' agli occhi dei Romani esisteva e è ancor oggi visibile dove permangono i resti di colonie romane o latine. I criteri a cui i Romani si attennero in tali fondazioni sono quelli dell' ‘ordine' e della ‘funzionalità'. Ciò viene mostrato attraverso una serie di esempi: Ostia, Cosa, Piacenza, Vercelli.

 

Ancient Rome was not an ideal city, as it was confined within a small circle of walls and a network of winding roads, overcrowded, confused, mephitic and drastically reduced by fires. But this does not mean that, in the Roman civilization, during Republican and Imperial age, an ideal city was missing or people did not know how to make it real. On the contrary the ‘perfect' urban model existed in the eyes of the Romans and it is still visible today, wherever ruins of Roman or Latin colonies are found. The criterias followed by the Romans were those of ‘order' and ‘functionality'. This is shown by a series of examples: Ostia, Cosa, Piacenza, Vercelli.

 

Lauretta Maganzani

Professore ordinario di Istituzioni Diritto Romano

Università Cattolica del Sacro Cuore

E-mail: lauretta.maganzani@unicatt.it

 

 

 

 


[1] Testo della relazione pronunciata il 29 gennaio 2014 in occasione dell'Incontro di Studio organizzato da Laura Solidoro e Anna Bottiglieri nell'Università degli Studi di Salerno sul tema ‘La città ideale'.

[2] Lo stesso si dice in Diod. XIV.116.8-9. Anche Tacito, Ann. 15.43, confrontando l'incendio neroniano e quello gallico, ricorda che in quest'ultimo la ricostruzione era avvenuta senza regole e in disordine.  Ma la concordia delle fonti sul punto nasconde forse un'amplificazione annalistica dell'accaduto, volta a celebrare l'eroica ricostruzione di Roma da parte dei superstiti dopo l'incendio gallico. Sul punto cfr. P. Sommella, Piani regolatori e programmazione urbanistica a Roma tra la fine della repubblica e la prima età imperiale, in La ciutat en el món romà. La ciudad en el mundo romano, I, Tarragona, 1994, 363-369; M. Torelli, in P. Gros - M. Torelli, Storia dell'urbanistica. Il mondo romano, Bari, 1988, 115-116. Sulla condizione insalubre e caotica del centro di Roma in età imperiale è ancora utilissima la ricostruzione particolareggiata di L. Homo, Rome impériale et l'urbanisme dans l'antiquité, Paris, 1951, 1 ss.

[3] J. Le Gall, Il Tevere fiume di Roma nell'antichità (trad. it. dell'éd. Paris 1953), Roma, 1995, 39. Sul tema, da ultima, L. Maganzani, Le inondazioni fluviali in Roma antica: aspetti storico-giuridici, in La città liquida, la città assetata: storia di un rapporto di lunga durata, a cura di M. Galtarossa e L. Genovese, Roma, 2014, 65-80 (saggio pubblicato anche in Revisione ed integrazione dei Fontes Iuris Romani Antejustiniani [FIRA]. Studi preparatori I, Leges, a c. di G. Purpura, Torino, 2012, 93-102): a questo contributo rinvio per fonti e letteratura. Sui fiumi e la città, da ultimo, J.B. Campbell, Rivers and the power of ancient Rome, Chapel Hill, 2012.

[4] Sul punto rinvio in particolare alla classica monografia di J. Rykwert, L'idea di città. Antropologia della forma urbana nel mondo antico (trad. it. dell'originale The Idea of a Town, I ed. 1963), Milano, 2002. Di colonia come ‘ciudad romana ideal' parla espressamente P. Paz Lopez, La Ciudad Romana Ideal. 1. El Territorio, Santiago De Compostela, 1994. Inoltre sull'ideale di città rappresentato dalle colonie, da ultimi, J. Pelgrom, Roman colonization and the city-state model, in Roman colonization under the Republic. Towards a new interpretative framework, edd. T.D. Stek, J. Pelgrom, Termeer UK, 2013, 65-75; Id., Colonial Landscapes. Demography, Settlement Organization and Impact of Colonies founded by Rome, Diss. Leiden, 2011; Id., Settlement Organization and Land Distribution in Latin Colonies before the Second Punic War, in People, Land and Politics. Demographic Developments and the Transformation of Roman Italy 300 B.C. AD 14, edd. L. De Ligt, S.J. Northwood, Leiden, 2008, 333-372; R. Laurence - S. E. Cleary - G. Sears, The city in the Roman west, c. 250 B.C. - c. A.D. 250, Cambridge, 2011; S. Roselaar, Public land in the Roman Republic. A social and economic history of ‘ager publicus' in Italy, 396-89 BC., Oxford, 2010; J. Sewell, The formation of Roman urbanism, 339-200 B.C.: bet­ween contemporary foreign influence and Roman tradition, Portsmouth, 2010; E. Bispham, ‘Coloniam deducere'. How Roman was Roman colonization during the Middle Republic?, in Greek and Roman Colonization. Origins, Ideologies and Interactions, Swansea, 2006, 73-160; Id., From Asculum to Actium: the municipalization of Italy from the Social War to Augustus, Oxford, 2007; G. Bradley, Colonization and identity in Republican Italy, in Greek and Roman Colonization. Origins, Ideologies and Interactions, Swansea, 2006, 161-187.

[5] Di recente, tuttavia, è stato messo in dubbio che il capitolium fosse tipico della città romana, essendosi evidenziata la sua assenza in molte civitates dell'impero: J.C. Crawley Quinn, A. Wilson, Capitolia, in JRS 103, 2013, 117-173.

[6] G. Bejor, Il segno monumentale nelle città: l'azione del modello centrale, in Civiltà dei Romani. La città, il territorio, l'impero, a cura di S. Settis, Milano, 1990, 65.

[7] J. Ch. Balty, Le centre civique des villes romaines et ses espaces politiques et administratives, in La ciutat en el món romà. La ciudad en el mundo romano, I, Tarragona, 1994, 91-99.

[8] Fra l'amplissima bibliografia mi limito a citare P. Zanker, La città romana (Trad. it.), Roma - Bari, 2013; Aa.Vv., Colons et colonies dans le monde romain. Études réunies par Ségolène Demougin et J. Scheid, Rome, 2012; R. Laurence - S. Esmonde-Cleary - G. Sears, The city in the Roman West c. 250 BC - AD 250, Cambridge, 2011; G. Chouquer, La terre dans le monde romain. Anthropologie, Droit, Géographie, Paris, 2010, 172 ss.;  U. Laffi, Colonie e municipi nello Stato romano, Roma, 2007; C. Kunst, Leben und Wohnen in der römischen Stadt, Darmstadt, 2006, in part. 15 ss.; M.J. Castillo Pascual, Espacio en orden: el modelo gromático romano de ordenación del territorio, Logroño, 1996, passim; Cl. Moatti, Archives et partage de la terre dans le monde romain (II s. av. J. Chr. - I s. ap. J. Chr.), Rome, 1993; F. T. Hinrichs, Die Geschichte der gromatischen Institutionen. Untersuchungen zu Landverteilung, Landvermessung, Bodenverwaltung und Bodenrecht im römischen Reich, Wiesbaden, 1974 = Trad. franç., Histoire des Institutions gromatiques, Paris, 1989, passim. Inoltre i seguenti saggi: Ph. Leveau, ‘Territorium urbis'. Le territoire de la cité romaine et ses divisions: du vocabulaire aux réalités administratives, in Revue des Études Anciennes 95, 1993, 3-4, 459-471; J. Peyras, Statut des villes et territoire des cités: le mot ‘urbs' et ses derives chez les arpenteurs romains, in Cité et territoire. Colloque Européen, Annales Littéraires de l'Université de Besançon 1995, 33-66.

[9] Sul tema si v. sop. J. D. Gargola, Land, Laws, and Gods. Magistrates and ceremony in the regulation of public lands in Republican Rome, Chapel Hill, NC, 1995. Inoltre L. Maganzani, ‘Loca sacra' e ‘terminatio agrorum' nel mondo romano: profili giuridici, in Finem dare. Il confine, tra sacro, profano e immaginario. A margine della stele bilingue di Vercelli, in Atti del Convegno Internazionale - Vercelli, 22-24 maggio 2008, a cura di G. Cantino Wataghin, Vercelli, 2011, 109-124; J. D. Gargola, Hyginus Gromaticus and Frontinus on the Installation of Limites: Ritual, Law, and Legitimacy, Concepts, in Pratiques et enjeux environnementaux dans l'empire romain, a cura di R. Bedon, E. Hermon, Caesarodunum XXXIX, 2005, 125-152; G. Colonna, La ‘disciplina' etrusca e la dottrina della città fondata, in Studi Romani, LII, 2004, 303-311; A. Zaccaria Ruggiu, Spazio privato e spazio pubblico nella città romana, Roma, 1995, 10 ss.; J. Linderski, The Augural Law, in ANRW II.16, 3, Berlin - New York, 1986, 2256-2296; P. Catalano, Aspetti spaziali del sistema giuridico-religioso romano. ‘Mundus', ‘templum', ‘urbs', ‘ager', ‘Latium', ‘Italia', in ANRW II.16, Berlin - New York, 1978, 440 ss. e Contributi allo studio del diritto augurale, I, Torino, 1960, 248 ss. Sull'‘ossessione' religiosa dei confini propria dei Romani e sui rituali della fondazione cittadina, cfr. G. De Sanctis, La morte di Remo e il primo comandamento della città, in Città pagana - Città cristiana. Tradizioni di fondazione, in Atti del Convegno di Roma, 2-3 luglio 2007, Studi e Materiali di Storia delle Religioni 75/1, 2009, 65-87.

[10] Cfr. R. Laurence - S. E. Cleary - G. Sears, The city, cit., 64 ss.; F. Pina Polo, The ‘consulat' Rome. The Civil Functions of the Consuls in the Roman Republic, Cambridge, 2011, 172 ss.; A. Petrucci, Colonie romane e latine nel V e IV sec. a.C. I problemi, in Legge e società nella repubblica romana, a cura di F. Serrao, II, Napoli, 2000, 1 ss.; F. T. Hinrichs, Die Geschichte, cit., 1 ss. = Histoire, cit., 1 ss.; E.T. Salmon, La fondazione delle colonie latine, in Misurare la terra. Centuriazione e coloni nel mondo romano. Città, agricoltura, commercio: materiali da Roma e dal suburbio, Modena, 1985, 14; Id., Roman Colonization under the Republic, London, 1969, 70 ss.

[11] J. Ch. Balty, Le centre, cit., 91-99.

[12] J. Ch. Balty, Le centre, cit., 92. Cfr. P. Gros, Les étapes de l'aménagement monumental du ‘forum': observations comparatives (Italie, Gaule Narbonnaise, Tarraconaise), in La città nell'Italia settentrionale in età romana. Morfologie, strutture e funzionamento dei centri urbani delle regiones X e XI. Atti del convegno organizzato dal dipartimento di scienze dell'Antichità dell'Università di Trieste e dall'École française de Rome, Trieste, 13-15 maggio 1987, Trieste-Roma, 1990, 29-68;  R. Laurence - S. E. Cleary - G. Sears, The city, cit., 37 ss. Per un'analisi degli aspetti istituzionali, ma anche materiali ed urbanistici, della città romana alla luce delle fonti giuridiche, v. J. Dubouloz, Territoire et patrimoine urbains des cités romaines d'Occident (I siècle av. J.-C. - III siècle ap. J.-C.). Essai de configuration juridique, in MEFRA 115, 2003, 921-957.

[13] Tale complessità progettuale è messa bene in luce, ad es., dalle ricerche sulla fondazione di Aquileia nel 181 a.C.: M. P. Muzzioli, La centuriazione di Aquileia. Scelte tecniche nella progettazione, in La forma della città e del territorio - 2, Atl. Tem. di Topogr. Antica, Atta, 14, 2005, 9, 7-35. Lo stesso risulta dalle ricerche sulla città di Mediolanum, ad es. da M. V. Antico Gallina, L'agro centuriato di Mediolanum: una osmosi tra uomo e ambiente, in Index, 32, 2003, 1-21.

[14] E. T. Salmon, La fondazione, cit., 14.

[15] Sul testo, cfr. da ultimo C. Zaccaria, T. Annius T.f. tri(um)vir e le prime fasi della colonia latina di Aquileia. Bilancio storiografico e problemi aperti, in Hoc quoque laboris praemium. Scritti in onore di Gino Bandelli, a cura di M. Chiabà, Trieste, 2014, 519-552, a cui rinvio per la bibliografia.

[16] Sul tema L. Gagliardi, Mobilità e integrazione delle persone nei centri cittadini romani. Aspetti giuridici. La classificazione degli ‘incolae', Milano, 2006.

[17] E. T. Salmon, La fondazione, cit., p. 14.

[18] Su questo rapporto, ad es., G. Chouquer, La terre, cit., 118 ss.; M. C. Parra, La centuriazione e l'occupazione del territorio, in  Civiltà dei Romani. La città, il territorio, l'impero, a cura di S. Settis, Milano, 1990, 83-85; 92; A. Carandini, La presenza della città nella campagna. All'origine del fenomeno nell'Italia centrale tirrenica, in La ciutat en el món romà. La ciudad en elmundo romano, I, Tarragona, 1994, 153-158; S. J. Keay, Towns in the Roman world: economic centres or cultural symbols?, ibidem, 253-259; Ph. Leveau, La ville romaine et son espace territorial, ibidem, 273-284.

[19] Cfr. Aa.Vv., City and Country in the ancient world, edd. J. Rich, A. Wallace-Hadrill, London New York, 1991, in particolare M. Millet, Roman towns and their territories: an archaeological perspective, 169-189; D. Perring, Spatial organisation and social change in Roman towns, 273-293.

[20] E. Mattiocco, F. van Wonderghem, Sistemi irrigui nel territorio dei Peligni tra antichità e medioevo, in Interventi di bonifica agraria nell'Italia romana, in Atl. Tem. di Topogr. Ant. 1995, 201.

[21] P.L. Dall'aglio, Considerazioni sull'intervento di Marco Emilio Scauro nella Pianura Padana, in Inteventi di bonifica agraria nell'Italia romana, Atl. Tem. di Topogr. Ant. 1995, 87 ss.

[22] La letteratura su questo tema è divenuta negli ultimi tempi abbondante: cfr. ad es. Aa.Vv., La città liquida, la città assetata. Storia di un rapporto di lunga durata, a cura di M. Galtarossa, L. Genovese, Roma, 2014; Aa.Vv., Riparia, un patrimoine culturel. La géstion intégrée des bords de l'eau, a cura di E. Hermon, A. Watelet, O­xford, 2014; Aa.Vv., Riparia dans l'Empire Romain pour la définition du concept, a cura di E. Hermon, Oxford, 2010; Aa.Vv., Vers une gestion intégrée de l'eau dans l'empire romain, a cura di E. Hermon, Atl. Tem. di Topogr. Antica 2008, Suppl. 16; Aa.Vv., Société et climats dans l'empire romain. Pour une perspective historique et systématique de la gestion des ressources en eau dans l'empire romain, a cura di E. Hermon, Napoli, 2009; Aa.Vv., Uomo, acqua e paesaggio. Atti dell'Incontro di studio sul tema ‘Irregimentazione delle acque e trasformazione del paesaggio antico', S. Maria Capua Vetere, 22-23 novembre 1996, Atl. Tem. di Topogr. Antica II Supplemento 1997. Si v. anche L. Maganzani, ‘Ripae fluminis' e dissesti idrogeologici tra indagine geomorfologica e riflessione giurisprudenziale, in Jus LVII, 2010, 175-193 (= Revisione ed integrazione dei ‘Fontes Iuris Romani Antejustiniani', FIRA, Studi preparatori I, Leges, a cura di G. Purpura, Torino, 2012, 61-84).

[23]R. Laurence - S. E. Cleary - G. Sears, The city, cit., 37 ss.; P. Zanker, The city as a symbol: Rome and the creation of a urban image, in Romanization and the City. Creation, Transformations, and Failures. Proceedings of a Conference held at the American Academy in Rome, 14-16 may 1988, Portsmouth, Rhode Island, 2000, 25-41; M. Torelli, Il modello urbano e l'immagine della città, in Civiltà dei Romani. La città, il territorio, l'impero, a cura di S. Settis, Milano, 1990, 44 ss.; P. Sommella, Italia antica. L'urbanistica romana, Roma, 1988, 17 ss.

[24] Sulla struttura urbanistica delle colonie marittime cfr. L. Migliorati, ‘Coloniae maritimae': riflessioni urbanistiche, in La ciutat en el món romà. La ciudad en elmundo romano, II, Tarragona, 1994, 281-282.

[25] Per una rivalutazione della tradizione dei bina iugera a fronte delle critiche diffuse in letteratura sulla sua attendibilità, di recente, C. Viglietti, Il limite del bisogno. Antropologia economica di Roma arcaica, Bologna, 2011, 139 ss. Bisogna comunque ricordare che, dopo il 181 a.C., in corrispondenza alla crisi della formula di colonizzazione latina (che privava i coloni della civitas romana),  anche quella romana mutò radicalmente, interessando territori più ampi, prevedendo l'assegnazione di lotti di dimensioni maggiori, perdendo la funzione originaria di difesa costiera e attribuendo alle città una maggiore autonomia, rappresentata dal punto di vista urbanistico in particolare dal foro.

[26] M. Torelli, Il modello, cit., 45; M. Torelli, in P. Gros - M. Torelli, Storia, cit., 163.

[27] M. Torelli, in P. Gros - M. Torelli, Storia, cit., 159.

[28] M. Torelli, Il modello, cit., 46.

[29] Sull'urbanistica ostiense e la sua storia la letteratura è amplissima. Oltre ai classici di G. Calza, Scavi  di Ostia. Topografia generale, I, Roma, MCMLIII,  R. Meiggs, Roman Ostia, Oxford, 1977, R. Chevallier, Ostie antique, ville et port, Paris, 1986, mi limito a citare alcuni contributi recenti: ad es. L. B. Van DerMeer, Ostia speaks. Inscriptions, buildings and spaces in Rome's main port, Leuven, 2012; G. De La Bedoyere, Cities of Roman Italy. Pompeii, Herculaneum and Ostia, London, 2010; C. Pavolini, Ostia, Roma-Bari, 2006; G. S. Aldrete, Daily life in the Roman city. Rome, Pompeii, and Ostia, Westport, Connecticut - London, 2004, 203 ss.; A. Pellegrino, Il territorio ostiense nella tarda età repubblicana, in Ostia, Cicero, Gamala, Feasts, & the economy. Papers in memory of John H. D'Arms, edd. A. Gallina Zevi, J.H. Humphrey, Portsmouth, Rhode Island, 2004 (Journal of Roman Archaeology, Suppl. Ser.  57), 33-45; M. Heinzelmann - A. Martin, River port, navalia and harbor temple at Ostia: new results of a DAI-AAR Project, in Journal of Roman Archaeology, 15, 2002, 2-19; F. Zevi, Origini di Ostia, in Ostia e Portus nelle loro relazioni con Roma. Atti del Convegno all'Institutum Romanum Finlandiae, 3-4 dicembre 1999, a cura di Ch. Bruun, A. Gallina Zevi, Roma, 2002, 11-32; Id., Appunti per una storia di Ostia repubblicana, in MEFRA, 114, 2002, 7-11; R. Mar, Ostia, una ciudad modelada por elcomercio. La construcción del foro, ibidem, 111-180; F. Zevi, Les débuts d'Ostie, in Ostia, port et porte de la Rome antique, a cura di J.-P. Descœudres, Musée Rath Genève, 2001, 3-7; Id., Ostie sous la République, ibidem, 10-19. 

[30] Aa.Vv., I santuari, il fiume, gli empori, in Storia di Roma, I. Roma in Italia, dir. A. Momigliano, A. Schiavone, Torino, 1988, 136 ss.

[31] Sul testo L. Maganzani, Gli incrementi fluviali in Fiorentino VI Inst. (D.41.1.16), in SDHI LIX, 1993, 207-258. 

[32]M. Cébeillac Gervasoni, Les rapports institutionels et politiques d'Ostie et de Rome de la république au III siècle ap. J.-C., in MEFRA 114, 2002, 59-86; Ead., I magistrati della colonia di Ostia in età repubblicana, in Epigrafia e territorio. Politica e società. Temi di antichità romane, III, a cura di M. Pani, Bari, 2004, 7-15; M. Cébeillac Gervasoni, F. Zevi, Pouvoir local et pouvoir central à Ostie, Les élites municipales de l'Italie péninsulaire de la mort de César à la mort de Domitien entre continuité et rupture. Classes sociales dirigeantes et pouvoir central, a cura di M. Cébeillac Gervasoni, Rome, 2000, 5-31.

[33] F. Brown, Cosa: the making of a Roman town, Ann Arbor, 1980; E. Fentress, Introduction: Frank Brown, Cosa, and the idea of a Roman city, in Romanization and the City. Creation, Transformations, and Failures. Proceedings of a Conference held at the American Academy in Rome, 14-16 may 1988, Portsmouth, Rhode Island, 2000, 11-23 (bibl. su Cosa p. 9 s.); M. Conventi, Città romane di fondazione, Roma, 2004, pp. 45-47; M. Torelli, in P. Gros - M. Torelli, Storia, cit., 173 s.; J. Ch. Balty, Le centre, cit., 91 s.; M. Baldassarri, Cosa - Ansedonia, in Archeologia urbana in Toscana. La città altomedioevale, Mantova, 1999, 117-126.

[34] M. Torelli, Il modello urbano, cit., 46.

[35] Ma di recente è stato messo in dubbio che il templum di Cosa sia effettivamente un Capitolium: cfr. J.C. Crawley Quinn - A. Wilson, Capitolia, cit., 117 ss.

[36] M. Torelli, in P. Gros - M. Torelli, Storia, cit., 174 s.

[37]Per un'interpretazione storica della centuriazione romana, in Athenaeum, 73, 1985, = Italia romana, Como, 1994, 187.

[38] M. Torelli, in P. Gros - M. Torelli, Storia, cit., 181.

[39] M. Torelli, in P. Gros - M. Torelli, Storia, cit., 179.

[40]P. L. Dall'Aglio - L. Pellegrini - K. Ferrari - G. Marchetti, Correlazioni tra geografia fisica e urbanistica antica: il caso della pianura Padana centrale, in Atti Soc. Tosc. Sci. Nat.; Mem., Serie A, 116, 2011, 85-94;  P. L. Dall'Aglio - G. Marchetti - K. Ferrari - M. Daguati, Geomorfologia e città di fondazione in pianura Padana: il caso di Placentia, in Forme e tempi della urbanizzazione della Cisalpina (II sec. a.C. - I sec. d.C.), Atti delle giornate di studio, Torino, 4-6 maggio 2006, a cura di Brecciaroli Taborelli L., Firenze, 2007, 85 ss.; P. L. Dall'Aglio - G. Marchetti - K. Ferrari - M. Daguati, La geografia fisica di Piacenza romana, in Rivista di Topografia Antica, XVIII, 2008, 7-22;  G. Marchetti - P. L. Dall'Aglio, Geomorfologia e popolamento antico nel territorio piacentino, in Storia di Piacenza 1, Dalle origini all'anno Mille,  2, Piacenza, 1990, 543-685.;  M. L. Pagliani, Piacenza: forma e urbanistica, Roma, 1991, 41 ss.; M. Conventi, Città, cit., 57-59.

[41] Nel 218 Placentia doveva controllare sia il guado del Po che l'attraversamento del Trebbia, fiume che, in quell'epoca, doveva avere la sua foce a est della città. In seguito il fiume cambiò corso, forse subito prima o durante la rifondazione coloniale del 190: sul tema P. L. Dall'Aglio - G. Marchetti - K. Ferrari - M. Daguati, Geomorfologia, cit., 85 ss.;  G. Marchetti, P.L. Dall'Aglio, Geomorfologia e vicende storiche nel territorio piacentino. 1. La battaglia del Trebbia (218 a.C.), in Atti dell'Istituto di Geologia dell'Università di Pavia, 30, 1982, 142-160.

[42] M. L. Pagliani, Piacenza, cit., 41.

[43] M. L. Pagliani, Piacenza, cit., 42.

[44] M. L. Pagliani, Piacenza, cit., 41.

[45] G. Alföldi, Evergetismo en las ciudades del imperio romano, in La ciutat en el món romà. La ciudad en el mundo romano, I, Tarragona, 1994, 63-67.

[46] P. Zanker, The city, cit., 25 ss.; M. Torelli, in P. Gros - M. Torelli, Storia dell'urbanistica cit., p. 185.

[47] M. Torelli, Un ‘templum' augurale di età repubblicana a Bantia, in Rend. Acc. Lincei, Cl. Sc. Morali, XXI, 1966, 265-315; Id., Una nuova epigrafe di Bantia e la cronologia dello statuto municipale bantino, in Athenaeum, 61, 1983, 252-257; A. Russo, Banzi, in Da Leukania a Lucania. La Lucania centro orientale fra Pirro e i Giulio-Claudii, Venosa, Castello Pirro del Balzo, 8 novembre 1992 - 31 marzo 1993, 29-30; A. Bottini, Banzi, in Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle isole tirreniche, diretto da G. Nenci, G. Vallet, III Siti, Pisa - Roma, 1984, 390-395; L. Del Tutto Palma, Bantia. Sulla nuova epigrafe pubblicata da M. Torelli (Athenaeum LXI, 1983, pp. 252-257), in Studi Etruschi, LIII - MCMLXXXV, Serie III, 1987, 280-284; M. Tagliente, Banzi, in Basilicata - L'espansionismo romano nel sud-est d'Italia: Il quadro archeologico. Atti del convegno Venosa 23-25 aprile 1987, in Leukania, 2, 1990, 71; D. Fasolini, La città di Bantia e la tribù Camilia, in Epigraphica, LXXI, 1-2, 2009, 385-390.

[48] D. Kremer, ‘Ius latinum'. Le concept de droit latin sous la république et l'empire, Paris, 2006, 127-128 sottolinea questa influenza dell'attribuzione del titolo di colonia nell'89 a.C. alle città transpadane sulle relative strutture urbanistiche. Sulle colonie cd. ‘fittizie', da ultimo, S. Barbati, In Pis. 3 Clark: sulle cosiddette ‘colonie latine fittizie' transpadane, in Revista General de Derecho Romano, 18, 2012, 1-44 (Revistas@iustel.com); Id., Ancora sulle cosiddette ‘colonie latine fittizie' transpadane (Asc. In Pis. 3 Clark), in Quaderni Lupiensi di Storia e Diritto, III, 2013, 59-106. V. anche la ricostruzione d'insieme proposta da F. Cassola, La colonizzazione romana della Transpadana, in Die Stadt in Oberitalien und in den nordwest lichen Provinzen der Römischen Reiches. Deutsch-Italienisches Kolloquium im italienischen Kulturinstitut Köln, a cura di W. Eck, H. Galsterer, Mainz am Rhein, 1991, 17-40, nonché i contributi raccolti in La città nell'Italia settentrionale in età romana. Morfologie, strutture e funzionamento dei centri urbani delle regiones X e XI. Atti del convegno organizzato dal dipartimento di scienze dell'Antichità dell'Università di Trieste e dall'École française de Rome, Trieste, 13-15 maggio 1987.

[49] Cfr. G. Cavalieri Manasse, Gli scavi del complesso capitolino, in L'area del ‘Capitolium' di Verona. Ricerche storiche e archeologiche, a cura di G. Cavalieri Manasse, Verona, 2008, 76; L. Malnati - L. Salzani - G. Cavalieri Manasse, Verona: la formazione della città, in Des Ibères aux Vénètes, a cura di S. Agusta-Boularot, X. Lafon, Rome, 2004, 348-378.

[50] Cfr. F. Rossi, Brixia tra età tardorepubblicana e I secolo d.C. Nuovi dati dall'area del Capitolium, in Forme e tempi dell'urbanizzazione nella Cisalpina (II secolo a.C. - I secolo d.C.), Atti delle giornate di studio, Torino, 4-6 maggio 2006, a cura di L. Brecciaroli Taborelli, Borgo San Lorenzo, 2007, 205-214; F. Rossi - A. Garzetti, Nuovi dati sul santuario tardo-repubblicano di Brescia, in Splendida Civitas nostra. Studi in onore di A. Frova, Roma, 1995, 77-94; M. P. Rossignani, Gli edifici pubblici nell'Italia settentrionale fra l'89 a.C. e l'età augustea, in La città nell'Italia settentrionale in età romana. Morfologie, strutture e funzionamento dei centri urbani delle regiones X e XI. Atti del convegno organizzato dal dipartimento di scienze dell'Antichità dell'Università di Trieste e dall'École française de Rome, Trieste, 13-15 maggio 1987, 305-338.

[51] Il testo è  ripubblicato da M. Lejeune in Recueil des inscriptions gauloises (R.I.G.), vol. II, 1, Textes Gallo-Etrusques. Textes Gallo-Latins sur pierre, XLV supplément à Gallia, Paris, 1988, E-2, 25-37 e da S. Giorcelli Bersani nei Supplementa Italica, Nuova Serie, 19, Roma, 2002, 297-300. Recentemente al documento è stato dedicato un convegno dal titolo Finem dare. Il confine, tra sacro, profano e immaginario. A margine della stele bilingue del Museo Leone di Vercelli, Convegno Internazionale, Vercelli, 22-24 maggio 2008, Vercelli, 2011: vi compare anche un mio saggio dal titolo ‘Loca sacra e terminatio agrorum nel mondo romano: profili giuridici', 109-124, a cui rinvio per la lett. precedente.  Sul documento cfr. anche L. Maganzani, ‘Ius Latii' ed urbanistica locale in Transpadana: il caso di Vercelli, in Minima Epigraphica et Papyrologica XII-XV, 2009-2012, 14-17, 187-200. Da ultima P. Biavaschi, Mediazione linguistica tra esperienza giuridica e diacronia, in Mediazione linguistica e professioni, a cura di D. Crotti, Kotoba. Parola - Testo - Mediazione, III, testo disponibile on line su http://air.unimi.it.

[52] Lo nota S. Giorcelli Bersani, Il cippo bilingue latino-celtico di Vercelli: nuove osservazioni, in Usi e abusi epigrafici. Colloquio internazionale di Epigrafia, Genova, 20-22 settembre 2001, Roma, 2003, 215.

[53]F. M. Gambari, Per una lettura ‘protostorica' della bilingue di Vercelli, in Finem, cit., 47-65; P. De Bernardo Stempel, Il testo pregallico della stele di Vercelli nel contesto delle lingue celtiche, con un'appendice sull'indicativo passato del verbo celtico continentale, ibidem, 67-79.

[54] P. Baldacci, Una bilingue latino-gallicadi Vercelli, in Rend. Acc. Linc., 32, 1977, 344; F. Marco Simón, La individuación des espacios agrado: testimonios cultuales nel nordeste hispánico, in Religio deorum, Actas del Coloquio Internacional de Epigrafía, Culto y Sociedad en Occidente, Barcelona, a cura di M. Meyer, Sabadell, 1988, 317-324; S. Giorcelli Bersani, Supplementa, cit., 19, 299-300 e Il laboratorio dell'integrazione. Bilinguismo e confronto multiculturale nell'Italia della prima romanità, Torino, 2002, 73 s. e nt. 25, 26; ibidem, 83 s.

[55] M. Lejeune, Recueil, cit., 32; Id., "Enclos sacré" dans les épigraphies indigènes d'Italie, in Les bois sacrés. Actes du Colloque International organisé par le Centre Jean Bérard et l'Ecole Pratique des Hautes Etudes, Naples, 1993, 100 ; Id., Une bilingue gauloise-latine à Verceil, in CRAI, 121.1, 1977, 602 ss.  

[56] Secondo fonti della tradizione medievale irlandese, la comunione fra dei e uomini esistente all'inizio dei tempi, avrebbe poi lasciato il posto ad un annuale incontro rituale, da svolgersi in un luogo sacro privilegiato, a ciò appositamente destinato durante la cd. notte di Samain (dal 31 ottobre al I novembre). 

[57] Cfr., ad es., CIL V.5279 = ILS 6728 proveniente da Comum, ove L. Caecilius L.f. Cilo, notabile locale parente di Plinio il giovane, dispone che, con la rendita dei 40.000 sesterzi da lui legati ai municipes, ogni anno, durante i Neptunalia, sia gratuitamente distribuito olio da massaggio nel campo e negli stabilimenti termali e balneari della città; CIL I2.1529 = CIL I.1166 = CIL X.5807 = ILS 5348 = ILLRP 528, testo arcaico-repubblicano proveniente da Aletrium, Regio I, ove, fra le varie infrastrutture cittadine, viene indicato il ‘campus ubi ludunt', sottolineandone la destinazione sportiva, ricreativa e di addestramento militare.   Lo stesso Vitruvio menziona il campus suburbano come componente urbanistica costante della città antica (De arch. I.7.1) e ciò trova conferma nei testi giuridici del Digesto e delle Istituzioni giustinianee, particolarmente attenti, nella loro valenza casistica, alla realtà quotidiana della vita cittadina (D. 9.2.9.4 Ulp. 18 ad ed.; D.13.6.5.15 Ulp. 28 ad ed.; D.43.8.2.9 Ulp. 68 ad ed.; I.4.3.4). La ricerca archeologica e toponomastica confermano l'uso delle città occidentali di dotarsi fuori porta di recinti quadrangolari spianati e scoperti sull'esempio del Campo Marzio, non di rado arricchendoli di mura, portici, piscine, condutture per l'acqua o altre infrastrutture architettoniche strumentali.

[58] Su e giù per l'Italia: noterelle linguistiche, in Studi Orientali e Linguistici, 3, 1986, 343-346.

[59] P. Wuilleumier, Inscriptions latines des trois Gaules, XVII, suppl. à Gallia, Paris, 1963, 61 n. 169.

[60] G.-Ch. Picard, ANRW, II-3, 1975, 107.

[61] Sui concetti di ratiocinatio e fabrica in Vitruvio e sulla concezione dell'architettura come sapere interdisciplinare, A. Zaccaria Ruggiu, Spazio, cit., 121 ss.

[62] J. Rykwert, L'idea, cit., 7.

[63] Sul punto già si era espresso A. Biscardi, La città antica come fatto di cultura nei suoi aspetti giuridici: introduzione, in La città antica come fatto di cultura. Atti del Convegno di Como e Bellagio 16/19 giugno 1979, Como, 1983, 177-184.