La Genesi

del ‘Manifesto di Ventotene'

 

(pdf per la stampa)



1. Riprendere l'approccio spinelliano alla questione europea

 

Dei due personaggi che sono stati determinanti nel secolo scorso per la nascita di un'Europa libera e unita, Altiero Spinelli e Jean Monnet, quest'ultimo sembra aver avuto un successo maggiore per la sua politica pragmatica dei ‘piccoli passi', che ha portato ad una parziale unificazione del continente[1].

Tale unificazione, sebbene in sé positiva, specialmente se confrontata con i disastri prodotti dai nazionalismi ottocenteschi, ha tuttavia mostrato il limite di una mancanza di ispirazione alta, di motivazione etica, riducendosi, nei fatti, ad una unione, neppure perfetta, dei vari stati su base economica.

Oggi l'idea di Europa è evidentemente in sofferenza, come dimostra anche il solo fatto che dei partiti politici pensino di poter lucrare vantaggi elettorali presentandola ai cittadini come un nemico da combattere. Questo getta un'ombra di pessimismo sugli sviluppi futuri dell'unificazione europea.

A meno che non si ritorni all'idea spinelliana di Europa: un'Europa dei popoli non dei governi, dei valori non delle burocrazie, che sia capace di infiammare i cuori, specialmente quelli dei giovani, ai quali, in tutte le epoche, è affidato il cambiamento.

È per tale motivo che intendo in questa occasione richiamare l'attenzione sull'idea d'Europa promossa da Altiero Spinelli, ed anche sul vissuto dell'esule di Ventotene, perché è attraverso l'‘esempio' che si acquisisce la forza morale per compiere le grandi imprese.

Altiero Spinelli nutrì una grande passione civile e politica che ha contribuito a cambiare il volto del mondo: a lui dobbiamo la più lucida intuizione e la più coerente battaglia per una Unione Europea intesa come strumento per affermare pace, libertà, benessere in una vasta area del mondo. Per patrocinare questa idea forte di civiltà europea Spinelli dovette combattere una dura battaglia contro un regime dittatoriale, ma la sua perseveranza non violenta ebbe ragione della violenza dei suoi persecutori: l'idea di un'Europa Unita e libera è ormai per noi abitanti di questo continente familiare e condivisa.

 

 

2. La militanza politica

 

Altiero Spinelli nasce a Roma il 31 agosto 1907. Il padre, Carlo, era un funzionario dello Stato di idee socialiste. Nel 1924 Altiero, diciassettenne, aderisce al Partito Comunista e diventa segretario interregionale della gioventù comunista nel centro Italia. Sembra che la causa occasionale della sua adesione al neonato Partito Comunista (fondato a Livorno il 21 gennaio 1921) fu la reazione emotiva a un'incursione di squadracce fasciste nel quartiere operaio di San Lorenzo. Si manifesterebbero così subito aspetti fondamentali del carattere di Altiero Spinelli: la repulsione per la violenza e l'impegno civile.

Iscrittosi alla Facoltà di Giurisprudenza, è uno dei primi a cadere nelle maglie delle ‘leggi speciali'[2], varate dal regime fascista dopo il delitto Matteotti per eliminare le principali garanzie costituzionali: Spinelli subisce una condanna al confino di polizia nel 1926 per le sue attività di propaganda fra gli studenti universitari e passa in clandestinità per sottrarsi all'arresto, trasferendosi nel Nord Italia. Prende il ‘nome di battaglia' di Ulisse, il mitico esule, poiché vaga alla ricerca di sé stesso, affrontando dure prove[3].

La polizia fascista ritiene Spinelli, nonostante la sua giovane età e la sua inesperienza politica, un individuo estremamente pericoloso, proprio per la sua intelligenza, le capacità organizzative, il potere di persuasione e la dedizione totale alla causa. Il 3 giugno 1927, Spinelli, non ancora ventenne, viene arrestato a Milano e tradotto a Roma per essere processato dal Tribunale speciale[4]: viene condannato a 16 anni e 8 mesi di carcere, più tre anni di vigilanza speciale. Dopo un primo periodo, di circa un anno, trascorso a ‘Regina Coeli' a Roma in attesa di processo e in attesa di trasferimento, Spinelli viene imprigionato a Lucca, dove resterà quasi 3 anni.

È sottoposto a un duro regime carcerario e a forti pressioni psicologiche perché ‘abiuri': il regime, infatti, tende a ‘compromettere' i suoi oppositori, piuttosto che ad eliminarli fisicamente: una semplice domanda di grazia indirizzata al Duce del fascismo in toni ossequiosi è sufficiente per minare irrimediabilmente il prestigio di un uomo politico. Spinelli non cede alla tentazione di riacquistare la propria condizione civile e gli agi di una vita borghese: rifiuta di inoltrare domanda di grazia in nome di ideali non negoziabili e di un destino cui si sentiva chiamato, come ricorderà negli anni della maturità:

«Messo alle strette dovevo riconoscere che si trattava di una scelta totale: o una vita sicura, normale, ma il cui stesso atto di nascita ne avrebbe suggellato una volta per sempre il carattere oscuro e volgare - oppure una vita che mirasse in alto, che volesse produrre qualcosa che restasse, e non volesse solo servire a soddisfare se stessa ... Ma sentivo che per poter forse un giorno intravedere tutto ciò, dovevo conservarmi puro, che il gesto di sottomissione era un atto impuro il quale mi avrebbe sbarrato per sempre il cammino ambizioso, e che questo mi importava più della libertà animale»[5].

Il pertinace oppositore da Lucca viene trasferito a Viterbo (dove gli viene negato perfino l'uso di una penna o di una matita), per poi essere definitivamente incarcerato a Civitavecchia nel 1932 insieme a molti altri fra i massimi esponenti dell'antifascismo. Spinelli approfitta del periodo di carcerazione per dedicarsi allo studio e alla lettura, approfondendo la conoscenza delle lingue (impara il tedesco), della letteratura (traduce Lucrezio), delle scienze, ma specialmente della storia e della filosofia, giungendo a maturare, meditando sulle opere di Kant ed Hegel, un sostanziale distacco dalle tesi dogmatiche del partito comunista di allora. Nel carcere di Civitavecchia, inoltre, ha occasione di conoscere ed entrare in rapporti di stretta amicizia, nonché di discutere tesi di matrice culturale diversa, con alcuni fra i principali esponenti dell'antifascismo, fra cui Umberto Terracini e Leo Valiani. Entra invece in un irreversibile contrasto di idee con Pietro Secchia, dogmatico esponente comunista, secondo il quale le scelte politiche del partito non andavano discusse, ma bisognava seguire ciecamente le istruzioni di Stalin: Spinelli invece, nullius addictus iurare in verba magistri, concepiva la libertà di pensiero come una dimensione esistenziale irrinunciabile.

Pur essendo beneficiario di due amnistie decise dal regime in occasione del decennale della Marcia su Roma e in occasione di un matrimonio in casa Savoia, rispettivamente di cinque e due anni, il 28 gennaio del 1937, scontato il periodo di carcerazione, Spinelli, anziché‚ venire liberato, subisce un'ulteriore, arbitraria condanna a cinque anni di confino, che poi diventeranno più di sei, e viene tradotto a Ponza, preceduto dalla ‘cattiva fama' di libero pensatore. Si consuma qui il divorzio definitivo dal Partito Comunista, dal quale viene espulso nel 1937, poco dopo l'arrivo al confino, per dissensi sulla valutazione dell'opera e della figura di Stalin, che in quegli anni procedeva alle grandi ‘purghe' di oppositori politici e intellettuali.

Nel luglio 1939 Spinelli viene spedito alla destinazione definitiva di Ventotene. Anche in questo caso la decisione del Tribunale speciale è motivata con l'essere Spinelli uno dei capi riconosciuti del partito comunista, sebbene ne fosse stato espulso da due anni.

 

 

3. Il confino a Ventotene e l'elaborazione del Manifesto

 

Fu Ventotene, insularum ocellus, la humus in cui questa concezione profetica e grandiosa germogliò nelle forme del Manifesto per un'Europa libera e unita, come ebbe a riconoscere lo stesso Spinelli:

«"Nel mezzo del cammin di nostra vita" mi ritrovai a Ventotene, dove rimasi quattro anni, dal luglio 1939 al 17 agosto 1943, dall'età di 32 a quella di 36 anni, dall'inizio della seconda guerra mondiale alla caduta del fascismo. Quegli anni in quell'isola sono ancor oggi presenti in me con la pienezza che hanno solo i momenti ed i luoghi nei quali si compie quella misteriosa cosa che i cristiani chiamano l'elezione. Le membra disjecta dei sentimenti, pensieri, speranze e disperazione si ricomposero allora in un disegno nuovo, per me stesso sorprendente; la mia debolezza si convertì in forza; sentii che una nuova consonanza straordinaria si andava formando fra quel che accadeva nel mondo e quel che accadeva in me; compresi che fino a quel momento ero stato simile a un feto in formazione, in attesa di esser partorito, che in quegli anni in quel luogo nacqui una seconda volta, che il mio destino fu allora segnato, che io assentii ad esso e che la mia vera vita, quella che sto ora portando a termine, cominciò»[6].

Per questo motivo, non si può parlare del Manifesto spinelliano senza parlare della situazione che si venne a creare nella piccola isola del Tirreno, quando, dal 1939 al 1943, essa venne abitata dalle menti politiche più alte d'Italia, che la resero una vera e propria ‘università' del confino.

Gli anni del confino sono gli anni fondamentali della svolta politica di Altiero Spinelli; a Ventotene fa gli incontri fondamentali della sua vita: Ernesto Rossi, Eugenio Colorni[7] e sua moglie Ursula Hirschmann, sorella del futuro Premio Nobel per l'economia Otto Albert Hirschmann, che dopo la morte del marito sarebbe divenuta sua moglie[8].

Nel corso della permanenza sull'isola Spinelli ha modo di discutere approfonditamente e ‘liberamente' con svariati intellettuali e uomini politici delle più disparate matrici culturali ed ha l'intuizione che porterà alla redazione del Manifesto per un'Europa libera e unita, meglio noto come Manifesto di Ventotene. Il documento fondamentale del federalismo europeo è il risultato di un ampio dibattito, durato alcuni mesi, con Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e sua moglie Ursula Hirschmann, al quale partecipa anche un gruppetto di confinati, Dino Roberto, Enrico Giussani, Giorgio Braccialarghe e Arturo Buleghin.

La figura senza dubbio più determinante per Spinelli nel concepimento e nell'elaborazione del Manifesto di Ventotene fu Ernesto Rossi. Professore di economia, discepolo di Gaetano Salvemini e Luigi Einaudi, dirigente, insieme con Riccardo Bauer, dell'organizzazione interna di ‘Giustizia e Libertà'[9], aveva pagato la sua intransigenza con una condanna del Tribunale speciale a venti anni di carcere, di cui nove aveva già scontato in galera all'arrivo a Ventotene, nel novembre del 1939[10].

Spinelli e Rossi, giunti al confino dopo una lunga detenzione, venivano da percorsi politici diversi e provavano, agli inizi, una reciproca diffidenza. Spinelli considerava Rossi un conservatore, un nazionalista. Rossi sospettava Spinelli di settarismo, dato il suo passato comunista, e idealismo crociano. L'amicizia fra loro nacque comunque presto sulla base della stima reciproca e della consapevolezza di essere entrambi ostinatamente refrattari al conformismo.

Le conversazioni con Rossi fecero maturare in Spinelli la convinzione che l'aspirazione alla giustizia sociale al di fuori di un quadro politico-istituzionale liberaldemocratico sfociava necessariamente in dittatura totalitaria, come era avvenuto in Unione Sovietica. L'ideale socialista della giustizia sociale doveva, pertanto, essere affiancato e sorretto dai principi liberali e democratici. Il socialismo liberale in Italia aveva allora come fondamentale punto di riferimento appunto il movimento ‘Giustizia e Libertà', secondo il quale la democrazia doveva fondarsi sulle garanzie liberali e sull'intervento pubblico nella vita economica e sociale, per evitare da un lato la sua degenerazione totalitaria e perseguire dall'altro la solidarietà come garanzia dell'uguaglianza delle opportunità per tutti.

Il principio dell'ispirazione federalista europea fu, per Spinelli, la lettura, nel 1939, di Luigi Einaudi. I temi degli articoli scritti da Einaudi nel primo dopoguerra sul ‘Corriere della Sera', poi raccolti e pubblicati nel 1920 col titolo Lettere politiche di Junius, sono: il rifiuto del mito dello Stato nazionale, fomentatore di odi e di guerre; l'esigenza di un nesso fra tra gli Stati non associativo, ma federativo (la sovranità va attribuita a un organo comune); la convinzione che solo nella pace può svilupparsi la libertà; la necessità di sostituire lo spirito d'industria e di commercio allo spirito di conquista e di usurpazione: ogni limite posto a questo spirito conduce alla guerra; la pace intesa come dovere morale (Kant): è indifferente che appaia irrealizzabile, già solo parlarne la rende realizzabile; la competizione nell'operosità per il progresso comune; il liberalismo, ovvero libertà politica (etica) e il liberismo, ovvero libertà economica (pratica); la convinzione che i due estremi, monopolismo e collettivismo sono contro la libertà.

Rossi, che era in corrispondenza con Einaudi, chiese al celebre economista torinese di inviargli altro materiale sul tema del federalismo: giunsero così a Ventotene diversi volumi della letteratura federalista inglese, tra cui Leonel Robbins, The economic causes of war (1939), in cui si criticava il nazionalismo e si ricercava un'alternativa politico-istituzionale ad esso. Per Spinelli fu «una rivelazione»: nel «pensiero pulito e preciso di questi federalisti inglesi», l'unità del vecchio Continente «non ... si presentava come un'ideologia», ne emergeva, invece, «la sobria proposta di creare un potere democratico europeo»[11], con relativa scomparsa di ogni autarchia economica in quell'area.

Nel rappresentare la situazione culturale di Ventotene come la humus unica ed irripetibile nella quale germogliò il pensiero federalista europeo, non può mancare un accenno alla biblioteca dei confinati. Lasciamo qui spazio alla brillante prosa di uno dei suoi frequentatori, Alberto Jacometti:

«Una parola almeno; non è un gran che, non ha nessuna pretesa di competer con una biblioteca vera, e neppure di stare a petto con tantissime raccolte private, ma insomma è costata tanti sacrifici, è stata messa insieme con tanto amore che, non ricordarla, sarebbe un'ingiustizia. E poi, non è la biblioteca l'alimento primo del confino? il rimedio sovrano contro tanti mali, prima fra tutti la noia? Ogni giorno cinquanta, cento confinati e anche più, ricorrono come assetati a quella fonte. Chiedono il tal o tal altro libro e Maovaz, il capo bibliotecario, strilla, con quanto fiato ha in canna: «Fuori! Fuori!». II guaio è questo: siamo in ottocento, di cui almeno seicento lettori assidui e la biblioteca si aggira intorno ai tremila volumi; un terzo è sempre fuori. Inconveniente grave ma non insormontabile. È nata, la biblioteca, a Lipari una quindicina d'anni fa, fu traslocata a Ponza e, allo scioglimento di quella colonia, divisa fra Ventotene e Tremiti. A Ventotene si arricchì. Si arricchiva ultimamente a una media di quattrocento volumi l'anno. (L'apparente sproporzione si spiega con il fatto che fino al ‘38-39, la popolazione confinaria dell'l'isola non superava i trecento uomini). È opera esclusiva dei confinati, dei loro doni e delle loro quote. La Direzione si accontentò da prima di sorvegliare gli acquisti (alcuni autori: Marx, Engels, Lassalle, Lenin, Bakunin, Kropotkin, per non citare che i maggiori, ma a questi bisogna aggiungere decine di altri, socialisti, comunisti, anarchici, alcuni romanzieri - come, chissà perché, l'Artzibascev e il Kuprin e gli economisti liberali - sono assolutamente proibiti, mentre sono permessi Gorki e Malraux), si accontentò, dicevo, dapprima di sorvegliare gli acquisti e di confiscare, in un secondo tempo, alcune delle opere autorizzate in un primo tempo. Poi, un giorno, a Ponza, fatta improvvisamente ardita, confiscò la biblioteca intera. Mandò a spasso i bibliotecari, vi mise gli agenti e, alle pareti, il ritratto di Mussolini. Seguì un periodo torbido alla fine del quale i confinati riebbero l'amministrazione e i loro delegati (un giellista, un comunista, un anarchico e un socialista) e la polizia la presenza di un agente e il ritratto alla parete. Ora Maovaz v'impera. Un bel tipo, Maovaz. Vecchio repubblicano triestino ha, a sessant'anni, l'abilità di un giovanotto, una spalla in su e l'altra in giù, alcune fobie: il fascismo, la monarchia, il Cristo; alcuni amori che non si possono toccare: l'Inghilterra, la massoneria; e un'ambizione: quella di legare il suo nome alla biblioteca confinaria (ecco fatto, per quel che mi riguarda). Gran viaggiatore al cospetto dell'eterno, cineasta e profeta, ti predice, di due mesi in due mesi, la caduta del fascismo (e in questo somiglia Nitti) e la fine della guerra. Lavoratore instancabile, del resto, è, in biblioteca, elemento preziosissimo. Tremila volumi sono pochini, si dirà. Sì, ma ... ecco, sono passati di qui tanti filosofi, tanti economisti, tanti professori, tanti giornalisti che, per ognuna delle tre classi (letteratura, filosofia e storia, economia e sociologia) la nostra bibliotechina possiede, se non proprio quel che c'è di meglio, una parte di quel che c'è di meglio. Poi è, in certa guisa, lo specchio degli amori di questi demolitori, di questi futuri costruttori. Prendete la prima categoria. Vi troverete tutto Zola, tutto Anatole France, tutto Jack London e, ahimè!, tutto Vicente Blasco Ibanez. La seconda, e vi troverete tutto Platone. Si presentò un problema all'indomani del 25 luglio: che farne? disperderla o lasciarla in dono ai Ventotenesi perché se ne servissero ad accartocciar salumi? La commissione del confino decise di regalarla all'Umanitaria [Ente morale fondato a Milano nel 1893 per l'assistenza ai lavoratori mediante lo studio, l'istruzione, il lavoro] [12]».

Nell'inverno del 1941 Spinelli decide di scrivere il Manifesto di Ventotene per un'Europa libera e unita. Nel momento in cui tutta l'Europa è unificata sotto la tirannide nazista, dominata dall'odio e dal terrore, quest'uomo solitario ed emarginato ha l'intuizione profetica di un futuro in cui tutti i popoli del Continente sarebbero vissuti in un'Europa unita su basi democratiche, nella libertà e nella pace.

Rossi compose la prima parte del capitolo III, Compiti del dopoguerra. La riforma dello Stato, fino alla fine del paragrafo sul corporativismo, mentre Colorni non partecipò alla redazione del testo. Una versione stampata del Manifesto fu pubblicata nell'agosto 1943 a seguito della fondazione del Movimento Federalista Europeo a Milano. Questa versione è preceduta da una introduzione non attribuita ed è divisa in quattro sezioni, la terza delle quali è di Rossi. Nel gennaio del 1944 Colorni pubblicò a Roma una nuova edizione del Manifesto in un libro intitolato Problemi della Federazione Europea, contenente una sua nuova prefazione, una nuova versione del Manifesto divisa in tre sezioni e i due saggi scritti da Spinelli a Ventotene: Gli Stati Uniti d'Europa e le varie tendenze politiche e Politica marxista e politica federalista[13].

Gli eventi bellici precipitano: il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo sfiducia Mussolini, che viene destituito e mandato al confino, ironia della sorte, proprio a Ventotene. Non può però sbarcarvi, perché la sua incolumità è a rischio fra i confinati, che tante sofferenze hanno dovuto subire a causa sua, sicché viene mandato nella più sicura isola di Ponza.

Caduto il fascismo, Spinelli è finalmente libero e il 17 agosto del 1943 parte per il continente con mezzi di fortuna, non senza una viva nostalgia per la piccola isola, teatro di tante passioni intellettuali e politiche:

«Guardavo sparire l'isola nella quale avevo raggiunto il fondo della solitudine, mi ero imbattuto nelle amicizie decisive della mia vita, avevo fatto la fame, avevo contemplato come da un loggione la tragedia della seconda guerra mondiale, avevo tirato le somme finali di quel che ero andato meditando durante sedici anni, avevo scoperto l'abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensar pulito, l'ebrezza della creazione politica, il fremito dell'apparire delle cose impossibili[14]».

Il confinato, ormai ritornato alla vita attiva, si prepara alla lotta più impegnativa, quella per la realizzazione di un'Europa libera e unita, armato della forza invincibile dei suoi ideali[15].

4. Il Manifesto di Ventotene per un'Europa libera e unita

 

Il Manifesto propugna l'ideale di unificazione dell'Europa in senso federale, fondandosi sui concetti di pace e libertà kantiana[16] e sulla teoria istituzionale del federalismo hamiltoniano[17]. I popoli del Continente sarebbero dovuti essere i veri protagonisti dell'unificazione, per mezzo di un'assemblea costituente e di un Parlamento democraticamente eletto. Il valore del Manifesto di Ventotene risiede nel fatto che viene individuata con chiarezza la novità della sfida per la democrazia:

«La linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l'unità internazionale»[18].

In altri termini, gli estensori del Manifesto si rendono conto del fatto che è necessario creare una forza politica diversa dai partiti tradizionali, legati alla lotta politica nazionale, e quindi incapaci di rispondere efficacemente alle sfide della crescente internazionalizzazione. Questa forza politica sarà il Movimento Federalista Europeo.

I molteplici filoni culturali e politici che confluiscono nel Manifesto emergono in maniera evidente nel progetto di società elaborato da Spinelli e Rossi nella III parte: Compiti del dopoguerra. La riforma della società, i cui principi possono essere così sintetizzati:

  • rivoluzione socialista, ma non abolizione della proprietà privata, solo limitazioni se necessario;
  • emancipazione delle classi lavoratrici, condizioni più umane di vita;
  • sottomissione delle forze economiche agli uomini e non viceversa;
  • riconoscimento dell'interesse individuale, motore del progresso, ma incanalato a vantaggio della società;
  • contrasto ai monopoli privati, per la nazionalizzazione dei servizi di pubblica utilità;
  • uguali opportunità per tutti, garantendo ai giovani l'accesso alla scuola pubblica;
  • dignità umana, non delegata alla carità, ma garantita dalle provvidenze sociali;
  • libertà e solidarietà sociale;
  • controllo dei cittadini sulla classe governante;
  • indipendenza della magistratura;
  • libertà di stampa e di associazione;
  • diritto di cittadinanza: garanzia per tutti di poter partecipare alla vita dello Stato.

Se la genesi del Manifesto è molteplice, il suo fine è univoco: la realizzazione della ‘pace'. Nel pensiero di Spinelli, infatti, la federazione europea, non è un fine, ma un mezzo per porre fine una volta per tutte alla guerra, che ostacola il progresso morale, civile e materiale dei popoli.

Solo nel 2012 è stata riconosciuta ufficialmente la grande aspirazione che è a monte del progetto spinelliano con il conferimento del premio Nobel per la pace all'Unione Europea.

È opportuno ricordare, a proposito della centralità di tale aspirazione nel pensiero federalista, che nell'Assemblea Costituente della repubblica italiana c'era un gruppo federalista trasversale che riuscì a introdurre l'articolo 11 nella Costituzione[19]:

«L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».

 

 

5. Conclusioni

 

La figura intellettuale e morale di Altiero Spinelli, la sua vicenda biografica e politica possono destare nei giovani gli entusiasmi indispensabili per superare l'attuale fase di delusione e stagnazione in cui versa l'ideale europeista, secondo l'appello del Presidente della Repubblica, on. Giorgio Napolitano[20]:

«Sulle idee e sulle battaglie di Altiero Spinelli c'è da riflettere assai più di quanto si sia fatto finora in Italia. Si tratta forse del lascito più ricco su cui possano contare, per formarsi moralmente e per operare guardando al futuro, le nostre generazioni più giovani. La sua resta una grande lezione di metodo: non chiudere le proprie analisi in alcuno schema, confrontarsi creativamente con la realtà nella sua evoluzione, ispirarsi tenacemente a idealità non passeggere come quelle dell'unità e del comune destino dell'Europa, saper risollevarsi da ogni sconfitta. Si può imparare da Altiero a essere uomini e donne di alti pensieri e di forte, indomabile volontà d'azione».

 

 

Paolo Cutolo

Segretario del Movimento Federalista Europeo

sezione di Ventotene

 

 


[1] Jean Monnet (1888-1979), nominato segretario generale aggiunto della Società delle Nazioni alla fine della I guerra mondiale, dovette ben presto riconoscere che questo organismo internazionale non poteva affatto realizzare quegli obiettivi di pace e di concordia che si proponeva. Nel giugno 1940, mentre l'esercito francese veniva travolto dalle truppe naziste, propose a Churchill e a De Gaulle, che lo accettarono, un progetto per una unione federale immediata tra Gran Bretagna e Francia. Nel 1943 Monnet dichiarò: «Non vi sarà pace in Europa, se gli Stati si ricostituiranno sulla base della sovranità nazionale ... I paesi d'Europa sono troppo piccoli per garantire ai loro popoli la prosperità e l'evoluzione sociale indispensabili. È necessario che gli Stati europei si costituiscano in federazione ...». Subito dopo la liberazione, Monnet propose al governo francese un «piano globale per la modernizzazione lo sviluppo economico». Nel 1949 Monnet si rese conto del fatto che la tensione tra Germania e Francia per il controllo della Ruhr, l'importante bacino carbosiderurgico, saliva minacciosamente, facendo presagire una possibile ripresa delle ostilità, come era avvenuto dopo la prima guerra mondiale. La soluzione a questo stato di cose non poteva, tuttavia, essere la Federazione, perché la Francia, orgogliosa della sua sovranità appena riconquistata, la rifiutava. Per questo Monnet elaborò, insieme a pochi collaboratori, una proposta rivoluzionaria: la messa in comune, sotto il controllo di un governo europeo, delle risorse franco-tedesche di carbone e acciaio, gettando le prime fondamenta concrete di una federazione europea indispensabile per preservare la pace». Schuman accettò la proposta e, in accordo con Adenauer, la rese pubblica il 9 maggio 1950. Un anno dopo, con il Trattato di Parigi, sei paesi - Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo - davano vita, alla Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA). La strategia individuata da Monnet per la costruzione dell'unità europea può essere definita come metodo gradualistico o funzionalismo. La proposta della CECA ne rappresenta il modello, che ha ispirato in seguito una numerosa serie di varianti. In una prima fase, il Movimento Federalista Europeo criticò l'approccio funzionalistico di Monnet, perché lasciava sussistere fianco a fianco aspetti confederali della politica europea, in cui i governi detenevano un potere di veto, con aspetti sovranazionali di tipo federalista. La messa in comune di alcuni settori in verità nascondeva la volontà dei governi di non cedere la sovranità, che restava intatta al livello nazionale nei fondamentali settori della moneta e della difesa. Al metodo funzionalistico, Altiero Spinelli contrappose il metodo costituente, come la sola via democratica per costruire con il popolo l'Europa del popolo.

[2] Il 5 novembre 1925 venne presentato un corpo di leggi, poi definite ‘leggi fascistissime'. Questi provvedimenti, che erano stati preceduti da altre leggi di grande impatto politico, furono poi seguiti da ulteriori provvedimenti. Le novità legislative formulate nel biennio ‘25-26 rappresentano quella sorta di ‘rivoluzione legale', ovvero quel complesso organico di leggi autoritarie approvate dal Parlamento dominato dai fascisti, che segnarono la fine della fase liberale della storia italiana e aprirono quella totalitaria.

[3] A proposito dello pseudonimo usato nella clandestinità Spinelli nella Premessa della sua autobiografia scrive: « ... percorrendo una mia personale odissea, ho cercato, perduto, scoperto e infine assunto quella che sarebbe diventata la vera e propria mia vita, reale e piena».

[4] Il tribunale speciale fu istituito con la legge del 25 novembre 1926 n. 2008: ‘Provvedimenti per la difesa dello Stato' in Gazzetta Ufficiale del 6 dicembre 1926, n. 281: ne facevano parte ufficiali dell'esercito, dell'aereonautica, della milizia fascista e un magistrato. Il tribunale poteva comminare pene detentive e addirittura capitali sulla base di generici atti diretti «contro la vita, l'integrità o la libertà personale del Re o del Reggente ... della Regina, del Principe ereditario o del Capo del Governo» (Art. 1).

[5] De profundis, in Il lungo monologo, Roma, 1968, 57, ripreso in Come ho tentato di diventare saggio, Bologna, 1988.

[6] Premessa alla seconda parte dell'autobiografia di A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio, cit., 261.

[7] Eugenio Colorni, filosofo e docente, di famiglia ebraica mantovana, aveva aderito all'antifascismo militante, collaborando con ‘Giustizia e libertà'. Dopo gli arresti del 1935, aveva preso contatto con il Centro interno socialista, di cui divenne uno dei maggiori responsabili. Arrestato nel 1938, era stato confinato a Ventotene, dove restò fino al settembre del 1941. Trasferito da Ventotene a Melfi, riesce a mantenere i suoi contatti con i compagni e, alla metà dal maggio 1943, evade e raggiunge Roma. Qui si dedica clandestinamente alla propaganda federalista e s'impegna nel tentativo di ricostituire il PSI. Quando Mussolini cade, Colorni con i suoi compagni di Ventotene organizza a Milano il Congresso di fondazione del ‘Movimento federalista europeo'. Qui il 27 agosto del 1943, in casa di un grande scienziato, Alberto Mario Rollier, Colorni insieme a Spinelli è tra i fondatori del Movimento Federalista Europeo, che si propone di diffondere le idee contenute nel Manifesto di Ventotene. Rientrato a Roma, riprende il lavoro politico collegandosi al ricostituito Partito Socialista di Unità Proletaria. Dopo l'armistizio dell'8 settembre è capo redattore dell'‘Avanti!' e organizzatore del centro militare del partito. Scrive la prefazione al volumetto Problemi della Federazione Europea, che raccoglie il Manifesto di Ventotene e scritti federalisti di Altiero Spinelli. Ferito da una pattuglia della Banda Koch il 28 maggio 1944, muore due giorni dopo all'Ospedale San Giovanni di Roma, all'età di 35 anni. Gli Scritti di Colorni sono stati pubblicati con introduzione di Norberto Bobbio (Firenze 1975).

[8] Spinelli è uomo di grandi passioni, non solo intellettuali e il capitolo del suo rapporto con la Hirschmann non può essere derubricato come un soggetto da ‘feuilleton' ottocentesco. Questa antifascista tedesca social-democratica sarà colei che farà giungere segretamente, a rischio della vita, il Manifesto di Ventotene sul continente (scritto su carta da sigarette e nascosto nel ventre di un pollo arrosto), curandone la diffusione. Quando Eugenio Colorni, il marito di Ursula, verrà trucidato da una banda fascista nel 1943, Spinelli sposerà la giovane donna, prendendosi cura delle tre figlie dell'amico. Di lei Spinelli dirà in Diario europeo, I (1948-1969), Bologna, 1989, 513-514: «Nella mia vita sono convinto di aver incontrato più di una volta quello che i cristiani chiamano la grazia ... Ho avuto questa grazia nel­la mia vita intellettuale ed in quella politica, ma la più grande, la più perfetta l'ho avuta nella mia vita amorosa, nella quale, trovando Ursu­la, abbiamo potuto dire tutt' e due dal fondo del cuore che, sì, dall'eternità e per l'eternità eravamo fatti per incontrarci, ma che incontrarci, riconoscerci e diventare una cosa sola potevamo solo perché avevamo raggiunto una capacità di amore perfetto, nel quale ogni gesto del cor­po e dell'anima era l'offerta e l'accoglimento di un dono totale».

[9] ‘Giustizia e Libertà' (GL) nasce come movimento politico, e non come partito, a Parigi nel 1929 da un gruppo di esuli antifascisti di diverse tendenze, fra i suoi aderenti emerge ben presto come ‘leader' Carlo Rosselli, allievo di Gaetano Salvemini e collaboratore di Piero Gobetti. Gli aderenti hanno come obiettivo quello di generare le condizioni per una rivoluzione antifascista in Italia, per costruire uno stato nuovo che vada oltre il vecchio ordine liberale, verso un modello avanzato di democrazia basato sulla giustizia sociale e che sintetizzi in sé il ricco patrimonio culturale del Risorgimento. Dopo l'8 settembre GL organizza bande di partigiani, dette ‘gielline' o ‘gielliste', il cui segno di riconoscimento sono i fazzoletti di colore verde. Esponenti di spicco di queste formazioni durante la Resistenza sono Ferruccio Parri, nominato dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) comandante militare unico della Resistenza, Ugo La Malfa, Emilio Lussu, Riccardo Lombardi, nominato nel 1945 prefetto di Milano dal CLN dell'Alta Italia (CLNAI). GL dà vita nel periodo resistenziale a un partito politico, il Partito d'Azione, che mira al cambiamento radicale della società, raccogliendo le forze antifasciste non comuniste e non democristiane, rivendicando fra l'altro una società futura laica e secolarizzata.

[10] All'indomani della Liberazione Rossi fu sottosegretario alla Ricostruzione in rappresentanza del Partito d'Azione nel Governo Parri. Dopo lo scioglimento del Partito d'Azione fu tra i fondatori del Partito Radicale di Pannunzio e Villabruna. Raccolse i suoi articoli sul giornale il ‘Mondo' in volumi dai titoli così famosi da diventare patrimonio della lingua comune. Due per tutti: I padroni del vapore (Bari, 1956) e Aria fritta (Bari, 1955). Nel 1967 Ernesto Rossi moriva a settant'anni a Roma.

[11] A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio, cit., 307 ss.

[12] A. Jacometti, Ventotene, Padova, 93-94. Liberato nel 1943 con il crollo del fascismo, Maovaz tornò alla sua Trieste. Nel 1944 la repressione del movimento partigiano a Trieste continuava senza sosta. Agli inizi di febbraio vennero arrestati i dirigenti del CLN don Marzari, Paolo Reti, Ercole Miani, Carlo dell'Antonio, Mario Maovaz e Ferruccio Lauri. Gran parte degli arrestati venne torturata dagli uomini della ‘banda Collotti', abituati a far uso della tortura per strappare informazioni sull'attività clandestina degli antifascisti che agivano in città. Maovaz venne fucilato dai Tedeschi. L'‘ambizione' del bibliotecario di Ventotene si è realizzata nel maggio 2012, quando la giunta del comune di Ventotene, guidata dal sindaco dott. Giuseppe Assenso, ha intitolato in una cerimonia pubblica la biblioteca comunale al nome del partigiano triestino. La biblioteca dei confinati è andata dispersa, non essendo stato ritrovato alcun fondo ventotenese nella biblioteca della Società Umanitaria.

[13] Colorni ricavò la versione tripartita del Manifesto da quella quadripartita, inserendo la prima parte della IV sezione, La situazione rivoluzionaria: vecchie e nuove correnti, nella II sezione, Compiti del dopoguerra: L'unità europea; mentre la seconda parte della IV sezione è inserita alla fine della III sezione, Compiti del dopoguerra. Riforma della società. In più, Colorni migliorò lo stile e fece alcuni piccoli tagli nelle frasi contro l'URSS e la Santa Sede. Per una puntuale e documentata ricostruzione della storia del Manifesto di Ventotene e per una rivalutazione del ruolo di Colorni nella stesura definitiva di esso cfr. G. Vassallo, Il Manifesto di Ventotene: nuove fonti di archivio, in EuroStudium3w, luglio-settembre 2012, (http://www.eurostudium.uniroma1.it/rivista/monografie/Vassallo.pdf.).

[14] A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio, cit., 342.

[15] Spinelli propone nel 1954 un mandato costituente per l'Assemblea comune della Comunità Europea di Difesa (CED), che viene però bloccato per l'opposizione della Francia. È membro della Commissione della Comunità europea dal 1970 al 1976, per la quale si occupa di politica industriale e ricerca. È inoltre deputato del Parlamento europeo dal 1976 alla sua morte, avvenuta a Roma il 23 maggio 1986. È grazie alle sue pressioni e a quelle di un ristretto gruppo di parlamentari di Strasburgo che il Parlamento europeo incarica una nuova commissione di elaborare una riforma istituzionale della Comunità. La commissione, presieduta da Spinelli, produce il trattato dell' Unione che sarà adottato il 14 febbraio 1984 dal Parlamento europeo. Altiero Spinelli è autore, oltre che del Manifesto, di Dagli Stati sovrani agli Stati Uniti d'Europa (1950), Il manifesto dei Federalisti Europei (1950), L'Europa non cade dal cielo (1960), Tedeschi al bivio (1960), Rapporto sull'Europa (1965), Il lungo monologo (1968), Come ho tentato di diventare saggio (1988), Diario europeo (1989, 1991, 1992).

[16] Il progetto di una federazione o di una repubblica mondiale è stato concepito e formulato da Kant nel suo saggio Per la pace perpetua del 1795. Il sogno della pace universale è una vecchia idea. Essa risale alla filosofia stoica e al cristianesimo. È stato ripreso nel Medio Evo da Dante, che identificava nell' Impero l' istituzione da costruire per realizzare la pace. Ma il progetto di Kant, elaborato durante la Rivoluzione francese, alle soglie dell'era della democrazia e del nazionalismo, è profondamente differente da tutti i progetti precedenti. Esso non era concepito come una proposta da sottomettere a un imperatore capace di unire un gruppo di Stati entro le frontiere di un impero o a governi o diplomatici per realizzare un migliore equilibrio di potere. Kant sostiene l'idea che la pace universale e permanente presuppone il superamento della sovranità degli Stati e dell'anarchia internazionale e la formazione di una federazione che abbracci poco a poco tutti i popoli della terra. Kant non concepisce semplicemente la pace come la sospensione delle ostilità nell'intervallo tra due guerre (pace negativa). Questa nozione della pace è ancora dominante, a parte qualche eccezione, nella cultura politica contemporanea. Lo stato di pace, secondo Kant, non è uno stato naturale, piuttosto è qualcosa che deve essere istituito attraverso un ordine legale imposto da un'autorità mondiale superiore a ogni singolo Stato (pace positiva). Definendo la pace come l'organizzazione politica che mette fine a tutte le guerre e per sempre, Kant identifica con precisione il fattore che differenzia la pace dalla guerra e situa la tregua - situazione nella quale, una volta terminate le ostilità, permane la minaccia che esse possano riaprirsi - sul versante della guerra.

[17] Alexander Hamilton (1755-1804), quando nel 1776 fu creata un'Unione confederale degli Stati americani senza attribuirle un potere al di sopra degli Stati che la componevano, ne denunciò i limiti. Grazie al suo contributo fu approvata dalla Convenzione di Filadelfia il 17 settembre 1787 la Costituzione degli Stati Uniti, che adottava un modello istituzionale di tipo federale.

[18] Manifesto per un'Europa libera e unita, cap. II, I compiti del dopoguerra. L'unità europea.

[19] Nell'agguerrita pattuglia federalista in seno all'Assemblea Costituente militavano, fra gli altri, il democristiano Enzo Giacchero e l'azionista Ferruccio Parri: cfr. P.S. Graglia, Atlantismo ed europeismo, a cura di P. Craveri e G. Quagliariello, Soveria Mannelli, 2003, 302.

[20] Intervento alla commemorazione del 20° anniversario della scomparsa di Altiero Spinelli (Ventotene, 21 maggio 2006), ora in G. Napolitano, Altiero Spinelli e l'Europa, Bologna, il Mulino, 2007.