Dall'Apollo medice delle Vestali all'ars fructosior di Plinio.
Considerazioni sociali e giuridiche.

 

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1. Le fonti giuridiche e letterarie relative alla condizione ed alla considerazione sociale dei medici a Roma ne documentano l'evoluzione lungo il cammino dei tredici secoli (dall'VIlI a.C. al VI d.C.) dell'esperienza romana ma, convenzionalmente, è possibile riconoscere un periodo arcaico ed uno successivo caratterizzato dall'assorbimento, nonostante forti resistenze, dell'influenza greca.

Dalle origini al I secolo d.C., infatti, prevale uno stretto rapporto tra medicina e magia, rapporto che diventa, con il tempo, sempre più conflittuale, a mano a mano che entra nella medicina romana l'approccio razionalizzante ellenico ed ellenistico. Già Plinio fornisce una sua ricostruzione di come la medicina sia giunta fino a Roma da tempi ben risalenti[1], inserendola nel contesto di una trattazione sulla magia, negativamente intesa[2]; Seneca attribuisce alla medicina delle epoche precedenti una conoscenza erboristica limitata all'emostasi ed alla coagulazione[3]; Celso richiama i passaggi cruciali che condussero alla pratica della dissezione umana, superando il disgusto e la sacralità che circondava i morti[4]; Galeno testimonia l'impraticabilità di fatto della vivisezione umana in ambiente romano, quando riporta come, invece, fosse possibile studiare direttamente le ossa umane ad Alessandria, per cui consiglia al discepolo di recarvisi o, altrimenti, per lo meno, di approfittare dell'apertura di tombe e monumenti per studiarle de visu[5]; Livio racconta dell'eliminazione dei monstra vel prodigia, chiaro segno di rottura della pax deorum, secondo rituali di origine etrusca, in cui venivano bruciati vivi o gettati in mare per non infestare la Madre Terra, fonte principale di fecondità e sostentamento[6] mentre Cicerone rimanda alle disposizioni delle Dodici Tavole[7] ed infine, in epoca imperiale, si concretizza un significativo cambiamento nella valutazione del fenomeno dei deformi con la letteratura del periodo che abbonda di nani e malformati (specie se schiavi), che divengono oggetto di lusso assai ambiti presso le corti degli imperatori[8].

La medicina arcaica è, per certi versi, nebulosa mentre è certa, per l'epoca, l'interpretazione teurgica delle cause delle malattie, specie di quelle infettive (contagiose, pestilenziali), e interessante l'introduzione a Roma di divinità, per così dire, nuove proprio nella speranza di allontanare il contagio. Nel V secolo a.C. Apollo Medico, già venerato in Grecia come il dio che suscita la pestilenza ma anche che risana i contagiati, fa il suo ingresso a Roma, con ogni probabilità in conseguenza dei contatti con i Greci dell'Italia meridionale, e ancora in età imperiale le Vestali invocano Apollo con l'epiteto di «Medico»[9]. Anche Minerva viene venerata come medica e come dea risanatrice: il suo culto è importato a Roma dagli Etruschi che, a loro volta, lo acquisiscono dalla cultura greca, e, come in Grecia, diviene la protettrice di tutte le arti, compresa l'arte medica. Tuttavia, il dio della medicina per antonomasia, il patrono dei pazienti e dei medici, è senza dubbio il greco Asclepio, venerato col nome di Esculapio a Roma, dove ‘giunge' nel 293 a.C., sotto forma di serpente, per risolvere l'epidemia scoppiata nel corso della terza guerra sannitica[10], dando così inizio, anche a Roma, alla pratica ellenica ed ellenistica della medicina del tempio[11].

Sostanzialmente in epoca arcaica i Romani si affidano ai rimedi semplici della medicina domestica del pater familias, basati su un «moderato empirismo che sfruttava elementari norme igieniche e l'azione curativa dei rimedi vegetali[12]», fondati su un'antica cultura contadina di livello complessivamente alquanto rozzo, che contempla l'uso di pratiche magiche e rimedi popolari alternando formule, incantamenti e preghiere all'uso di pochi elementi naturali, per lo più sostanze assai comuni, come olio, aceto, sale, miele, uova, zolfo, incenso[13].

Fortemente legato a questo mondo rurale rimane Catone il Censore, che, conseguentemente, si oppone con tenacia alla penetrazione dei Greci nella pratica medica romana[14], da un lato temendo la perdita, o quanto meno la riduzione, della centralità del pater familias e dall'altro denunciando la reale imperizia dei primi Greci arrivati a Roma, avventurieri più che professionisti dell'arte medica, come indicherebbe l'esilio decretato per Arcagato, uno dei primi medici a giungere a Roma dal Peloponneso[15] intorno al 219 a.C., al quale pure, però, precedentemente era stata concessa la cittadinanza e gli era stato messo a disposizione un ambulatorio acquistato con fondi pubblici[16]. Così facendo il Senato romano si comporta non diversamente dai consigli delle città ellenistiche, per le quali quella di medico pubblico è una carica ed una istituzione ben consolidata.

Ma l'esperienza del diretto coinvolgimento pubblico nell'allocazione del medico non ha seguito, anche per l'assenza di forme di evergetismo sanitario istituzionale; e così la Roma tardo-repubblicana e quella imperiale scelgono una via di tipo liberistico, incoraggiando con facilitazioni e privilegi l'immigrazione e la stabilizzazione nell'Urbe di sempre più numerosi medici privati stranieri, soprattutto greci, ma anche giudei e, in qualche caso, egiziani. Tutti questi si spostano in conseguenza, fondamentalmente, di due eventi: la diaspora dei filosofi e degli scienziati del Museo di Alessandria in conseguenza delle persecuzioni di Tolomeo Fiscone nel II secolo a.C.[17] e le guerre mitridatiche nel I secolo a.C., che portano a Roma i medici greci, non di rado come prigionieri di guerra.

Il primo vero atto per la stabilizzazione dei medici stranieri è l'editto di Cesare del 46[18], che rappresenta un decisivo passo verso l'internazionalizzazione e, in particolare, l'ellenizzazione della vita culturale e sanitaria di Roma. Indirizzo confermato successivamente da Augusto, che, a riguardo, in conseguenza della carestia del 6 d.C., espelle da Roma gli schiavi superflui, ad eccezione di medici ed insegnanti[19].

Il decreto di Giulio Cesare segna, dunque, una tappa fondamentale e muta completamente la vita dei medici e la pratica della medicina a Roma. L'enorme vantaggio di possedere il titolo ed i diritti di cittadino romano eleva notevolmente l'immagine sociale dei medici al punto che il loro numero, da quel momento, aumenta considerevolmente, anche se la diffidenza e lo scetticismo dei Romani nei confronti della medicina ed in particolare di quella greca, ormai ampiamente diffusa ed affermata, non scompare mai del tutto, come attestato ripetutamente da Plinio, che lamenta avidità, mancanza di scrupoli e, persino, corruzione ed infamia[20] e come affermato da Pallada, molto apprezzato in epoca tardo-antica, che, nei suoi epigrammi satirici come oggetto del suo scherno, accanto a donne, tiranni e saccenti, pone anche un medico: «Meglio incappare nel giudizio di Egemone, l'ammazzabriganti, che nelle mani di Gennadio, il chirurgo. Il primo, infatti, in odio agli assassini, li squarta con tutti i crismi; il secondo, per mandarti agli inferi, si fa dare un onorario»[21].

L'immagine di medico presentata da Pallada ha, effettivamente, ben poco di nuovo: «Come vertice forte del triangolo ippocratico, malattia-medico-malato, il medico antico poteva essere l'esperto che aiutava il malato a ristabilire l'equilibrio turbato dalla malattia e a riacquistare la salute, ma, nella proiezione delle angosce del malato, poteva anche diventare l'impostore che, per incapacità professionale spesso sommata ad avidità di denaro, faceva pendere la bilancia dalla parte della morte. Questo rapporto conflittuale arrivò a fissare alcuni stereotipi del medico, fra cui quello del rapace assassino»[22].

La diffidenza verso i medici rappresentata nella commedia antica potrebbe essere più di indole psicologica che fondata su elementi reali se è vero che la si ritrova anche nella letteratura greca, specchio di una società ben abituata ai medici di professione. Essa attraversa i secoli fino agli epigrammi burleschi di età imperiale: per Lucilio, Nicarco, Marziale il medico è una sorta di ‘Hermes' che accompagna all'ade i corpi anziché le anime ed il cui semplice apparire in casa o anche solo nei sogni dei pazienti può causarne immediatamente la morte[23].

I medici contro i quali si scagliano i vari autori latini sono, dunque, greci e orientali e ciò perché molti individui provenienti dalla varie provincie dell'impero, nel tentativo di sbarcare il lunario in qualche modo, si presentano al pubblico come capaci di risolvere i loro problemi, come esperti di medicina, fosse anche solo per cavare un dente o estrarre un'unghia incarnita. Si comprende bene, allora, lo scherno di Giovenale [24] e si osserva come l'uso del termine ‘greculo' faccia pensare che i nuovi arrivati non sono certo i più alti esponenti dell'ambiente culturale ellenico.

D'altra parte, difficoltà oggettive nell'efficacia dell'atto medico pure ve ne sono se lo stesso Celso nota come, nonostante i molti rimedi della medicina a lui contemporanea, le malattie si mostrano peggiori di quanto si ricordi per le epoche precedenti e, sostanzialmente, le cause di ciò sono da riconoscere, a suo parere, nella pigrizia e nell'intemperanza[25]. Ma non è possibile trascurare, nella realtà, le condizioni igienico-sanitarie delle fasce più povere della popolazione, specie con l'incremento dell'inurbazione dal II secolo a.C. in poi, che porta a sovraffollamento, con costruzioni ammassate le une alle altre, strade strette, edifici a più piani[26], con il conseguente mergere del problema della tutela della salubritas, che trova nell'editto del pretore ed in Labeone, rispettivamente, le prime soluzioni e gli interventi a tutela del patrimonio idrico del fondo, del fondo stesso, dei fiumi, delle viae publicae, dell'aria e delle cloache[27].

 

2.   Le opinioni dottrinarie sulla condizione sociale del medico a Roma sono quanto mai dispari, a causa della non univocità delle fonti che parlano globalmente di medici per indicare sia veri e propri tecnici della scienza medica sia paramedici, praticoni, e finanche ciarlatani o impostori. In questo contesto, soprattutto nelle fonti lettararie, si inquadrano la diffidenza e l'ironia nei confronti dei medici stessi.

Il vocabolo medicus, che si presenta come un guscio lessicale con vari contenuti e significati[28], è documentato per la prima volta nella letteratura in Plauto[29], e, secondo Varrone, trova fondamento l'ipotesi che derivi da medeor, anche se nella Roma imperiale del I secolo d.C., quando Aulo Cornelio Celso scrive il suo De medicina, tale termine ricorre con frequenza relativamente minore rispetto ad altri vocaboli che pur riconoscono la medesima radice linguistica. In compenso chi esercita la cura è passato di grado: ora rappresenta colui che ha acquisito la scientia medendi; la pratica è promossa a scienza, il mestiere a professione. Nell'alto Medioevo, Isidoro di Siviglia[30], nella parte propriamente medica delle Etymologiae od Origines (libro IV), ricollega l'etimologia di medicina a modus, cioè alla ‘giusta misura' che deve guidare chi la professa: «Per questo la medicina è chiamata seconda filosofia, poiché entrambe le discipline sono complementari all'uomo». In tal senso si può ribadire quanto Galeno, medico di Marco Aurelio e dei suoi figli, scrive a titolo di una sua opera: «Il miglior medico è anche filosofo» e, come tale, «amico della verità»[31]. Nel mondo greco la teoria e la prassi mediche vanno di pari passo con l'armonia della musica e con il valore della giustizia, come già testimoniato nella poesia omerica[32], e ciò spinge a ‘sperimentare' senza accontentarsi dell'immediata percezione[33].

Nelle commedie di Plauto[34] ricorre spesso il gioco enigmistico dello ‘scarto', mediante il quale si ottiene una parola da un'altra, elidendone una consonante, come accade per mendicus/medicus, mendicante/medico. Nella commedia Rudens (5.2.17), il Sarsinate fa dialogare così due dei suoi personaggi: «Sei medico?». «No, non sono medico, ho una lettera in più». «Sei dunque mendìco?». Al di là dell'enigmistica, il binomio rivela che a Roma i medici vivono generalmente in condizioni molto precarie e se tra mendicus e medicus vi è il divario di una lettera, nella concreta vita sociale del tempo[35] non risulta una grande differenza tra i due.

Il medico è un uomo che ha come sola risorsa: aver cura di altri individui[36], ricevendone in cambio un obolo di riconoscenza. Senza lucrare, fornisce egli stesso il medicamentum[37]. Chiunque abbia bisogno del suo aiuto può trovarlo, a ogni ora del giorno e della notte, nella taberna medica[38], una bottega a metà strada tra l'ambulatorio e il dispensario.

Già Platone, nelle Leggi (4.720), riporta che, nella Grecia post-ippocratica, si riconoscono «due specie di quelli che si chiamano medici»: i medici degli schiavi e i medici degli uomini liberi; i primi «fanno come un tiranno superbo e tosto si scostano» dallo schiavo malato, i secondi «danno informazioni allo stesso ammalato» e «non prescrivono nulla prima di aver persuaso per qualche via il paziente, preparandolo docile all'opera loro»[39].

Sempre Plauto offre un'ulteriore indicazione sull'attanziale medicus (ciarlatano, saccente, incapace) e descrive un'attesa che si innesta sulla premura impaziente del senex in Plaut., Men. 882:

 

 Lumbi sedendo, oculi spectando dolent, manendo medicum, dum se ex opere recipiat. Odiosus tandem vix ab aegrotis venit. Ait se obligasse erus fractum Aesculapio, Apollini autem brachium! Nunc cogito utrum me dicam ducere medicum an fabrum. Atque eccum incedit. Move formicinum gradum!

 

Al di là delle note esegetiche[40] e dell'ironia, per la quale si possono toccare con mano tutti i lati negativi della maschera medica: la lunga attesa, gli interventi su simulacri piuttosto che su esseri animati, l'incedere da formica, a piccoli passi, senza grande trasporto per il proprio dovere, come se la descrizione contenesse tutto il disprezzo nutrito da un romano nei confronti di un greco, comunque dal testo si può ricavare che i medici romani di un certo livello possiedono una vasta clientela ed esercitano sia la medicina che la chirurgia, che la medicina è ormai un'attività professionale retribuita, non spregevole, per il suo livello intellettuale e la sua utilità sociale, come invece i lavori manuali, ma certo estranea al grande asse proprietà terriera - attività politica e militare su cui si impernia la società romana. Cicerone registra esattamente questa situazione quando definisce la medicina «ut architectura ut doctrina rerum honestarum eae sunt iis quorum ordini conveniunt honestae», dunque per persone di condizione sociale inferiore o intermedia[41]. E quest'idea di una inferiorità della medicina, basata anche sul fatto che chi l'esercita sembra mercanteggiare con la vita umana[42], si trasmetterà fino al Medioevo.

Anche se Celso, Seneca[43] e, in certa parte, lo stesso Cicerone[44] stimano e rispettano la professione medica, come documentato anche dal dolore mostrato da quest'ultimo per la morte improvvisa del suo medico Alexion[45], non tutti annoverano la medicina tra le arti liberali, come il già citato Catone iportato da Plinio[46]. Meno acidi, ma ugualmente critici, appaiono Marziale[47] e Giovenale[48].

A partire da Augusto, nella scia di quanto iniziato da Cesare[49], si mostra sensibilità verso medici e professori, ai quali è concesso il permesso di soggiornare in una Roma stremata da una violenta carestia[50], manifestando di aver ben compreso il ruolo accreditato a tali professionisti nella vita dell'Urbe[51]. Ma, nonostante questa apertura, non è da riconoscere ai prìncipi della dinastia Giulio-Claudia grande trasporto verso la cultura, anzi, in taluni casi, si rinviene quasi disprezzo nei confronti degli intellettuali[52]. Secondo parte della moderna dottrina[53], le testimonianze di interesse, prima riferite, non sono bastevoli a riconoscere, in questo periodo, una fattiva programmazione, da parte del potere imperiale, di sostegno nei confronti del mondo della cultura, bisognosa di concrete risposte agli interrogativi e alle richieste di ‘partecipazione' che gli intellettuali andavano ponendo ai centri di potere[54].

Si registra, comunque, l'uso invalso in tutti gli imperatori di circondarsi dei medici da loro preferiti, ma questi privilegiati, schiavi affrancati o uomini liberi, quali Antonio Musa, Xenofone, Andromaco, altro non sono che medici privati: soltanto la loro scienza e la fiducia che sanno infondere garantiscono loro un posto a corte. Come compenso per le loro prestazioni non percepiscono onorari fissi bensì quelli che liberamente stabiliscono e non fanno parte della pubblica amministrazione. Questi uomini, da cui dipendevano la salute e la vita stessa dell'imperatore, non sono in possesso di alcun titolo né sono inquadrati in alcun rango tra il personale di corte.

Man mano, però, che la società romana evolve e si organizza su basi amministrative sempre più solide e strutturate, l'assistenza medica diviene una pubblica necessità. Il governo romano, che gestisce funzionari, squadre di gladiatori, imprese commerciali e industrie, ha tutto l'interesse a mantenere in buona salute i numerosi addetti alle varie attività per garantire la continuità dei servizi. Si comincia, quindi, con il creare un servizio di sanità destinando medici a tutte le amministrazioni pubbliche e private: vengono, in tal modo, annoverati tra i pubblici dipendenti medici funzionari con un sistema gerarchico ben definito, con funzioni ben determinate e con onorari annuali prefissati.

Vespasiano[55] emana l'edictum de privilegiis medicorum et magistrorum[56], pubblicato a Roma il 27 dicembre del 74[57]. Lo scopo delle concessioni fatte da Vespasiano, migliorare le condizioni di vita di medici e insegnanti, per consentire loro di dedicarsi con maggior tranquillità alle proprie professioni, così utili al bene comune, richiama da vicino le costituzioni emanate in seguito da Costantino sul medesimo tema. Anche al primo imperatore cristiano sono ben presenti le necessità degli intellettuali; tuttavia, nella legislazione di Costantino non vi è posto soltanto per una valutazione dell'utilità sociale che queste professioni rivestono per lo stato bensì anche, e forse soprattutto, la piena consapevolezza del valore della cultura in se stessa considerata[58].

Nel 1935, un anno dopo il rinvenimento a Pergamo da parte dell'archeologo tedesco Theodor Wiegand di una epigrafe marmorea, Rudolf Herzog[59] cura un'edizione del suo contenuto: l'editto di Vespasiano ed un rescritto di Domiziano[60], attraverso il quale questi interviene sulle esenzioni ed i privilegi già concessi dal padre, apportandovi correttivi per magistri, medici e iatraliptae[61] con la motivazione che i beneficiari svolgono attività considerate utili sia al buon andamento della cosa pubblica sia alla stessa convenienza dei privati cittadini al punto da ritenerle gradite alle divinità tanto che, con appellativi mutuati dal Corpus ippocratico, medici ed assistenti sono chiamati sacri et divini.

Non è certamente da intendersi come un primo passo verso l'istituzionalizzazione dell'organizzazione scolastica, sensibilità da attribuire a politiche successive, più mature e mirate, ma l'importanza dell'editto di Pergamo, per ciò che rappresenta, sta nell'essere un atto legislativo che prevede immunità e privilegi o, comunque, la rimozione di ostacoli all'esercizio di professioni che iniziano ad essere considerate ‘socialmente utili'. Il testo va contestualizzato nel progetto di trasformazione politico-culturale di Vespasiano, continuato dai successori e radicato nel mecenatismo dei Flavi, di cui è ulteriore testimonianza un provvedimento che concede ai retori di lingua latina e greca uno stipendio annuo di centomila sesterzi, gravante sulla cassa imperiale[62].

In collegamento con questo editto vi è una sententia riportata da Arcadio Carisio nel suo De muneribus civilibus, secondo cui «Il divino Vespasiano ed il divino Adriano stabilirono con un rescritto che agli insegnanti i quali hanno l'immunità dai pubblici oneri, e cioè i grammatici, i retori, i medici ed i filosofi, gli imperatori avevano elargito l'esenzione dall'obbligo di concedere alloggio»[63].

Intorno al 117, con Adriano, inizia la politica della immunitas concessa a chi esercita la professione medica. In un'epoca di accentuata fiscalità, come quella tardo-imperiale, un'esenzione di tal genere può risultare economicamente più allettante persino di un salario pubblico, anche se essa ha un significato socialmente ambiguo: infatti, estrania chi ne partecipa da honores e munera[64], onerosi ma ricchi di prestigio. Ai medici e ad altre figure eminenti di intellettuali si garantisce, con la immunitas, l'esenzione dalle costose cariche edili e sacerdotali, dall'obbligo della tutela per orfani e vedove, dai munera personalia e patrimonii, quali l'ospitalità da offrire alle truppe in transito o di guarnigione, le corvées alimentari richieste dalla fiscalità imperiale e altre simili prestazioni altrimenti obbligatorie per cittadini facoltosi[65].

Antonino Pio, in una epistula[66] diretta al koinon dell'Asia, riportata in un parere di Modestino[67], fissa, probabilmente per ragioni fiscali, un numero massimo[68] di professori e di medici che, in ciascuna civitas (distinta per dimensioni e importanza), può godere dell'immunitas: non più di cinque nelle piccole città, sette in quelle medie, dieci nelle metropoli, ad eccezione di Roma, per la quale, apparentemente, non viene stabilito alcun limite. Il provvedimento[69], databile intorno al 140, limita evidentemente la concessione fatta senza alcuna discriminazione dal padre Adriano ma, al tempo stesso, istituzionalizza la tradizione dell'immunitas per medici ed intellettuali.

La scelta di questi medici viene effettuata, sulla base della probitas morum e della peritia artis, non dall'autorità imperiale, ma dai singoli consigli municipali[70]. Vengono così a formarsi, in ogni città dell'impero, collegi ristretti di medici autorevoli e privilegiati in virtù dell'immunitas loro concessa. Il meccanismo della scelta e il vantaggio economico fanno sì che i medici di Antonino Pio risultino i veri eredi, sia pure indiretti, dei medici pubblici di età ellenistica con l'importante differenza che ad essi viene imposto l'unico obbligo di esercitare nella città, ma non quello di assistere indiscriminatamente, e tanto meno gratuitamente, tutti i cittadini; l'assenza di un salario pubblico ribadisce, da questo punto di vista, il carattere del tutto privatistico dell'organizzazione sanitaria romana[71].

Le esenzioni di cui godono i medici, però, se da un lato esprimono il riconoscimento della utilità pubblica della loro professione, dall'altro danno per scontato che essi abbiano un loro patrimonio, perché la concessione di un privilegio presuppone che esista un bene a cui venga applicato e, in effetti, molti medici arrivano a crearsi una vera fortuna unicamente con l'esercizio della loro professione.

 

3.   Il ruolo dei personaggi di origine servile nella medicina romana è rilevante per tutto il periodo della tarda repubblica e della prima età imperiale. Parte della dottrina[72], sottolinea come, tra gli schiavi medici di Roma, rientrino sia persone che esercitavano il mestiere già prima di cadere in schiavitù sia schiavi nati in casa; in questo caso sono gli stessi padroni a far istruire i servi nell'arte della medicina, per meglio piazzarli sul mercato e per offrire a terzi le loro prestazioni, ovviamente dietro compenso, o per utilizzarli semplicemente al proprio servizio. Medici di condizione servile si incontrano non solo al servizio delle grandi famiglie aristocratiche, tra cui, naturalmente, la famiglia imperiale, ma anche nelle tenute di campagna, per gli abitanti delle quali è abbastanza difficile raggiungere i centri abitati nei quali i professionisti esercitano.

Per la qualità sostanzialmente buona delle condizioni di vita loro riconosciute e per la possibilità di accumulare somme di denaro a volte anche ingenti, gli schiavi medici rappresentano dei privilegiati rispetto alla condizione degli altri servi impiegati in altri settori economici. Ne deriva, natiralmente, che molti diessi riescano in breve tempo a conquistare la libertà, riscattandosi grazie al denaro messo da parte e beneficiando del rapporto di fiducia instaurato con il loro patronus[73].

Da notare, però, che qualora il liberto di un medico eserciti la medesima professione del suo patronus, è obbligato a rispettare determinati patti e condizioni: il liberto medico, infatti, è tenuto a curare gratuitamente il suo affrancatore nonché i familiari e gli amici di questo; mentre è obbligato a pagare le prestazioni eventualmente ricevute dal padrone medico e deve evitare di fargli concorrenza nel mestiere[74].

Ancora in un passo giulianeo[75] si legge:

 

Patronus, qui operas liberti sui locat, non statim intellegendus est mercedem ab eo capere: sed hoc ex genere operarum, ex persona patroni atque liberti colligi debet. 1. Nam si quis pantomimum vel archimimum libertum habeat et eius mediocris patrimonii sit, ut non aliter operis eius uti possit quam locaverit eas, exigere magis operas quam mercedem capere existimandus est. 2. Item plerumque medici servos eiusdem artis libertos perducunt, quorum operis perpetuo uti non aliter possunt, quam ut eas locent. Ea et in ceteris artificibus dici possunt. 3. Sed qui operis liberti sui uti potest et locando pretium earum consequi mallet, is existimandus est mercedem ex operis liberti sui capere. 4. Nonnumquam autem ipsis libertis postulantibus patroni operas locant: quo facto pretium magis operarum quam mercedem capere existimandi sunt.

 

      L'ipotesi analizzata sembra da inquadrare nel contesto della locazione delle opere[76]. L'incedere del discorso del giurista si dispiega procedendo per gradi. Egli parte dall'assunto che non si deve pensare che un patrono, che conceda in locazione le operae del suo liberto, consegua immediatamente un guadagno da questa circostanza, poiché questo risultato deve essere giudicato tenendo presenti i due parametri della qualità delle opere e della persona del patrono e del liberto. Questo il contenuto dell'incipit che risulta così un modello di regola generale.

Nei successivi paragrafi, il giurista propone degli esempi citando particolari categorie di lavoratori. Nel primo paragrafo riferisce di colui che abbia come liberto un pantomimo[77] o un archimimo[78]: se le sue possibilità sono così tenui da non potere usare le opere del suo liberto se non dandole in locazione, si deve reputare che egli possa esigere le opere, senza riceverne la mercede (corrispettivo). Il secondo paragrafo prende in considerazione i medici, o meglio, l'ipotesi in cui vi siano liberti medici di un medico. Delle operae di questi i patroni non possono beneficiarsi se non locandole, allo stesso modo degli altri artifices.

A corredo della parte centrale del parere si pone il terzo paragrafo in cui Giuliano, probabilmente spinto da necessità giustificative, riferisce che se il patrono ha la possibilità di usufruire delle opere alle quali è tenuto il liberto ma preferisce conseguirne il valore mercantile computato in danaro, allora deve locarle per averne mercede. Può capitare che i patroni commercializzino le prestazioni dei loro liberti, proprio per richiesta specifica di questi, ed in tal caso ricevono il prezzo piuttosto che la mercede.

      Il parere del giurista si impernia sull'ambiguità tra prezzo e mercede, i quali, a norma proprio del principium, sono misurati dalla persona del patrono e del liberto.

Giuliano riprende le fila del discorso a proposito di un liberto mimo[79]: se il liberto svolge la professione di pantomimo deve prestare al suo patrono ed ai suoi amici la sua opera gratuitamente; allo stesso modo il liberto che esercita la medicina, quando il patrono dimostri di volerlo, deve curare gratuitamente i di lui amici. Infatti, non è necessario che il patrono organizzi sempre divertimenti o versi sempre in condizioni di malattia affinché possa disporre delle prestazioni del suo liberto[80].

Ed ancora a proposito di liberti di un medico, si riporta il parere di Alfeno Varo[81] in un passo in cui sembra prospettarsi l'ipotesi di una vera e propria impresa medica[82]. In uno stile vivace, fatto di un susseguirsi di domande e risposte, in cui si rivolge al suo maestro, Alfeno, anche se non esplicitamente, si riferisce all'instrumentum medici. Un medico, che si fa accompagnare dai suoi collaboratori ed assistenti (schiavi) nel giro di visite, già edotto sul da farsi perché anch'egli liberto - essendo sul punto di operare delle manomissioni - si preoccupa che costoro, specializzati da lui stesso nell'arte medica, possano sottrargli la clientela. Allora chiede se sia conforme al diritto costringerli a seguirlo mentre esercita la sua attività, in modo da non dar loro il tempo per lavorare autonomamente, sottraendogli clientela o formandose una propria. Gli viene risposto che è abilitato a farlo purché chieda loro di prestargli operae liberali, cioè permetta loro di riposarsi «meridiano tempore et valetudinis et honestatis suae rationem habere sineret». Allo stesso modo, si pone la domanda, se non vogliono prestarle, quanto si devono stimare? La risposta suggerisce di applicare, come ovvio, un criterio proporzionale a partire da quanto il patrono avrebbe ricavato dalle loro operae e non dal vantaggio che avrebbe conseguito impedendo loro di esercitare la medicina.

La costante che si ricava dalla lettura dei tre pareri è l'emersione di criteri legati alle valutazioni delle persone piuttosto che al mero rapporto tra vantaggio ed investimento. Infatti, in particolare nel primo passo giulianeo, si ha l'indicazione del valore di scambio (pretium)[83] rispetto al salario (mercede, richiesta a consapevole presidio della reciprocità, da merces, merere), della ricompensa rispetto al frutto. Per inciso, basti qui ricordare il valore giuridico del lemma pretium in una disputa sui nova negotia tra Sabiniani e Proculiani, a proposito dell'elemento dirimente nella distinzione tra compravendita e permuta, che fa' propendere Paolo[84], attraverso un ragionamento per assurdo, a ritenere più convincente la posizione dei due esponenti proculianei, Nerva e Proculo, perché diverse sono le posizioni soggettive del compratore e del venditore nello schema delle due diverse negoziazioni.

 

4.   Il problema del sostentamento del medico, della concorrenza, del suo arricchimento riporta alla mente quanto affermato da Plinio il Vecchio in altra, precedente, epoca: gli antichi non ammettono che la vita e la salute possano dipendere da un salario. Un vero medico non lavora, ma pone il suo sapere al servizio dell'uomo. Esercitare la professione per un medico è un onore, come per un avvocato; farsi pagare è indecoroso.

Seneca, tuttavia, parla degli onorari dei medici e li definisce, non senza un po' di ipocrisia, una sorta di risarcimento per il tempo perduto nella prestazione di un servizio che rimane, in ogni caso, idealmente gratuito[85]: al pari dell'avvocato, durante il tempo dedicato all'assistenza, il medico non ha potuto, infatti, curare i propri affari. Si può, quindi, concludere che, come gli avvocati, che solo a parole difendono gratuitamente i loro clienti, anche i medici ricevono a titolo di onorario doni, legati testamentari e ricompense di vario genere. Che poi queste attestazioni di riconoscimento siano più che consistenti, lo prova la notevole ricchezza di cui certi medici possono disporre.

L'era delle ricchezze accumulate con l'esercizio della medicina è cominciata ai tempi di Augusto, almeno per i medici migliori o più in vista. L'imperatore, che soffre di vari mali, per altro malcurati, ha finalmente trovato in Antonio Musa il medico capace di guarirlo e, per questo, gli dona 400.000 sesterzi in segno di gratitudine[86].

I grandi medici di Roma, con la sicurezza che deriva loro dal riconoscimento dell'indispensabilità della loro professione, non si fanno scrupoli di domandare, sotto l'ipocrita formula dell'onorario, somme più o meno elevate in base alla condizione economica dei loro pazienti. I medici di corte di età imperiale, assimilati nel salario ad alti funzionari, ricevono addirittura 250.000 sesterzi all'anno[87].

Apparentemente contro questi ingenti guadagni Plinio imposta la sua polemica: la medicina, fra tutte le professioni, è la più redditizia[88]. Ma, in realtà, una spiegazione più soddisfacente dei continui attacchi dell'ologarchia senatoria contro le nuove istanze sociali risiede nell'opposizione alle spese derivanti dallo stabile allargamento dei commerci all'Africa e all'Asia, organizzato da Augusto e dai primi imperatori, con la conseguente introduzione di nuovi generi di consumo, tra cui le spezie, indispensabili per la preparazione, oltre che di condimenti e profumi, di medicinali e droghe[89]. In questo slancio alla ricerca di nuove vie commerciali, Roma deve finanziare i rischi esportando metalli preziosi in lingotti, ma anche moneta, per dar vita a valute locali in metallo prezioso nei pressi dei porti con cui commercia; occorrono, poi, merci che si impongano da sole ai nuovi consumatori e, pertanto, almeno nella prima metà del secolo, il debito nella bilancia dei pagamenti sta dalla parte di Roma.

È in questo contesto che Plinio fonda il suo ossessivo ammonimento contro gli sperperi, che finisce per ricomprendere anche le enormi somme riscosse dai medici: si pensi a Quinto Stertinio, medico dell'imperatore Claudio, e a suo fratello Caio Stertino Xenofone, che nonostante le ingenti sostanze utilizzate per abbellire Napoli con ricchi edifici, lasciano in eredità lo straordinario patrimonio di trenta milioni di sesterzi, cifra fino ad allora raggiunta solo da un altro medico, Arruntio[90].

Il medico romano, dunque, per quanto riguarda, l'onorario è protetto ed addirittura privilegiato dalla legge: le somme gli vengono versate, di norma, il primo di gennaio e i debitori sono tenuti al pagamento anche se il paziente è deceduto[91], anche se una querela riguardante l'ammontare dell'onorario diventa competenza del magistrato, che può anche ridurre una parcella eccessiva, allorché il medico l'abbia ottenuta per estorsione.

Non si deve credere, comunque, che tutti i medici guadagnino le somme straordinarie dei colleghi celeberrimi citati da Plinio[92]: molti di loro riescono a stento a sbarcare il lunario e la lotta per l'esistenza diviene così aspra che si trovano medici che cessano la loro professione e si dedicano ad altre attività. Marziale, con il suo inconfondibile sarcasmo, parla del chirurgo Dialus, che, per vivere, si improvvisa becchino; in tal modo, scrive Marziale, non ha cambiato professione[93].

Certo, pur nella difficoltà di immaginare correttezza di comportamento da parte di chi è ai limiti della sopravvivenza, comunque, un codice deontologico esiste per il professionista serio e preparato ed anche i medici di età romana si rifanno al Giuramento di Ippocrate, in cui vengono regolati i rapporti tra medico e pazienti, anche se questo non è ritenuto nella pratica un vincolo insormontabile, almeno per quanto riguarda la somministrazione di veleni per aiutare i propri pazienti a morire nel caso di malattie inguaribili; sono, infatti, pochi i medici che ritengono di non dover affrettare la morte del paziente in caso di sofferenza.

Particolarmente significativi sono, poi, alcuni passi del Giuramento riguardanti la moralità del medico, che potrebbe anche approfittare della propria posizione e della debolezza del malato per commettere reati contro la persona e il patrimonio[94], e l'importanza etica del segreto professionale[95]. Correttezza e coscienziosità, quindi, caratterizzano la condotta dei medici colti e responsabili, né difettano in essi sentimenti di sensibilità e di pietà, pur nel contesto di un necessario distacco emotivo richiesto dalla professione.

 

 

 

Abstract

 

 

Nelle fonti viene utilizzato il termine medicus per indicare indistintamente più figure (medici, paramedici, praticoni, ciarlatani e persino impostori). Il riconoscimento della ‘qualità' di medicus e non di impostor si fonda, verosimilmente, sulla base della fama (pubblica opinione). La considerazione pubblica dei medici a Roma risente, però, notevolmente del fatto che per la loro attività prendano un compenso, per cui diventano oggetto di disprezzo da parte dei più conservatori, che si rifanno agli antichi costumi che non ammettono che la vita e a salute possano dipendere da un salario. Un vero medico non ‘lavora' bensì pone il suo sapere al servizio dell'uomo: esercitare la professione per un medico è un onore, come per un avvocato, e farsi pagare è un disonore. Dal I secolo d.C., la medicina diviene senza dubbio un'attività professionale retribuita non spregevole (come, invece, ancora i lavori manuali) in virtù del suo livello intellettuale e della sua considerazione ed utilità sociale.

 

In the ancient sources, the term medicus is indiscriminately used to denote several figures, e.g., doctors, paramedics, praticoni, charlatans, and even impostors. The acknowledgement of the status of medicus rather than of impostor was probably based on the fama (reputation, public opinion). In Rome, however, the public reputation of physicians was greatly influenced by the fact that they expected a salary for their activity, so they became an object of contempt on the part of the Conservatives, who were inspired by the ancient customs that did not admit that life and health could depend on a salary: a real doctor did not 'work', but put his knowledge at the service of man; for a physician, practicing his profession had to be considered as a honor, as for a lawyer, and getting paid was disgraceful. From the first century AD, however, medicine became undoubtedly a not degraded gainful employment (as manual work still was) by virtue of its intellectual level, its consideration, and social utility.

 

 

 

Parole Chiave

 

medico; società romana antica.

 

doctor / physician; ancient roman society.

 

 

 

Maria Rosaria De Pascale

Dipartimento di Giurisprudenza

Università degli Studi di Napoli "Federico II"

E-mail: mariarosaria.depascale@unina.it

 


[1] Plin. N.H. 30.2: Nata primum e medicina nemo dubitabit ac specie salutari inrepsisse velut altiorem sanctioremque medicinam, ita blandissimis desideratissimisque promissis addidisse vires religionis.

[2] Plin. N.H. 30.3-13. Il suo excursus si conclude, infatti, con l'esaltazione del preclaro esempio di civiltà offerto dai Romani nel combattere la magia come fonte di mostruosità e di delitti: Namque Tiberii Caesaris principatus sustulit Druidas eorum et hoc genus vatum medicorumque [...] Romani sustulere monstra in quibus hominem occidere religiosissimum erat, mandi vero eiiam saluberrimum.

[3] Sen. ad Luc. 15.95: Medicinam quondam paucarum fuit scienila herbarum, quibus sisteretur sanguis, vulnera coirent.

[4] A quanto riferisce Celso, secondo la scuola medica dogmatica, cioè razionale, è necessario sezionare i corpi dei morti e scrutarne le viscere; ma di gran lunga meglio fecero Erofilo ed Erasistrato, che vivisezionarono criminali consegnati loro dalle carceri. Cfr. Cels. Proem 23 ss.: [...] longeque optime fecisse Herophilum et Erasistratum, qui nocentes homines, a regibus ex carcere acceptos, vivos inciderint, considerarintque, etiamnum spiritu reman ente, ea quae natura ante clausisset, eorumque positum, colorem, figuram, magnitudinem, ordinem, duritiem, mollitiem, laevorem, contactum; processus deinde singulorum et recessus, et sive quid inseritur alteri, sive quid partem alterius in se recipit. Neque enim, quum dolor intus incidìt, scire quid doleat, eum qui, qua parte quodque viscus intestinumve sit, non cognoverit; neque curari id, quod aegrum est, posse ab eo qui quid sit ignoret. Et quum per vulnus alicuius viscera patefacta sunt, eum, qui sanae cuiusque colorem partis ignoret, nescire quid integrum, quid, quid corruptum, sit; ita ne succurrere quidem posse corruptis. Aptiusque extrinsecus imponi remedia, compertis interiorum et sedibus et fìguris, cognitaque eorum magnitudine: similesque omnia, quae posita sunt, rationes habere [...].

[5] Gal. Proc. Anat. 1.II.220-222.

[6] Liv. 27.37: Libertas religione mentes turbavit rursus nuntiatum Frusinone natum esse infantem quadrimo parem, nec magnitudine tam mirandum quam quod is quoque, ut sinuessae biennio arte, incertus, mas an fernina esset, natus erat. Id vero haruspices ex Etruria ad citi foedurn ac turpe prodigium dicere; extorrem agro romano, procul lerrae contaclu, alto mergendum. Vivum in arcam condidere provectumque in mare proiecerunt. Decrevere item pontifices ut virgines ter novena e per urbem euntes carme canerent [...].

[7] Cic. leg. 3.8.19.: [...] deinde cum esset cito necatus tarnquam ex duodecim tabulis insignis ad deforrnitatern puer, brevi tempore nescio quo pacto recreatus multoque taetrior et foedrior renatus est.

[8] Sui monstra vel prodigia cfr. lo studio di O.M. Peter, ‘Olim in prodigiis, nunc in deliciis'. Cambiamenti inspiegabili nello stato dei monstra e prodigia nel pensiero romano, in Opuscula V, Napoli, 1995.

[9] Macr. Sat. 1.17.15: [...] Ut Apollinem appellantem mala intellegas, quem Athenienses Alexikakos appellant. Sed et Lindìi colunt Apollinem Lòimios, hoc cognomine finite pestilentia nuncupatum. Eadem opinio sospitalis et medici dei in nostris quoque sacrisfovetur. Namque virgines Vestales ita indigitant: "Apollo Medice, Apollo Paean".

 

[10] Val. Max. 1.8.2: Sed ut ceterorum quoque deorum propensum huic urbi numen exequamur, triennio continuo vexata pestilentia civitas nostra, cum finem tanti et tam diutini mali neque divina misericordia neque umano auxilio inponi videret, cura sacerdotum inspectis Sibyllinis libris animadvertit non aliter pristinam recuperari salubritatem posse quam si ab Epidauro Aesculapius esset accersitus. Itaque eo legatis missis unicam fatalis remedii opem auctoritate sua, quae iam in terris erat amplissima, impetraturam se credidit. Neque eam opinio decepit: pari namque studio petitum ac promissum est praesidium, e vestigioque Epidauri Romanorum legatos in templum Aesculapii perductos ut quidquid inde salubre patriae laturos se existimassent pro suo iure sumerent benignissime invitaverunt. Quorum tam promptam indulgentiam numen ipsius dei subsecutum verba mortalium caelesti obsequio conprobavit: si quidem is anguis, quem Epidaurì raro, sed numquam sine magno ipsorum bono visum in modum Aesculapii venerati fuerant, per urbis celeberrimas partes mitibus oculis et leni tractu labi coepit triduoque inter religiosam omnium admirationem conspectus haud dubiam prae se adpetitae clarioris sedis alacritatem ferens ad triremem Romanam perrexit paventibusque inusitato spectaculo nautis eo conscendit, ubi Q. Ogulni legati tabernaculum erat, inque multiplicem orbem per summam qui etem est convolutus. Tum legati perinde atque exoptatae rei conpotes expleta gratiarum actione cuituque anguis a peritis excepto laeti inde solverunt, ac prosperam emensi navigationem postquam Antium appulerunt, anguis, qui ubique in navigio remanserat, prolapsus in vestibulo aedis Aesculapii murto frequentibus ramis diffusae superimminentem excelsae altitudinis palmam circumdedit perque tres dies, positis quibus vesci solebat, non sine magno metu legatorum ne inde in triremen reverti nollet, Antiensis templi hospitio usus, urbi se nostrae advehenendum restituit atque in ripam Tiberis egressis legatis in insulam, ubi templum dicatum est, franavit adventuque suo tempestatem, cui remedio quaesìtus erat, dispulit.

[11] Negli Asklepieia i malati, compiuti i riti di purificazione e il sacrificio, vengono accolti in un apposito locale adiacente al tempio per trascorrervi la notte e qui avviene l'incubatio: il Dio appare in sogno e a volte guarisce miracolosamente, altre ordina strani riti, altre, proprio come un medico, prescrive farmaci e diete. Non mancano, dunque, affinità tra medicina del tempio e medicina razionale e, in fondo, il Dio viene consultato come si consulta un medico. Cfr. a riguardo C. De Filippis Cappai, Medici e Medicina in Roma antica, Torino, 1993, 40.

[12] F. Parenti - F. Fiorenzuola, Le basi della Medicina nel Mondo Antico, Milano, 1968, 95.

[13] Molteplici sono le loro indicazioni terapeutiche; ad esempio, per l'uovo, l'albume, impastato con pinoli e miele, fa sparire le eruzioni cutanee mentre il tuorlo, inghiottito crudo, ma senza farlo toccare dai denti, risolve tosse, catarro e irritazioni della gola. Cfr. Plin. N.H. 29. 42 ss.: Prodest et tussientibus per se luteum devoratum liquidum ita, ut dentibus non attingatur, thoracis destillationibus, faucium scabritiae. Privatim contra hemorroidas morsui inlinitur sorbetutque crudum. Prodest et renibus, vescicae rosionibus exulcerationibusque.

[14] Plin. N.H. 29.7.14.: Dicam de istis Graecis suo loco, M fili, quid Athenis exquisitum habeam et quod bonum sit illorum litteras inspicere, non perdiscere. Vincam nequissimum et indocile genus illorum, et hoc puta vatem dixisse: quandoque ista gens suas litteras dabit, omnia corrumpet, tum etiam magis, si medicos suos hoc mittet. Iurarunt inter se barbaros necare omnes medicina, sed hoc ipsum mercede faciunt, ut fides iis sit et facile disperdant. Nos quoque dictitant barbaros et spurcius nos quam alios opicos appellatione foedant. Interdixi tibi de medicis.

[15] Plin. N.H. 29.12-13: [...] Cassius Hemina ex antiquissimis auctor est primum e medici venisse Romam Peloponneso Archagahtum Lysaniae filium L. Aemìlio M. Livio cos. anno urbis DXXXV, eique ius Quintium datum et tabernam in compito Acilio emptam ob id publice. 13. Vulnerarium eum fuisse egregium, mireque gratum adventum eius initio, mox a saevitia secandi urendique transisse nomen in carnificem et in taedium artem omnesque medicos [...].

[16] Sulla rilevanza di questa concessione, cfr. G. Coppola, Cultura e potere. Il lavoro intellettuale nel mondo romano, Messina, 1990, 103, in cui l'autrice fa notare come il provvedimento con il quale si acquista a spese pubbliche una bottega per consentire ad Arcagato di svolgere la propria professione sia analogo a quello che circa un secolo più tardi viene adottato per Publio Scipione Cornelio Nasica Corculum, al quale, sempre a spese pubbliche, è messa a disposizione una casa sulla via Sacra ove fosse più facile consultarlo.

[17] Tolomeo VIII Evergete II, detto il Fiscone (grassone), re d'Egitto dal 144 alla morte nel 116 a.C., figlio minore di Tolomeo V e Cleopatra I, con la sua intolleranza provoca una rottura con gli intellettuali di Alessandria che lasciano la città per disperdersi nel mondo mediterraneo; frattura talmente profonda che solo nel 118 Tolomeo emette un proclama di pace con la concessione di un'amnistia generale.

[18] Suet. Caes. 42.2: Omnes quos medicinam Romae professos, et liberalium artes doctores, quo libentius et ipsi urbem incolere, et coeteri appetere, civitate donavit. Si é sostenuto, fin da tempi ormai lontani, che il disegno di Cesare consistesse nell'incrementare la popolazione di Roma, ridotta per il grave squilibrio demografico determinatosi in seguito all'invio di ottantamila cittadini nelle colonie di oltremare, secondo quanto attestato da Suet. Iul. 42.1: Octoginta autem civium milibus in transmarinas colonias distributis. Il provvedimento di Cesare, quindi, non premia singoli individui per meriti riconosciuti bensì un'intera categoria di persone indistintamente, con l'unica condizione che esercitino la loro professione nella capitale. L'editto del 46 si inserisce in un disegno di più vaste proporzioni, in cui Cesare mostra chiaramente di aver preso coscienza dell'importanza di medici ed insegnanti nella vita della città: Roma non è ormai più solo la patria di guerrieri e contadini, ma si è trasformata nel centro di molteplici interessi, recependo e facendo proprie le istanze culturali provenienti in special modo dalla Grecia. È possibile, dunque, scorgere nel comportamento del dittatore il perseguimento di un fine politico, mirante a garantire non solo l'equilibrio sociale urbano, ma anche il riconoscimento della professionalità di quelle figure; su questo punto, cfr. F. D'Ippolito, L'organizzazione degli intellettuali nel regime cesariano, in Quaderni di Storia, 8, Bari, 1978, 257 ss.

[19] Suet. Aug, 42.3: Magna vero quondam sterilitate ac difficili remedio, cum venalicias et lanistrarum familias peregrinosque omnes, exceptis medicis et praeceptoribus, paritimque servitiorum urbe expulisset [...].

[20] Plin. N.H. 29.11: populus romanus ultra sexcentesimum annum, neque ipsi in accipiendis artibus lentus, medicinae vero etiam avidus, donec expertam damnavit; Plin. N.H. 29.2: nullam artium incostantiorem fuisse, aut etiam nunc saepius mutari, cum sit, fructuosior nulla; Plin. N.H. 29.4: Nec fuit postea quaestus modus quoniam Prodicus, Selymbriae natus, e discipulis eius instituit quam vocant iatralipticen et unctoribus quoque medicorum ac mediastinis vectigal invenit; Plin. N.H. 29.11: Nec dubium est omnes isto famam novitate aliqua aucupantes anima statim nostra negotiari. Hinc illae circa aegros miserae sententiarum concertationes, nullo idem consente, ne videatur accessio alterius. hin illa infelicis monumenti inscriptio: "turba se medi corum perisse"; Plin. N.H. 29.27: Ita est profècto: lues morum, nec aliunde maior quam e medicina, vatem prorsus cottidie facit Catonem et oraculum: "satis esse ingenia Graecorurn inspicere, non perdiscere".

[21] Anth. Pal. 11.280 (Pallada, IV-V secolo d.C.).

[22] G. Lanata, Morire di chirurgia o morire di polizia? Variazioni sulla Novella 13, ora in Società e diritto nel mondo tardo antico. Sei saggi sulle Novelle Giustinianee, Torino, 1994, 7 ss.

[23] Mart. Ep. 4.53: Hunc, quem saepe vides intra penetralia nostrae Pallados et templi limina, cosme, novi cum baculo peraque senem, cui cana putrisque stat coma et in pectus sordida barba cadit, cerea quem nudi tegit uxor abolla grabati, cui dat latratos obvia turba cibos, esse putas Cynicurn deceptus imagine fìcta: non est hic Cynicus, Cosme: quid ergo? Canis. Vedi anche Anth. Pal, 11.131 (Lucilio) e 11. 124 (Nicarco).

[24] Iov. Sat. 3.76-78: [...] grammaticus, rhetor, geometres, pictor, aliptes / augur, schoenobates, medicus, magus; omnia novit / Graeculus esuriens [...].

[25] Cels. Praef. 4-5: Verique simile est, inter nulla auxilia adversae valetudinis, plerumque tamen eam bonam contigisse ob bonos mores, quos neque desidia neque luxuria vitiarant: siquidem haec duo, corpora, prius in Graecia deinde apud nos, afflixerunt; ideoque multiplex ista medicina, neque dim neque apud alias gentes necessaria, vix aliquos ex nobis ad senectutis principia perducit.

[26] Per un efficace affresco dello scenario urbanistico cfr. J. Carcopino, La vita quotidiana a Roma all'apogeo dell'impero (Roma-Bari 1983), 31 ss. e V. Paoli, Vita romana, Milano, 1982, 52 ss. e 137 ss.

[27] Ulp. 70 ad ed. D. 43.21.1 pr.; Ulp. 70 ad ed. D. 43.22.1.6 ; Ulp. 71 ad ed. D. 43.23.1pr.; Ulp. 71 ad ed. D. 43.23.1.15; Ulp. 70 ad ed. D. 43.20.1 pr.; Ulp. 70 ad ed. D. 43.20.1.29. Sulla rilevanza di questi interdetti, sul problema della salubritas, sugli editti del pretore e sulla figura di Labeone v. A. Di Porto, La tutela della salubritas' fra Editto e Giurisprudenza, Milano, 1990, 99 ss., 117 ss. e 145 ss. e M. Bretone, Tecniche e ideologie dei giuristi romani, Napoli, 1971, 22 ss.

[28] S. De Carolis, La professione del medico, in Ars medica. I ferri del mestiere. La domus' del Chirurgo di Rimini e la chirurgia nell'antica Roma, a cura di S. De Carolis, Rimini, 2009, 47 ss. Il termine medico, secondo una prima ipotesi, potrebbe derivare dal verbo latino medeor mederi, con il significato di rimediare, e, in senso più stretto, potrebbe tradurre medicare. Comunque, fin dall'esperienza romana più antica, il vocabolo è evoluto specializzandosi ed assumendo un significato terapeutico vero e proprio, nel senso di risanare, curare, aver cura, da cui medico come curante; cfr. C. Pennacchio, Della Medicina. Storia breve di poche idee di salute, malattia, medicamenti e archiatri nelle fonti e nella letteratura non medica, 1, Strumenti, Napoli, 2012, 7 ss. Si consideri anche la presenza di Meditrina, misteriosa divinità della medicina e della guarigione, il cui nome compare solo nelle Meditrinalia dell'11 ottobre, che, però, sono in onore di Giove; è la festa dell'imbottatura, per impetrare l'adeguata trasformazione del mosto in vino, ed allora si assaggia il vino nuovo a scopo medicinale; del resto il vino, sia vecchio che nuovo, è tradizionalmente bevuto anche come medicina: Vetus novum vinum bibo / veteri novo morbo medeor (Fest., voce Meditrinalia, 123: Vetus novum vinum bibo, veteri novo morbo medeor, e, nella versione forse meno corretta, in Varro ling. lat. 6.21: Novum vetus vinum bibo: novo veteri morbo medeor; cfr. K. Latte, Römische Religionsgeschichte, München, 1960, 75; M. Torelli, Riti di passaggio maschili di Roma arcaica, in Mélanges de l'Ecole française de Rome, Antiquité, 102.1, 1990, 104). Dato che non v'è altra traccia di questa dea, è probabile che il nome della festa evochi un aspetto dello stesso Giove legato al vino medicinale. Il nome deriva dall'indeuropeo *med- / *mod- ‘misura', ‘cosa giusta', ‘regola' (cfr. umbro meds ‘legge', osco meddix il magistrato ‘che indica la cosa giusta', latino modus), e *med- ‘rimedio', ‘cura', ‘sapienza' (cfr. greco Mēde - divinità guaritrice-, Mēdeia, Medea, latino medicus ‘medico', che dosa sapientemente i rimedi, che indica la giusta misura per guarire), medeor = medicare. Ma *meditrinus non ha una forma corrispondente in latino, come, invece, ha medicinus (il medicator di Tertulliano darebbe al più *medicatrinus), mentre la forma è presente nell'umbro *med(e)-to- ‘giusto' (dal verbo *medeom) all'origine di un oscoumbro *meditrina ‘medicina' da *mede-tor (corrispondente al latino medicator, medicus), medicatore, guaritore, con il formante -ino indicante appartenenza, proprio di; quindi Giove *Meditrinus è da intendersi come il Guaritore. In tedesco, il perentorio Arzt (medicus, ma persino Chefarztl) è residuo del medievale archiator, calco del bizantino άρχιατρός; cfr. B. Marzullo, La nascita dell'architetto, in Grecia, in Quaderni Urbinati di Cultura Classica, N.S. 79.1, 2005, 101.

[29] Arcagato potrebbe essere uno dei protagonisti dei Menaechmi plautini; cfr. W. Steidle, Zur Komposition von Plautus' ‘Menaechmi', in RhM, 114, 1971, 260; F. Stok, Follia e malattie mentali nella medicina dell'età romana, in ANRW, II, 37.3, 2289 ss.

[30] Sui rapporti tra Isidoro e la medicina, cfr. V. Neri, Magia e divinazione in Isidoro di Siviglia (Etym. VIII, 9), in Ravenna capitale. Uno sguardo ad occidente. Romani e Goti, Isidoro di Siviglia a cura di G. Bassanelli Sommariva e S. Tarozzi, Sant'Arcangelo di Romagna, 2012, 154.

[31] Cfr. M. Bretone, Soliloquio sul diritto antico. La filosofia di una tecnica, Lecce - Brescia, 2013, 9.

[32] Vd. M. Bretone, Soliloquio, cit., 21: «"Il ventauro sapiente, Chirone, la insegnava [la musica] ad Eracle e ad Achille, con la medicina e la giustizia", perché la medicina, come ricerca della verità, serve a garantire l'armonia [...]».

[33] Vd. M. Vegetti, Il coltello e lo stilo, Milano 1987, 38.

[34] Quattro sono le ricorrenze del termine mendico nelle commedie plautine (Plaut. Men. 4.76; Plaut. Stich. 1.2.77; Plaut. Trin. 2.4.93; oltre al luogo della Rudens riportato nel testo) contro le nove del termine medicus (Plaut. Capt. 4.26; Plaut. Cist. 1.1.74; Plaut. Men. 1.10, 5.4; Plaut. Men. 5.5, 5.5.56 e 5.7.57; oltre i due luoghi della Rudens 5.2.17-18). Da una indagine comparativa, intrapresa alla fine del secolo scorso (Z.M. Packman, Feminine Role Designations in the Comedies of Plautus, in American Journal of Philology, 120.2, 1999, 245 ss.), è emerso che, comunque, non sono negli scritti vocaboli come mercator, danista e medicus. Plauto, poi, sottolinea l'esistenza della regola non scritta, quasi una consuetudine per gli autori, di portare la scena ad Atene, cosicché l'ambiente potesse sembrare «più greco» (Plaut. Men. Prol. 7). Nelle fabulae è naturalmente Atene, la nutrices Graeciae (Plaut. Stich. 649), a richiamare, con il suo solo nome, la concezione stessa di grecità (Plaut. Rud. 737); essa è la più greca delle città greche, caratteristica che conserva fino al tardo Impero: basti pensare alla definizione di Ateneo, che chiamava Atene «Mouseîon tēs Helládos» (At. Deipn. 5.12.7). In tal senso si comprende l'intento, enunciato a chiare lettere dall'autore nel prologo del Truculentus, di «trasferire Atene a Roma, senza architetti». Sul tema medicina e commedia, cfr. O. Imperio, Immagine del medico nella tradizione comica antica e moderna, in Scienza antica in etá moderna. Teoria e immagini, a cura di V. Maraglino, Bari, 2012, 277 ss.

[35] Cfr. a conferma, A. Buonopane, Ceti medi e professioni: il caso dei medici, in Ceti medi in Cisalpina. Atti del colloquio internazionale Milano, 14-16 settembre 2000, a cura di A. Sartori e A. Valvo, Milano, 2002, 79 ss.

[36] Sul significato del termine cfr. E. Forcellini, voce Medicus, in Totius Latinitatis Lexicon, a cura di F. Corradini e G. Perin, 3, Patavii, 1864-1887, 201 s., per il quale medicus è «colui che possiede l'arte di guarire e la impiega per trarne profitto».

[37] Sull'analisi del termine, il suo collegamento con venenum e pharmakon, le riflessioni circa il ruolo dei lemmi quali voces mediae si legga, da ultima, C. Pennacchio, Farmaco, un Giano bifronte. Dei Veleni e Medicamenti, ovvero breve storia di un ossimoro, in SDHI, 80, 2014.

[38] G. Ghiretti, Un ambulatorio medico antico: due libri recenti sul "Chirurgo di Rimini", in Papyrotheke, 1, 2010, 81 ss. L'ambulatorio acquistato con fondi pubblici per Arcagato (v. supra nt. 15), risulta situato in una posizione strategica: ad un incrocio presso l'Esquilino attraversato dal vicus Cuprius, dove in seguito furono edificate la chiese di S. Maria e S. Nicola dette, appunto, ‘inter duo', perché collocate fra questa strada ed il compitum Acilii; cfr., a riguardo, S.B. Platner - T. Ashby, A Topographical Dictionary of Ancient Rome, London, 1929. Inoltre, parte della dottrina contemporanea, dal nome del luogo in cui sorgeva l'ambulatorio, mette in collegamento il conio di alcuni denari tardorepubblicani di Manlio Acilio, recanti sul recto e sul verso rispettivamente le dee Salus e Valetudo, con la commemorazione della venuta a Roma di Arcagato, vicino alla gens Acilia; cfr. A. Abaecherli Boyce, Salus and Valetudo, in Journal of the History of Medicine, 14, 1959, 79 ss.; A.W. Zargniotti, Medical numismatics, a denarius commemorating Rome's first doctor, Archagathus (219 BC), in Bulletin of the New York Academy of Medicine, 44, 1970, 448 ss.; A. Cristofori, Medici ‘stranieri' e medici ‘integrati' nella documentazione epigrafica del mondo romano, in Medicina e società nel mondo antico. Atti del convegno di Udine, 4-5 ottobre 2005, a cura di A. Marcone, Firenze, 2006, 139 s.

[39] Non meraviglia, pertanto, il richiamo di tale citazione in E. Sgreccia, Manuale di bioetica, 1, Fondamenti ed etica bioetica, Milano, 2007, 276; C. Casonato - F. Cembiani, Il rapporto terapeutico nell'orizzonte del diritto, in I diritti in medicina, a cura di L. Lenti, E. Palermo Fabris e P. Zatti, Milano, 2011, 42, nt. 9 con bibliografia. Del resto lo stesso Celso (Cels. Proem. 73) nota che «a parità di competenze, un medico amico è preferibile ad un estraneo, perché conosce le caratteristiche individuali del malato».

[40] Innanzitutto vi è da rilevare che il personaggio del senex non sembra essere del tutto lucido mentalmente e, quindi, l'oggetto dell'ironia di Plauto sembra essere piuttosto lui anziché il medico; del resto, la frase «nunc cogito utrum me dicam ducere medicum an fabrum» si giustifica con il fatto che il vecchio pensa ironicamente che il medico abbia rassettato le membra non agli dei in persona bensì alle loro staute lignee. Il medico del testo plautino ci tiene a sottolineare «quin suspirabo plus [...] sescenta [...] in dies: ita ego eum cum cura magna curabo tibi»; «In base al guasto del verso si è creduto di dovervi ravvisare una contraddizione: il medico assicura di riuscire a guarire il malato ma ammette che dovrà faticare. Ma non c'è ragione di additare una incongruenza, perché il medico non dice affatto che curerà facilmente il malato, ma vuole anzi sfoggiare la cura con cui egli saprà affrontare le difficoltà che la malattia gli presenta» vd. Pauto, Tutte le commedie, a cura di E. Paratore, Roma, 1978, 87 ntt. 20 e 21.

[41] Cic. Off. 1.151.

[42] Plin. N.H. 29.16: Non rem antiqui damnabant, sed artem, maxime vero quaestum esse manipretio vitae recusabant. Sul punto, vd. M. Pani, La polemica di Seneca contro le artes (Ep. 90). Un caso di sconcerto, in Xenia, a cura di F. Broilo, Roma, 1985, 142.

[43] Sen. de Ben. 6.16.2: [...] Itaque medico, si nihil amplius quam manum tangit, et me inter eos, quos perambulat, ponit sine ullo adfectu facienda aut vitanda praecipiens, nihil amplius debeo, quia me non tamquam amicum videt, sed tamquam emptorem. Ille magis pependit, quam medico necesse est; pro me, non pro fama extimuit, non fuit contentus remedia monstrare et admovit; inter sollicitos adsedit, ad suspecta tempora occurrit, nullum ministerium illi oneri, nullum fastidium fuit [...] huic ego non tamquam medico sed tamquam amico obligatus sum.

[44] Cic. fam. 13.20: Asclapone Patrensi medico utor familiariter, eiusque cum consuetudo mihi iucunda fuit tum etiam ars, quam sum expertus in valetudine meorum; in qua mihi cum ipsa scientia tum etiam fidelitate benivolentiaque satis fecit. Hunc igitur tibi commendo et a te peto, ut des operam, ut intellegat diligenter te scripsisse de sese meamque commendationem usui magno sibi fuisse [...].

[45] Cic. att. 15.1.1: O factum male de Alexione! Incredibile est quanta me molestia affecerit, nec mehercule ex ea parte maxime, quod plerique mecum: Ad quem igitur te medicum conferes? Quid mihi iam medico? Aut, si opus est, tanta inopia est? Amorem erga me, humanitatem suavitatemque desidero. Etiam illud: quid est quod non pertimescendum sit, cum hominem temperantem, summum medicum tantus improviso morbus oppresserit? Sed ad haec omnia una consolatio est, quod ea condicione nati sumus, ut nihil, quod homini accidere possit, recusare debeamus. A tal proposito, vd. L. Piacente, Medici, libri e biblioteche nella Roma imperiale, in Scienza antica in etá moderna. Teoria e immagini, a cura di V. Maraglino, Bari, 2012, 293 ss., in particolare 294 nt. 4. L'ideale di Cicerone è, dunque, il medicus amicus: non si fa pagare, entra in simpatia con il malato e addirittura ne condivide la sofferenza. Tale figura rientra nell'ambito di quel gruppo di medici che esercitano privatamente la loro professione. Durante la Repubblica, infatti, e all'inizio del periodo imperiale, non esistono medici con incarichi pubblici: ogni cittadino sceglie il proprio medico secondo il proprio gradimento, per cui alcuni medici, più abili e famosi, hanno una vasta clientela e realizzano enormi guadagni. Sulla tematica del medicus amicus, cfr. F. Stok, Medicus amicus. La filosofia al servizio della medicina, in Human-mente, 9, Aprile 2009, 77 ss., on line consultabile all'indirizzo www.humanamente.eu/PDF/Paper_Medicus%20amicus_iusse%209.pdf .

[46] Vd. supra nt. 14.

[47] Mar. Ep. 6.53: Lotus nobiscum est, hilaris cenavit et idem inventus mane est mortuus Andragoras. Tam subitae mortis causam Faustine requiris? In somnis medicum viderat Hermocraten. Ancora Mar. Ep. 1.30: Chirurgus fuerat, nunc est vispillo Diaulus. Coepit quo poterat clinicus esse modo.

[48] Iov. Sat. 10.211.18-21: [...] Quorum si nomina quaeras promptius expediam quot amauerit Oppia moechos, quot Themison aegros autumno occiderit uno.

[49] Vd. supra nt. 18.

[50] Cfr. Suet. Aug. 42, 4. La grave carestia è ricordata anche in Dio Cass. 55.26.1 e in Oros. Hist. adv., a cura di Arnaud-Lindet, 7, 3, 6.

[51] A tal proposito, si legga E. Germino, Cultura e potere nell'età di Vespasiano, in Rivista della scuola superiore dell'economia e delle finanze, 2, 2005, 7 ss., in particolare nt. 14 con bibliografia.

[52] Si veda la vicenda (Suet. Tib. 56.2) del grammatico Selèuco, forse il Selèuco Omerico autore dei libri Perì Ellenismou (Ath. Deipnosoph 9.398a). Indifferenza verso il mondo della cultura, si coglie durante i principati di Tiberio, Caligola e Claudio. A seguito della tradizione (Suet. Tib. 74.1; Plin. N.H. 34.18.43), possiamo, forse, attribuire al primo la fondazione di una nuova biblioteca,  al secondo l'istituzione, a Lione, di una gara di eloquenza greca e latina, nella quale i vinti dovevano premiare i vincitori e tesserne pubblicamente le lodi (Suet. Calig. 20).

[53] E. Germino, Cultura, cit., in particolare nt. 16.

[54] Contra C. Barbagallo, Lo Stato e l'istruzione pubblica nell'impero romano, Catania, 1911, 46 ss., secondo cui risalirebbe a Nerone un importantissimo provvedimento che prevedeva l'esonero dai munera civilia a vantaggio di talune categorie di intellettuali.

[55] Sulla casa Flavia, si legga M.A. Levi, I Flavii, in ANRW, II, 2, 1975, 177 ss., in particolare 205 ss., con l'ampia rassegna bibliografica; per un riferimento al principato di Vespasiano, F. Lucrezi, Leges super principem. La "monarchia costituzionale" di Vespasiano, Napoli, 1982; cfr. E. Germino, Cultura e potere, cit., nt. a partire da 34 ss.

[56] Il testo greco è in FIRA 12, 73, 420 ss. In dottrina, N. Festa, Un editto di Vespasiano ed un rescritto di Domiziano. Documenti per la storia della legislazione scolastica nei primi secoli dell'impero romano, in BIDR, 44, 1936-1937, 16. Ancora la riproduzione del testo del provvedimento imperiale lo troviamo in AE 1936, n. 128 e M. McCrum - A.G. Woodhead, Select documents of the principates of the flavian emperors (A. D. 68-96), Cambridge, 1961, n. 458, 135 s. Il provvedimento, che si rivolge a grammatici, retori, medici, ἰατρολεῖπται (= massaggiatori), consta, in sostanza, di tre concessioni: a) l'esenzione da ogni carico fiscale e dall'obbligo di concedere ospitalità (II.4-5); b) la protezione contro tutti i tipi di iniuria (II.6-13); c) il diritto di costituirsi in corporazione nei luoghi consacrati (II.13-17); e dimostra come Vespasiano tenga nella dovuta considerazione le condizioni economiche e sociali di medici e professori nelle province, apprestando una minuziosa disciplina giuridica che, nell'attribuire facilitazioni a queste figure professionali, consenta loro di meglio dedicarsi alle proprie attività. Cfr. Mod. 2 excus. D. 27.1.6.1: [...] [id est: Grammatici, sophistae rhetores, medici qui dicuntur circitores ut a reliquis muneribus, ita etiam tutelae curaeque vacationem habent].

[57] Il 74 d.C. è un anno in cui Vespasiano esercitò la carica di censore: ciò è importante non solo perché informa i privilegi concessi del carattere censorio, conferendo ad essi una più ferma autorità, ma anche perché consente di collegarli al decreto di espulsione dei filosofi, emanato probabilmente in questo medesimo anno (R. Weynandt, Titus Flavius Vespasianus, in RE, 6, 1909, coll. 2635-2637 e 2659), mostrando così la complementarietà delle due misure per il controllo della scuola.

[58] Vd. E. Germino, Medici e professores nella legislazione costantiniana, in SDHI, 69, 2003, 185 ss.

[59] R. Herzog, Urkunden zur Hochschulpolitik der römischen Kaiser, in Sitzsungsberichte der Preussischen Akademie der Wissenschaft Phil.-Hist. Klasse, 32, 1935, 967 ss. La ricostruzione, giudicata prima ardita da parte della dottrina (V. Arangio-Ruiz, Epigrafia giuridica greca e romana [II - Liturgie e "munera"], in SDHI, 5, 1939, 598), è stata, successivamente, considerata persuasiva (M.A. Levi, Gli studi superiori nella politica di Vespasiano, in Romana. Rivista dell'Istituto Interuniversitario Italiano, 1, 1937, 206) e poi rivalutata (E. Germino, Cultura e potere, cit., nt. 34, con altra opinione dottrinaria in tal senso). Infine, R. Herzog (R. Herzog, Urkunden, cit., 1010), basandosi sulle deduzioni del Wilcken (U. Wilcken, Zu den Kaiserreskripten, Hermes, 55, 1920, 1 ss.), che individua nel testo omissioni ed abbreviazioni di formule, ritiene che la redazione del testo sia incompleta rispetto all'originale e stabilisce che il documento di Vespasiano è un editto, in quanto viene ordinata la sua pubblicazione nell'albo (ll. 18-19), mentre, per essere ritenuto una lettera, manca il saluto finale che ne è caratteristico.

[60] Sul rescritto di Domiziano de medicis et magistris coërcendis, redatto in latino, a differenza dell'editto in precedenza richiamato, cfr. FIRA 1, 77, 427 s.

[61] Nell'editto (ll. 1 e 7-8) gli ἰατρολεῖπται vengono pareggiati come trattamento ai medici ma solo a questi ultimi viene riconosciuto il titolo di persone sacre (ll. 2-4): i massaggiatori risultano, quindi, come un corpo separato. Del resto si tratta di una categoria che opera ai margini della medicina ufficiale e che non figura nelle successive costituzioni dei medici: Vespasiano li esenta probabilmente per la sua predilezione per uno di loro conosciuto in Egitto. Per queste notizie cfr. R. Herzog, Urkunden, cit., 989 ss. La iatraliptica è l'arte del massaggio, diffusa in particolar modo nello scorcio finale del I secolo d.C. e nella prima metà del II, come confermato dalle lettere di Plinio a Traiano, in cui chiede all'imperatore la concessione della cittadinanza romana a favore di Arpocrate, iatralipta, che ha contribuito a guarire il governatore della Bitinia da una gravissima valetudo (Plin. Epist. 10.5; 10.6; 10.7; 10.10). Sempre a proposito delle immunità, cfr. E. Germino, Un caso di esenzione dai munera tra Vespasiano e Traiano. Alcune considerazioni, in Studi in onore di Generoso Melillo, a cura di A. Palma, 1, Napoli, 2009, 449 ss. In riferimento ai loro lucrosi introiti, si veda Plin. N.H. 19.2.4, che individua come fondatore di questa professione Prodico di Selimbria, un seguace di Ippocrate, mentre nel Gorgia 450b, a proposito di Erodico, fratello di Gorgia, si raccomanda di non confonderlo con Erodico di Selimbria, maestro di Ippocrate (cfr. F. Lopez, Il pensiero olistico di Ippocrate, Percorsi di ragionamento e testimonianze, 1, San Giovanni in Fiore, 2004, 60, in particolare nt. 115). Ancora si può leggere Petr. Satyr. 28.3 e Cels. de med. 1.1.

[62] Suet. Vesp. 18.1: Primus e fisco latinis graecisque rhetoribus annua centena constituit [...]. Il provvedimento è stato oggetto di grande interesse dottrinario ed è stato analizzato da diverse prospettive per trovare risposte esaustive circa i suoi limiti territoriali (efficace solo per la città di Roma), la sua portata innovativa nei rapporti tra cultura e politica, i motivi della sua adozione ed i requisiti soggettivi degli ammessi al privilegio. Il ricordo di Dione Cassio, rispetto alla tradizione svetoniana, trova riscontro, pure con differenze, in un brano dell'epitome al libro sessantacinquesimo delle Storie di Dione Cassio, probabilmente ricostruita sulla base dell'Epitome historiarum di Zonara, Dio Cass. 65.12.1a (= Zon.,  Epit. hist. 11.17 c): [...] istituì in Roma insegnanti di discipline sia latine sia greche, retribuendoli con denaro pubblico. Per tutte le remore sulla portata del provvedimento, cfr. E. Germino, Cultura, cit., 7 ss.

[63] Arc. Charis. lib. sing. de mun. civ. D. 50.4.18.30: Magistris, qui civilium munerum vacationem habent, item grammaticis et oratoribus et medicis et philosophis, ne hospitem reciperent, a principibus fuisse immunitatem indultam et divus Vespasianus et divus Hadrianus rescripserunt. Aurelio Arcadio Carisio è magister libellorum (cfr. l'inscriptio di D. 1.11.1), anche se non si è certi dell'individuazione del periodo in cui egli abbia rivestito tale officium ed abbia operato in qualità di giurista. Cfr. O. Lenel, Palingenesia Iuris Civilis, 1, Leipzig, 1889, rist. Roma, 2000, a cura di L. Capogrossi Colognesi, coll. 57-60; F. Schulz, History of Roman Legal Science, Oxford, 1953 [= Geschichte der römischen Rechtswissenschaft, Weimar, 1961] che si cita nella trad. it. a cura di G. Nocera, in Storia della giurisprudenza romana, Firenze, 1968, 248 nt. 1, 444, 451 nt. 3, 462 s.; M. Balestri Fumagalli, I libri singulares di Aurelio Arcadio Carisio, in Memorie dell'Istituto Lombardo - Accademia di Scienze e Lettere, Classe di Lettere - Scienze morali e storiche, 36, 2, 1978, 53 ss. Secondo T. Honoré, Emperors and Lawyers, London, 1981, 145 s., Carisio ricoprì l'ufficio di magister libellorum sotto Diocleziano o Costantino. Ancora F. Grelle, Arcadio Carisio, l'"officium" del prefetto del pretorio e i "munera civilia", in Index, 15, 1987, 63 ss.; Id., Arcadius, also Charisius: Career and Ideology, in Index, 22, 1994, 163 ss. Diffusamente sul passo, E. Germino, Cultura e potere, cit., 35 ss. ed in particolare ntt. 51 ss.

[64] I medici, infatti, non possono esercitare magistrature né diventare giudici o ambasciatori.

[65] Sul punto vedi C. Corbo, Paupertas. La legislazione tardo antica, Napoli, 2006, 146 ss. ampiamente corredate da fonti e bibliografia.

[66] Secondo parte della dottrina i paragrafi 2, 7 ed 8 di D. 27.1.6 sono ascrivibili all'epistola imperiale; cfr. F. Bosso, Della tutela più che della opera nova: la pratica delle costruzioni in Asia Minore nell'età di Antonino Pio, in Polis. Studi interdisciplinari sul mondo antico, 2, 2006, 279 ss. Circa la provenienza delle raccolte nelle quali vengono citati i provvedimenti, cfr. F. Bosso, Della tutela, cit., 279 ntt. 26-27.

[67] Mod., 2 excus. D. 27.1.6.2: [...] [id est: Est autem etiam numerus definitus eorum qui in singulis civitatibus immunitatem habeant, et condiciones quaedam in lege adiectae sunt: quod intellegitur ex epistula Antonini quae data est ad commune Asiae, sed pertinet ad orbem universum, cuius est caput infra scriptum: "Civitates minores possunt habere immunes medicos quinque et sophistas tres eodemque numero grammaticos: maiores civitates septem qui medeantur, [quattuor sophistas, item ins.] quattuor qui doceant litteras utrasque: maximae vero medicos decem et rhetores quinque eodemque numero grammaticos. super hunc autem numerum ne maxima quidem civitas immunitatem confert". apparet autem maximo numero uti metropoles provinciarum, secundo civitates in quibus ius dicitur, tertio reliquas.

[68] L'introduzione del numero rappresenta un correttivo alla politica adrianea.

[69] Si leggano V. Marotta, ‘Multa de iure sanxit'. Aspetti della politica del diritto di Antonino Pio, Milano, 1988, 101; G. Coppola, Cultura, cit., 437; E. Germino, Medici, cit., 214 ss.

[70] In relazione alla peritia docendi ed alla probitas morum, requisiti richiesti agli intellettuali dalla legislazione successiva, si legga E. Germino, Scuola e cultura nella legislazione di Giuliano l'Apostata, Napoli, 2004, 161 ss.

[71] È con Valentiniano che, «per la prima volta il legislatore richiama l'attenzione dei medici su una particolare fascia di malati, i tenuiores, sottolineando che è precipuo dovere dei medici dedicarsi alla cura dei poveri, non solo dei ricchi. Mentre nelle leggi precedenti l'interese del legislatore appare focalizzato sui medici intesi quali professionisti, considerati sotto l'angolo di visuale della probitas morum e peritia artis, nella norma di Valentiniano lo sguardo si sposta sui sogetti destinatari dell'attività medica distinguendo fra essi i più deboili e bisognosi di aiuto: i tenuiores»; vd. C. Corbo, Paupertas cit., 155.

[72] A. Cristofori, Non arma virumque. Le occupazioni nell'epigrafia del Piceno, Bologna, 2004, 300 s.

[73] Cfr. F. Kudlien, Die Stellung des Arztes in der römischen Gesellschaft. Freigeborener Römer, Eingebürgerte, Peregrine, Sklaven, Freigelassene als Ärzte, Stuttgart, 1986, 121: l'autore sottolinea l'importanza che hanno le relazioni di patronato / clientela per i medici di condizione libertina proprio in riferimento al testo che qui si commenta. Per altri casi, in cui un medico appare nella documentazione epigrafica affiancato da patroni, liberti o colliberti, si veda A. Cristofori, Medici «stranieri» e medici «integrati» nella documentazione epigrafica del mondo romano, in Medicina e società nel mondo antico. Atti del convegno di Udine, 4-5 ottobre 2005, a cura di A. Marcone, Firenze, 2006, 139 s.: in particolare, l'autore ricorda l'epigrafe di un certo Caio Tazio Bodorice, liberto di Caio, medico a pagina 140, nt. 57. In particolare L. Parisini, ‘Fullo Dedit Mutinae [...]' Testimonianze di Mestieri nell'Epigrafia Lapidaria Latina di Mutina e del suo Territorio, in Palaestra. Studi on line sull'Antichità Classica della Fondazione Canussio, 30 maggio 2011, http://www. fondazionecanussio.org/palaestra/parisinifullo.htm .

[74] Cfr. A. Cristofori, Non arma, cit., 301 s. e, quali fonti, esemplari, Iul. 65 dig. D. 38.1.25.2: Item plerumque medici servos eiusdem artis libertos perducunt, quorum operis perpetuo uti non aliter possunt, quam ut eas locent. Ea et in ceteris artificibus dici possunt; Alf. Var. 7 dig. D. 38.1.26 pr.: Medicus libertus, quod putaret, si liberti sui medicinam non facerent, multo plures imperantes sibi habiturum, postulabat, ut sequerentur se neque opus facerent: id ius est nec ne? Respondit ius esse, dummodo liberas operas ab eis exigeret, hoc est ut adquiescere eos meridiano tempore et valetudinis et honestatis suae rationem habere sineret; Iul. 1 ex Min. D. 38.1.27: Si libertus artem pantomimi exerceat, verum est debere eum non solum ipsi patrono, sed etiam amicorum ludis gratuitam operam praebere: sicut eum quoque libertum, qui medicinam exercet, verum est voluntate patroni curaturum gratis amicos eius. neque enim oportet patronum, ut operis liberti sui utatur, aut ludos semper facere aut aegrotare. Anche se l'autore sottolinea il fatto che, in realtà, non vi sono documentazioni del rigore o della flessibilità con cui vengano applicate queste disposizioni.

[75] Iul. 65 dig. D. 38.1.25 pr.

[76] Sulle operae libertorum, cfr. A. Plisecka, Tabula picta. Aspetti giuridici del lavoro pittorico in Roma antica, Milano, 2011, 183 ss. con la relativa bibliografia.

[77] Sul pantomimo, si vedano W.J. Slater, Pantomime Riots, in Classical Antiquity, 13, 1994, 120 ss.; R. Webb, Demons and Dancers. Performance in Late Antiquity, Cambridge MA - London, 2008; M.H. Garelli, Danser le mythe. La pantomime et sa réception dans la culture antique, Louvain - Paris - Doudlay, 2007; G. Tedeschi, Lo spettacolo in età ellenistica e tardoantica, in Papyrologica Lupiensia, 11, 2002, 89 ss. e in particolare 115 ss.; S. Montiglio, Paroles dansées en silence. L'action signifiante de la pantomime et le moi du danseur, in Phoenix, 53.3-4, 1999, 263 ss.; R. Beacham, The Roman Theatre and its Audience, London, 1991, 140 ss. Il pantomimo - nella forma dettagliata dai ludi scaenici di epoca imperiale tanto amati a Pompei (cfr. J.L. Franklin, Pantomimist at Pompeii: Actius Anicetus and his Troupe, in American Journal of Philology, 108.1, 1987, 95 ss.) - trova origine in età augustea e, per questo, ne viene rivendicata una paternità tutta ‘romana', sebbene ci siano precedenti ellenistici e sia stato poi molto amato anche nel mondo greco ed orientale; M.H. Garelli, Danser, cit., 25 ss. sottolinea il ruolo decisivo dell'età sillana nello sviluppo del genere. Il ruolo del pantomimo nel sistema di intrattenimento (= entertainment) imperiale fu di assoluto primo piano (cfr. CIL X 1074d, a proposito dei ludi offerti da A. Clodius Flaccus in occasione dei Ludi Apollinares e comprendenti sia incontri di pugilato sia la troupe di pantomimi di Pylades, l'inventore stesso del genere), anche grazie alla forma competitiva assunta dalle performances degli artisti, che gareggiavano tra loro scatenando così le passioni popolari. La straordinaria corsa alla costruzione di teatri, iniziata in Occidente soprattutto in età augustea e proseguita nel corso del I secolo d.C., si spiega verosimilmente anche con la popolarità cui era assurto questo nuovo genere di spettacolo, che rappresenta, di fatto, il lascito maggiore della politica di riforma del teatro perseguita dallo stesso Augusto. Cfr. M.H. Garelli, Danser, cit., 168 ss.; Suet. Divus Augustus 43-46; M. Cadario, L'immagine di una vedette del pantomimo: l'altare funebre di Teocritus Pylades (CIL V 5889) tra Lodi e Milano, in Stratagemmi. Prospettive Teatrali, 9, 2009, 11 ss.

[78] Rispetto a questo attore, Plutarco (Plut. Sulla 36), a proposito di Silla, riferisce la dimestichezza del dittatore con l'archimimo Norbanus Sorex, che gli fu compagno negli ultimi mesi di vita, a Pozzuoli, nel 78 a.C.; cfr. L. Cicu, Il mimo teatrale greco-romano. Lo spettacolo ritrovato, Roma, 2012, passim. Sugli archimimi, cioè i capocomici / direttori della rappresentazione, ricade la responsabilità della preparazione artistica degli attori, la scelta dei soggetti e l'attribuzione delle parti; sulla scena l'archimimo interpreta il ruolo del protagonista e finisce con il rimanere sul palcoscenico per quasi tutta la durata della rappresentazione.

[79] Iul. 1 ex Min. D. 38.1.27: Si libertus artem pantomimi exerceat, verum est debere eum non solum ipsi patrono, sed etiam amicorum ludis gratuitam operam praebere: sicut eum quoque libertum, qui medicinam exercet, verum est voluntate patroni curaturum gratis amicos eius. neque enim oportet patronum, ut operis liberti sui utatur, aut ludos semper facere aut aegrotare.

[80] Cfr. D.H. Sick, Ummidia Quadratilla: Cagey Businesswoman or Lazy Pantomime Watcher?, in Classical Antiquity, 18.2, Oct. 1999, 330 ss., in particolare 338 nt. 49; E. Quintana Orive, Sobre la condición jurídica de los actores en el derecho romano, in RIDA, 50, 2003, 314; S. Perea Yébenes, Extranjeras en Roma y en cualquier lugar: mujeres mimas y pantomimas, el teatro en la calle y la fiesta de Flora, in Gerión Anejos, 8, 2004, 11 ss., in particolare 13 nt. 9.

[81] Alf. Var. 7 dig. D. 38.1.26 pr.: Medicus libertus, quod putaret, si liberti sui medicinam non facerent, multo plures imperantes sibi habiturum, postulabat, ut sequerentur se neque opus facerent: id ius est nec ne? Respondit ius esse, dummodo liberas operas ab eis exigeret, hoc est ut adquiescere eos meridiano tempore et valetudinis et honestatis suae rationem habere sineret. 1. Item rogavi, si has operas liberti dare nollent, quanti oporteret aestimari. Respondit, quantum ex illorum operis fructus, non quantum ex incommodo dando illis, si prohiberet eos medicinam facere, commodi patronus consecuturus esset.

[82] M.A. Ligios Garbarino, Nomen negotiationis. Profili di continuità e di autonomia della negotiatio nell'esperienza giuridica romana, Torino, 2013, 113, in particolare ntt. 48 e 49.

[83] Pretium ‘valore, costo', ha dato origine in lingua italiana ad una coppia di allotropi, da cui derivano, con diversa evoluzione fonetica, le parole pregio e prezzo. Il termine latino pretium ha sia il significato proprio di ‘equivalente in unità monetarie di un bene o di un oggetto, di un servizio o di una prestazione' (Cic. In Verr. 3-192: [...] in iis provinciis in quibus unum pretium frumento esse non solet) sia quello figurato di ‘pregio, stima, considerazione' (Sen. Epist. 20.123.16: [...] humilis res et pusilla est et in nullo habenda pretio).

[84] D. 18.1.1.1.

[85] Si ricordi che l'ideale di medicus amicus tratteggiato da Cicerone (vedi anche supra nt. 44) riguarda, però, un suo schiavo e già questa condizione giustifica al gratuità del servizio espletato, anche se, nel caso specifico, con particolare devozione.

[86] Il risoluto operato del terapeuta gli vale il riconoscimento, da parte dell'imperatore e del Senato, di una serie di benefici di notevole portata: oltre alla somma ingente di denaro, corrispondente a quella necessaria per entrare nella classe equestre, anche l'uso dell'anello d'oro e, cosa più importante, l'immunità dai pubblici tributi. Svetonio, inoltre, ricorda che in onore di Musa, come attestazione di riconoscenza da parte del principe per essere riuscito là dove altri medici avevano fallito, viene eretta una statua nei pressi di quella di Esculapio: Suet. Aug. 59.1: Medico Antonio Musae, cuius opera ex ancipiti morbo convaluerat, statuam aere conlato iuxta signum Aesculapii statuerunt.

[87] Plin. N.H. 29. 7: Multos medicos celeberrimosque ex iis Cassios, Carpetanos, Arruntios, Rubrios, CCL HS annua his mercedes fuere apud principes. Q. Stertinius inputavit princibus, quod sestertiis quingenis annuis contentus esset, sescena enim sibi quaestu urbis fuisse enumeratis domibus ostendebat.

[88] Plin. N.H. 29.2: [...] Atque pertinentia erant, mirumque et indignum protinus subit, nullam artium incostantiorem fuisse aut etiamnunc saepius mutari, cum sit fructuosior nulla [...].

[89] «Un'analisi del peso assunto dalle spezie nell'intero commercio di importazione e del valore che le componenti diverse dalle spezie rappresentavano per l'economia romana ci farà comprendere quanto erano giustificate le critiche rivolte in quel tempo agli sperperi»; vd. J. Innes Miller, Roma e la via delle spezie, Torino, 1974, 192.

[90] Plin. N.H. 29.8: par et frati ejus merces a Claudius Caesare infusa est, censusque, quamquam exhausti operibus Neapoli exornata, heredi HS CCL reliquere, quantum aetate eadem Arruntius solus.

[91] Gai. lib. 6 ad ed. prov. D. 9.3.7: Cum liberi hominis corpus ex eo, quod deiectum effusumve quid erit, laesum fuerit, iudex computat mercedes medicis praestitas ceteraque impendia, quae in curatione facta sunt, praeterea operarum, quibus caruit aut cariturus est ob id, quod inutilis factus est. Cicatricium autem aut deformitatis nulla fit aestimatio, quia liberum corpus nullam recipit aestimationem; UIp. lib. 2 ad ed. D. 17.2.32: Nam cum tractatu habito societas coita est, pro socio actio est, cum sine tractatu in re ipsa et negotio, communiter gestum videtur.

[92] Plin. N.H. 29.5: Hic Erasistratus Antiocho rege senato centum talentis donatus est a rege Ptolemaeo filio eius, ut incipiamus et praemia aeris ostendere. Vedi anche Plin. N.H. 29.7 supra in nt. 87.

[93] Mart. Ep. 1.30: Chirurgus fuerat, nunc est vispillo Dialus. Coepit quo poterat clinicus esse modo; ed ancora Mart. Ep. 1.47: Nuper erat medicus, nunc est vispillo Dialus. Quod vespillo facit fecerat et medicus..

[94] Ipp. Giur. 6: In quante case io entri mai, vi giungerò per il giovamento dei pazienti tenendomi fuori da ogni ingiustizia volontaria e da ogni altro guasto, particolarmente da atti sessuali sulle persone sia di donne che di uomini, sia liberi che schiavi; cfr. Ippocrate, Testi di medicina greca, a cura di V. Di Benedetto, Milano, 1983, 259.

[95] Ipp, Giur. 7: Quel che io nel corso della cura o anche a prescindere dalla cura o veda o senta della vita degli uomini, che non bisogna in nessun caso andare fuori a raccontare, lo tacerò ritenendo che in tali cose si sia tenuti al segreto; cfr. Ippocrate, op. cit., 259.