EDITORIALE
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Per il suo settimo anno di vita, Teoria e Storia del Diritto Privato si regala una nuova veste grafica. Il cambiamento non riguarda solo logo e cromatismi, ma anche l'organizzazione interna della Rivista, ora divisa in una prima sezione, riservata ai contributi scientifici, e in una seconda parte, dedicata alle utilities.

E' in questa seconda sezione che il lettore troverà qualcosa in più, rispetto al passato: a partire da questo n. VII. 2014, vi compariranno in anteprima gli indici della successiva annata (in corso di stampa) di Studia et Documenta Historiae et Iuris (corrispondentemente, in SDHI. Verrà riportato l'indice della precedente annata di TSDP.). Si deve al Redactor di SDHI., Francesco Amarelli, l'idea di realizzare una più efficace circolazione delle notizie concernenti le nostre discipline, istituendo un collegamento tra una Rivista di grande tradizione e prestigio, in cartaceo, qual è SDHI., e TSDP., periodico molto più giovane, circolante in rete; e ciò per la convinzione -pienamente condivisa da chi scrive - che la ‘forma-libro' e il web siano strumenti di studio non alternativi, ma destinati, nel futuro a convivere, integrandosi a vicenda.

Quanto al suo progetto di base, invece, TSDP. non cambia rotta, constatata la condivisione espressa dai suoi Autori e Lettori. L'obiettivo resta perciò la riflessione sulla materia giusprivatistica, non disgiunta dall'indagine sui profili storici e teorici. Ci conforta constatare, peraltro, come le idee di fondo da cui nel 2008 si è mosso il nostro impegno (idee illustrate nell'Editoriale di quell'anno e poi ridiscusse nell'Editoriale del 2012) abbiano ancora di recente trovato un significativo riscontro nel corale appello lanciato per la rivalutazione della cultura umanistica, contro l'avanzante tecnicismo, da Maurizio Bettini, Alberto Asor Rosa, Roberto Esposito ed Ernesto Galli della Loggia*.

Il fenomeno del ritiro del sapere umanistico, già denunciato e discusso dal 1997 con serrata critica dalla filosofa e storica statunitense Martha Nussbaum**, comincia finalmente ad allarmare l'Italia. Non è un caso che quattro intellettuali, notoriamente eterogenei per formazione ed opzioni ideologiche, si siano trovati del tutto concordi nel diagnosticare i mali (tra cui: ridotta attenzione per le dinamiche della continuità culturale, affievolimento del senso critico e quindi della capacità dialettica nell'incontro con l'‘altro', caduta dell'identità dell'individuo e del popolo) indotti dalla sottovalutazione delle scienze umane e sociali, a vantaggio della tecnicizzazione; processo degenerativo, questo, avviatosi negli anni Novanta in nome di una assai miope e malintesa logica del profitto.

Con l'affermazione del primato dell'economia nelle nostre società, le sole forme del sapere capaci di suscitare interesse nelle sedi politiche e amministrative sono rimaste quelle idonee a produrre ricchezza nell'immediato. Tagliare gli investimenti pubblici nel settore delle scienze umane e sociali ha significato incoraggiare e finanziare esclusivamente insegnamenti e ricerche in grado di garantire ‘produttività' o quanto meno buone ricadute sul mercato del lavoro. Inoltre, con un ottuso rigurgito di esterofilia, nel settore dell'istruzione e della ricerca si è introdotto, quale presupposto di finanziamenti o di legalità delle procedure concorsuali, la partecipazione dello ‘straniero', figura ormai entrata a pieno titolo nella mitologia nazionale: perfino quando il suo livello di competenza è notevolmente inferiore a quello dei colleghi italiani, la presenza dello ‘straniero' è divenuta - in forza di presunzione che non ammette prova contraria - elemento universale di validazione rispetto alle più significative esplicazioni della cultura italiana (istruzione scolastica, formazione e attività accademiche, ricerche e concorsi universitari).

Non è qui il caso di insistere ancora su queste irragionevolezze, già altrove discusse. Vorrei piuttosto aggiungere una considerazione riguardante l'altro requisito orami indefettibile per l'accesso ai finanziamenti minimi indispensabili allo svolgimento delle attività di ricerca scientifica: la coesione degli studiosi in ‘gruppi'. Eccoci di fronte a un altro mito della modernità scientifica. Il paradigma del ‘gruppo di ricerca' è stato imposto alle discipline umanistiche soltanto in omologazione ad esigenze ed esperienze del tutto eterogenee, e cioè: da una parte le forme investigative proprie delle c.d. scienze dure, in altra parte le tecniche di brainstorming, teorizzate nei primi anni Cinquanta dal dirigente pubblicitario americano Alex Faickney Osborn***, esperto di ‘pensiero creativo'. Ora, il punto è che, nell'ambito delle scienze umane e sociali, le fasi di raccolta, selezione ed elaborazione dei dati, a causa della particolare natura dei ‘dati' da trattare, non possono essere affidate ad uno staff assegnatario di mansioni meramente esecutive. Né si può pensare che più teste pensanti, in campo umanistico, elaborino un ‘prodotto' finale omogeneo e coerente al suo interno, a meno di non sacrificare stile e pensiero individuale. Perché il pensiero - quello creativo - non può che essere individuale. Al massimo, più intuizioni individuali possono confrontarsi tra loro, delineando un quadro d'insieme dialettico, o di tipo controversiale. Fatta salva la debita eccezione del lavoro collettaneo (per il quale più studiosi si dividono la trattazione di un tema molto ampio, studiandone ciascuno, indipendentemente, una delimitata porzione), il ‘gruppo' sacrifica, svaluta, talora nega il valore del pensiero creativo individuale.

Nessuna meraviglia, d'altronde. Anche la creatività è divenuto di recente un valore vacillante, a seguito di una malintesa - ma purtroppo diffusa - lettura delle molteplici, serissime ricerche svolte nell'ultimo ventennio sulle dinamiche del processo creativo. Se, come tendenzialmente afferma oggi la neurobiologia della creatività, il pensiero creativo va ricondotto nell'ambito delle opzioni cognitive e considerato pertanto una funzione cognitiva come le altre****, non si vede perché una tale acquisizione dovrebbe indurre a svilire l'importanza della ‘intuizione' in quanto tale. Ma è stato questo, purtroppo, il messaggio percepito e poi diffuso da saggi e rotocalchi non scientifici, di ampia divulgazione. C'è da sperare che l'attacco alla creatività non divenga l'ennesimo luogo comune e un altro facile alibi per la celebrazione di una cultura tecnocentrica.

Affiora comunque un dubbio inquietante: che sia il ‘pensiero' in quanto tale ad essere osteggiato dai denigratori delle scienze umane e sociali?

 

L. S.

 

 

 

* M. Bettini, I classici: antenati o enciclopedia culturale?, in Il Mulino, 6, 2013, 925 ss.; A. Asor Rosa, R. Esposito, E. Galli della Loggia, Un appello per le scienze umane, in Il Mulino, 6, 2013, 1076 ss., su cui v. le considerazioni di A. Carioti, Umanesimo a rischio: tre studiosi lanciano l'allarme sul ‘Mulino', in Corriere della Sera, mercoledì 4 dicembre 2013, 41.

 

** M. Nussbaum, Cultivating Humanity. A Classical Defence of Reform in Liberal Education, 1997, tr. it. Roma, 2006; Ead., Not for Profit. Why the Democracy Needs Humanities, 2010, tr. it., 2 ed., Bologna, 2013.

 

*** A. Faickney Osborn, Applied Imagination, New York, 1957.

 

**** B. A. Nijstad, C. K. W. de Dreu, E. F. Rietzschel & M. Baas, The Dual Pathway to Creatvity Model: Creative Ideation as a Function of Flexibility and Persistence, in European Review of Social Psychology, 21.1, 2010, 34 ss.; K. Sawyer, The Cognitive Neuroscience of Creativity: a Critical Review, in Creativity Research Journal, 23.2, 2011, 137 ss.; R. M. Holm-Hadulla, The Dialectic of Creativity: a Syntesis of Neurobiological, Psychological, Cultural and Practical Aspects of the Creative process, in Creativity Research Journal, 25.3, 2013, 293 ss.