(pdf per la stampa)


Ivano Pontoriero, Il prestito marittimo in diritto romano

 

Con il volume dal titolo ‘Il prestito marittimo in diritto romano' (Bologna, 2011, pp. 212), Ivano Pontoriero affronta lo status quaestionisrelativo alla pratica feneratizia in età romana, tema, quest'ultimo, che ha sempre suscitato vivo interesse e significativo dibattito da parte della letteratura romanistica.

Il contributo monografico è composto di sei capitoli. I primi tre presentano i caratteri strutturali dell'operazione e i profili speciali della stessa disciplina; il quarto e il quinto descrivono i rapporti tra il prestito marittimo e il sistema contrattuale romano; il sesto (ed ultimo) considera la legislazione dell'imperatore Giustiniano in materia di fenusnauticum e alcune previsioni del NomosRhodionNautikos.

Nel primo capitolo, ‘Nozione ed oggetto del prestito marittimo' (pp. 23-36), l'A. evidenzia, valutando le numerosi fonti, come nel linguaggio giuridico romano il nomeniuris più diffuso per riferirsi al prestito nautico, fosse quello di pecunia traiecticia; meno frequente, invece, l'espressione nauticumfenus,tuttavia preferita da Giustiniano per l'elaborazione delle rubriche «de nautico fenore» dei titoli D. 22.2 e C. 4.33.

Segue il commento dei passi di Mod. 10 pand.D. 22.2.1 e di Paul. Sent. 2.14.3, ove emerge come l'assunzione del rischio della navigazioneda parte del creditore, dietro la possibilità di percepire interessi superiori al tasso legale, costituisca la caratteristica essenziale e renda ragione della specifica disciplina di questa operazione; viene precisato, successivamente, l'oggetto del prestito marittimo, che consiste - di regola - in una determinata quantità di danaro (pecunia numerata), finanziata al nautico.

Il secondo capitolo, ‘Periculumcreditoris' (pp. 37-68), richiama l'attenzione del lettore sulle questioni giuridiche concernenti la sopportazione del rischio da parte del creditore.

In particolare, si procede ad un nuovo rilievo interpretativo di quelle testimonianze giuridiche (Papin. 3 resp. D. 22.2.4 e Paul 25 quaest. D. 22.2.6), invocate dai sostenitori della tesi per cui il periculumcreditoris sia da collocare tra gli accidentalianegotii della pecunia traiecticia, con il conseguente rifiuto di configurare l'assunzione dell'alea del creditore quale tratto essenziale del prestito marittimo.

Pontoriero critica siffatta teoria, non dubitando sull'essenzialità dell'elemento del rischio (Papin. 3 resp. D. 22.2.4 e Paul 25 quaest. D. 22.2.6), e rimarca - a sostegno - l'esistenza nei rescritti dioclezianei (riportati in C. 4.33 «de nautico fenore»)dell'indissolubile legame tra l'assunzione del‘pericolo' della navigazionea parte creditoris e la riconduzione della fattispecie nell'ambito della disciplina speciale propria del nauticumfenus. Si conferma così l'orientamento della dottrina maggioritaria: ilpericulumcreditoris è un elemento strutturale della pratica feneratizia.

I profili di specialità delle regole in materia dipecunia traiecticia sono individuati nel terzo capitolo ‘La disciplina degli interessi nel prestito marittimo' (pp. 69-101); ivi l'A., attraverso l'esegesi di Papin. 3 resp. D. 22.2.4 e di Paul. Sent. 2.14.3, spiega comealla sopportazione del ‘periculumquod ex navigationemarismetuisolet' da parte del creditore consegua la possibilità, per lo stesso, di ottenere la corresponsione di usurae non soggette al limite legale della centesima.

Sono, poi, al vaglio i frammenti di Scevola (6 resp. D. 22.2.5) e di Paolo (3 ad ed D. 22.2.7); ivi si scorge un ulteriore carattere tipico del fenusnauticum, cioè la facoltà riconosciuta al creditore di pretendere il pagamento di usuraeex nudo pacto.

Il quarto capitolo,‘Il prestito marittimo e la pena convenzionale' (pp. 103-135), è dedicato alla lettura dei numerosi brani del Digesto, testimoni dell'‘utilizzo' della pena convenzionale nell'ambito del prestito nautico (Paul. 9 ad ed. D.3.5.12 [13]; Ulp. 29 ad ed D. 15.3.8; Ulp. 77 ad ed. D. 22.2.8; Lab. 5 pith. a Paul.epit. D. 22.2.9; Afric. 7 quaest. D. 44.7.23).

A tal proposito, l'indagine avvalora l'insegnamento della dottrina maggioritaria: l'applicazione della stipulatiopoenae nel fenusnauticum ha avuto lo scopo di assicurare al creditore un semplice strumento di garanzia; non trova un solido riscontro l'ipotesi ricostruttiva del ricorso alla pena convenzionale per rendere giuridicamente coercibile l'obbligazione del debitore alla restituzione del capitale e alla corresponsione degli interessi.

Nel quinto capitolo,‘L'inquadramento del prestito marittimo nel sistema contrattuale romano e gli strumenti di tutela delle pretese creditorie' (pp. 137-158), è il passo di Scevola (28 dig. D. 45.1.122.1) che riconduce la pecunia traiecticia nell'ambito del contratto di mutuo e riconoscenell'actio ex stipulatu lo strumento processuale esperibile dal finanziatore nei confronti del debitore Callimaco.

L'A. illustra di seguito i mezzi di tutela delle aspettative creditorie, valutando il dato - affermato dalle fonti (Scaev. 6 resp. D. 22.2.5 e Paul. 3 ad ed D. 22.2.7) - della possibilità per il finanziatore di richiedere il pagamento di usurae ex pacto in via giudiziale.

Nel sesto ed ultimo capitolo, ‘Il prestito marittimo nelle fonti giustiniaee e bizantine' (pp. 159-190), la disamina di Pontoriero si focalizza su tre provvedimenti di Giustiniano che, in modo diverso, attengono al fenusnauticum: C. 4.32.26.2 (in cui è sancito, per la prima volta, l'obbligo al rispetto del limite della centesima da parte dei finanziatori), la Novella 106 del 540 e la Novella 110 del 541, abrogativa della precedente.

Il secondo § dello stesso capo è dedicato ad alcune previsioni delNomosRhodionNautikos; in esse, infatti, è riscontrata una certa continuità con il diritto giustinianeo e la grande vitalità dei principi guida della disciplina del prestito marittimo.

Concludono la monografia l'indice delle fonti (pp. 199-204) e degli Autori (205-212).

 

[Giuseppe Crescenzo]