PUBLIO RUTILIO RUFO:

GIURECONSULTO, POLITICO,

STORICO

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Sommario: 1. Il cursus honorum. 2. Il processo per concussione. 3. Pensiero filosofico e riflessione giuridica. 4. Gli studii storici.

 

 

1. Il cursus honorum.

 

Tra i plurimi e maximi viri che professarono la scienza del diritto ed ebbero la maxima dignatio dal popolo romano[1], Pomponio ricorda Publio Rutilio Rufo che fu discepolo, con Aulo Virginio e Quinto Tuberone, di Publio Mucio Scevola, Marco Bruto e Manio Manilio[2].

Nato tra il 156 e il 154 a.C., probabilmente figlio di P. Rutilio Calvo pretore nel 166 a.C.[3], P. Rutilio Rufo inizia la carriera militare nel 134 a.C., anno in cui è tribunus militum a Numanzia, al seguito di Scipione l'Emiliano, insieme a Caio Mario, più tardi suo acerrimo nemico[4].

 L'epoca è quella dei Gracchi, periodo di estrema incertezza per Roma che, sebbene signora del Mediterraneo, già mostra i segni di quella crisi che diverrà ancora più manifesta nel secolo successivo. Dal punto di vista costituzionale, le vecchie strutture della città-Stato palesano la loro inadeguatezza nei confronti di quello che è oramai un impero di vaste dimensioni; sotto il profilo economico, se da un lato la decadenza della piccola proprietà contadina, la formazione dei latifondi, l'intenso mercato schiavistico rendono preferibile il lavoro servile a quello libero e favoriscono l'urbanesimo con conseguente formazione di un cospicuo sottoproletariato urbano, dall'altro la capitale non è in grado di produrre ricchezza e sfrutta oltre misura province e territori conquistati[5]. In tale contesto l'azione politica di Tiberio e Caio Gracco, pur finita tragicamente, produsse l'effetto di rendere manifesti i gravi problemi di ordine economico, sociale e costituzionale che affliggevano la repubblica[6]. La dura repressione del movimento democratico ad opera dell'aristo-crazia, che ebbe come conseguenza immediata il sostanziale annullamento di tutta la legislazione graccana[7], determinò un clima di violenza esasperando i contrasti tra le opposte fazioni. Questa grave situazione politica, unita ad un disordine strutturale nell'amministrazione di Roma e delle province, di criminalità dilagante, di prevaricazione e frode nei rapporti tra privati, favorì il concentrarsi della ricchezza nelle mani di pochi a scapito del populus che, peraltro accresciuto dai molti liberti, si presentava come una massa eterogenea e composita[8]. Gli antichi modelli etici versavano in una crisi profonda, percepita in modo drammatico dalle menti più raffinate e sensibili le quali, pur legate alle tradizioni avite, erano consapevoli che il precipitare degli eventi e il rapido modificarsi della città rendeva inevitabile l'approdo a nuovi paradigmi comportamentali in ogni campo del vivere civile[9].

Cade proprio in questo periodo, al più tardi nel 118 a.C., la pretura urbana di P. Rutilio Rufo[10]. Il suggerimento, sia pure con qualche margine d'incertezza, del 118 a.C. come ultimo anno possibile della sua pretura si basa sulla circostanza della candidatura che egli pose, trascorso l'intervallo richiesto dalla lex Villia, alle elezioni consolari per il 115 a.C. in cui venne battuto da Marco Emilio Scauro contro il quale intentò un processo per broglio elettorale. Scauro, assolto, rivolse medesima accusa contro Rutilio che, allo stesso modo, fu giudicato innocente[11].

Tra il 109 e il 107 a.C. fu legato di Quinto Cecilio Metello nella guerra contro Giugurta, distinguendosi particolarmente nella battaglia di Muthul nel corso della quale fronteggiò un attacco di Bomilcare[12]. Proprio nel 107 a.C. consegnò, a nome di Metello, l'esercito a Caio Mario nel frattempo eletto console[13]. Forte dei successi conseguiti nel bellum Iugurthinum, ottenne il consolato nel 105 a.C.[14]. Gli anni immediatamente seguenti furono caratterizzati dall'inarrestabile ascesa di Mario che, incurante delle leggi e appoggiato dall'esercito, fu eletto console consecutivamente dal 104 al 100 a.C.[15]. Ma l'eccesiva popolarità di Mario, unita al pericoloso appoggio dei militari e degli Italici dalle cui fila egli proveniva, ai continui tumulti e disordini all'interno dell'urbs, indussero il senato ad emettere, nel dicembre del 100 a.C., il senatusconsultum ultimum. Il console si venne a trovare in una posizione a dir poco ambigua tra l'ordine di repressione ricevuto dal senato e il desiderio di difendere i suoi partigiani. Com'è noto questi ultimi furono sconfitti e Mario si ritirò momentaneamente dalla vita politica[16]. Alla successiva restaurazione del governo ottimate contribuì, tra gli altri, anche Rutilio Rufo che da compagno d'armi era diventato tanto acerrimo nemico di Caio Mario da sollevare il sospetto, secondo Plutarco, che la sua elezione al consolato per la sesta volta (101 a.C.) fosse dovuta alla corruzione elettorale[17].

In quegli anni, Rutilio consolidò il proprio prestigio rendendo ancor più saldi i legami con la famiglia dei Mucii Scaevola, tant'è vero che Quinto Mucio Scevola il pontefice lo volle con sé quando, nel 94 a.C., fu mandato come proconsole nella provincia d'Asia[18].

Mucio rimase in Asia solo nove mesi e fu Rutilio a sostituirlo fino all'arrivo del nuovo proconsole[19]. Egli ebbe un ruolo attivo nell'ammini-strazione di quella provincia e ciò trova conforto, oltre che nel dato obiettivo costituito appunto dal fatto che surrogò per un certo periodo Mucio, dalle grandi onorificenze tributategli dagli Asiatici quando, alcuni anni dopo, tornò esule e povero in quelle terre lontane[20]. Particolarmente significativa è una testimonianza di Diodoro Siculo dalla quale si evince che Rutilio soprattutto affiancò, in veste consultiva, il proconsole nell'esercizio della funzione giurisdizionale[21]. Si trattò di un governo corretto e disinteressato che stupì gli abitanti della provincia anzitutto per l'imparziale amministrazione della giustizia a base della quale c'era quell'editto asiatico al quale Cicerone dichiarò espressamente di ispirarsi nel suo edictum Cilicium[22]. Questo governatorato, che costituì un exemplum proposto, stando a quanto riferisce Valerio Massimo[23], ai successivi magistrati da un decreto senatorio, fu il frutto di un piano accuratamente predisposto dal senato per porre fine ai soprusi, oramai non più tollerabili, dei pubblicani in quella provincia[24]. Il risultato fu conseguito da due uomini che, cresciuti nel medesimo ambiente familiare e filosofico, avevano maturato ideali comuni e una analoga visione del mondo. La gratitudine dei provinciali fu tale da riservare a Scevola onori quasi divini e lo stesso Mitridate che circa quindici anni dopo distrusse le vestigia del governo di Roma, mantenne le festività e il nome del proconsole in onore del quale erano state istituite[25].

 Le cose, però, non stavano allo stesso modo nella capitale e quando Rutilio tornò a Roma i publicani, e i cavalieri che li sostenevano, gli intentarono un processo per concussione[26]. Nel giudizio non fu coinvolto Quinto Mucio Scevola: l'appartenenza ad una delle famiglie più illustri e potenti di Roma e il fatto di essere membro del collegio pontificale presumibilmente dissuasero i suoi avversari dal colpirlo in modo diretto, inducendoli a rivolgere l'accusa contro una persona a lui molto vicina che, pur avendo percorso un brillante cursus honorum e potendo vantare legami umani e politici di rilievo, era ancora considerato un homo novus. Tale ipotesi non esclude quella avanzata dal Badian, secondo cui a proteggere Quinto Mucio Scevola fu lo stesso Caio Mario[27]. Quest'ultimo, presunto manovratore del processo contro Rutilio che doveva servire da monito a tutta l'aristocrazia senatoria, potrebbe aver voluto lasciare fuori dall'accusa il Pontefice proprio per la posizione di alto prestigio di cui godeva nella società romana dell'epoca e che quindi sconsigliava, da un punto di vista politico, un attacco frontale alla sua persona. In tal senso non può certo negarsi che Mario protesse Quinto Mucio; in prosieguo di tempo, però, i rapporti tra i due uomini dovettero mutare considerato che, dopo poco più di un lustro, il Pontefice fu citato in giudizio da C. Fimbria, esponente di primo piano del partito mariano[28].

 

 

2) Il processo per concussione

 

Il crimen de repetundis costituiva il capo d'imputazione principale, ma non il solo: contro Rutilio, infatti, vennero rivolte accuse lesive della sua moralità privata, secondo un copione tipico dei processi penali, in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo essi vengano celebrati[29].

L'accusa fu sollevata da un certo Apicio[30], esponente del ceto equestre, ma è probabile che alle spalle dei cavalieri vi fosse Caio Mario il quale in tal modo intendeva vendicarsi del gruppo dirigente ottimate che pochi anni prima lo aveva emarginato dalla scena politica[31].

 Rutilio perorò la sua causa da solo. Si erano offerti per assisterlo in giudizio Lucio Crasso e Marco Antonio i quali, oltre ad essere eloquentissimi viri, poiché avevano ricoperto la suprema carica magistratuale godevano di notevole prestigio e autorevolezza nell'urbs e ciò avrebbe potuto influire positivamente sull'esito della causa[32]; egli, invece, declinò l'offerta lasciandosi affiancare, e comunque in misura minima, solo da Aurelio Cotta, figlio di sua sorella, e dallo stesso Quinto Mucio. Il primo, dotato di uno stile schietto e sobrio, sempre pertinente ed efficace, non era incline, per natura e per scelta, a suscitare la commozione nell'animo di chi lo ascoltava, preferendo persuadere con l'argomentazione piuttosto che convincere con la compassione[33] e anche Quinto Mucio, oratore asciutto e raffinato, poteva risultare poco incisivo in casi, come quello de quo, che per complessità e delicatezza, richiedevano maggiore ricchezza espositiva e comunque una certa dose di enfasi[34].

La linea difensiva scelta da Rutilio Rufo fu perfettamente conforme ai rigidi dettami della retorica stoica del levgein provõ to pra'gma[35]. Non ci furono gemiti, grida, suppliche o implorazioni, così dice Cicerone che però, pur rispettando e per certi aspetti ammirando l'impianto difensivo dell'ora-zione, aliena da ogni forma di retorica e da espedienti atti a suscitare la commozione, ne contesta l'efficacia sul piano pratico[36]. Lo stesso paragone con Socrate, in sé alto, viene sminuito dalla considerazione, posta peraltro prima del paragone tra il filosofo greco e il nostro, che il processo contro Rutilio non si teneva nell'imma-ginaria Repubblica di Platone[37]. Nel Brutus Cicerone va ancora oltre: il giudizio non si limita al tipo di eloquenza di Rutilio e di chi lo assiste nella difesa, ma investe la sua persona la cui severità rasenta l'alterigia, finendo col restituire un'immagine addirittura altezzosa di un uomo che ha un eccessivo concetto di sé[38].

Rutilio fu condannato all'espatrio, ma la lettura delle fonti non chiarisce se esso fu coatto o volontario[39]; in ogni caso sul piano concreto la questione ha un'incidenza limitata. Se, infatti, è vero che l'exilium nell'epoca in esame non si configurava come una vera sanzione, bensì come diritto riconosciuto al cittadino romano di sottrarsi alla pena capitale espatriando, sua sponte, prima che fosse stata pronunziata sentenza di condanna con conseguente interdizione dall'acqua e dal fuoco, è altrettanto vero che quest'ultima, impedendo al condannato di tornare a Roma, finiva col trasformare l'esilio da volontario in coatto. Nei testi non c'è traccia di aqua et igni interdictio nei confronti di Rutilio[40], ma la confisca di tutti i beni, di cui parla Cassio Dione, di solito accompagnava la condanna al supremo supplizio[41]. D'altra parte, la pena capitale appare eccessiva per il tipo di reato contestato per il quale, in genere, la sanzione era pecuniaria e pari al doppio del quantum estorto[42]. Nel caso di specie, però, Rutilio era accusato di essersi illecitamente impossessato di somme ingenti e, di conseguenza, la pena diventava esosissima e ben avrebbe potuto giustificare, non possedendo il reo grandi ricchezze, la scelta dell'esilio al fine di evitare conseguenze ancor più devastanti[43]. In quest'ottica, pur se formalmente volontario, nella sostanza si trattò di un espatrio coatto[44].

Giudicato colpevole del crimen repetundarum, Rutilio esce dalla scena politica. La vicenda processuale lo segna in modo indelebile, ma non per questo si dà per vinto, anzi considerandosi vittima di un sistema - questo, sì - corrotto, cerca un riscatto. La riabilitazione non è perseguita, però, nell'immediato e nello stesso contesto socio-politico che così ingiustamente lo ha trattato - rispetto al quale ostenta distacco al punto da rifiutare l'offerta, fattagli da Lucio Cornelio Silla, di fare ritorno a Roma[45] -, ma in una diversa dimensione, più ampia e meno transeunte, che possa a lui sopravvivere. Per ottenere ciò Rutilio, durante gli anni dell'esilio, si dedica agli studii e scrive, in greco, una storia romana e, in lingua latina, un'autobiografia introducendo, con Lutazio Catulo ed Emilio Scauro, tale genere letterario a Roma[46].

Le popolazioni asiatiche, memori della sua buona amministrazione, lo accolsero con entusiasmo e generosità, garantendogli un tenore di vita migliore rispetto a quello di cui godeva prima che gli fossero confiscati i beni[47].

La data della morte non è certa, ma probabilmente va collocata intorno alla metà degli anni settanta del primo secolo a.C., tenuto conto del fatto che Cicerone ebbe modo di incontrarlo durante il suo viaggio in Asia, nel 78 a.C., e che sopravvisse al ritorno di questi a Roma avvenuto l'anno successivo[48].

Lo stile di vita sobrio ed austero, il coraggio e la dignità con cui seppe affrontare i momenti tragici della vita, l'alta integrità morale che sempre lo contraddistinsero, fecero sì che Rutilio si offrisse quale esempio di optimus vir alle successive generazioni al punto che Velleio Patercolo, circa un secolo dopo la sua ingiusta condanna, ancora lo definiva non solo il miglior cittadino del suo tempo, sed omnis aevi[49].

L'immagine di Publio Rutilio Rufo quale vittima innocente del ceto equestre, largamente prevalente nella storiografia antica e moderna, a partire dall'ultimo trentennio del secolo scorso è stata messa in discussione da alcuni studiosi che hanno giudicata sospetta l'eccessiva generosità, nei suoi confronti, delle genti asiatiche e degli stessi sovrani greci, che farebbe pensare ad un'intensa, e forse eccessiva, familiarità creatasi tra il magistrato romano e quelle popolazioni già all'epoca del governatorato con Scevola[50]. Ambigua sarebbe pure la condotta tenuta da Rutilio durante il massacro ordinato da Mitridate nell'88 a.C., come il cambiamento della toga con il pallio, fatto a Mitilene, che implicava il rifiuto della cittadinanza romana, rifiuto reiterato qualche anno dopo a Smirne quando egli assunse la cittadinanza greca[51]. Anche la testimonianza di Plutarco secondo cui, dopo la definitiva sconfitta di Mitridate, fu trovato nel carteggio del re del Ponto un discorso di Rutilio che incitava al massacro dei Romani, contribuirebbe a gettare ombra sulla irreprensibilità etica del pretore del 118 a.C., così indelebilmente fissata da gran parte della storiografia antica, benché lo storico greco affermi che la notizia era dai più considerata una calunnia di Teofane di Mitilene, storiografo di Pompeo Magno, del cui padre Rutilio aveva parlato molto male nella sua opera storica[52].

A nostro giudizio gli elementi addotti per screditare l'immagine di Rutilio sono piuttosto deboli. L'accoglienza generosa degli Asiatici verso l'illustre esule trova plausibile spiegazione nel fatto che ancora vivo era il ricordo della corretta ed imparziale amministrazione di cui egli era stato, con Quinto Mucio Scevola, l'artefice. Il rifiuto della toga, per quanto disdicevole, nel caso concreto poteva avere un'excusatio necessitatis ed anche la notizia della presunta collusione con Mitridate, giudicata dallo stesso Plutarco che la menziona inattendibile, resta isolata[53]. Se qualche perplessità può essere condivisa, va comunque considerato che in larga misura si trattò di condotte politiche che, in quanto tali, prestano sempre il fianco a critiche; in ogni caso, non furono certo i presunti sospetti sulla sua moralità a dissuaderlo dal tornare in patria[54]. Che Rutilio fosse preoccupato di difendere la propria immagine è fuori di dubbio e tale preoccupazione è alla base delle opere scritte durante l'esilio, ma fu lo sdegno per l'ingiusto processo subìto che lo persuasero a preferire, come dice Seneca, che i Romani si rammaricassero della sua lontananza piuttosto che si vergognassero del suo rimpatrio[55].

 

 

3. Pensiero filosofico e riflessione giuridica

 

 Pomp. Lib. sing. ench., D.1.2.2.40: Ab his profecti sunt Publius Rutilius Rufus, qui Romae consul et Asiae proconsul fuit, [P.]aulus Verginius et Quintus Tubero ille stoicus Pansae auditor, qui et ipse consul[56].

 

Il frammento, com'è noto, fa parte di quel lungo excursus storico tratto dal liber singularis enchiridii in cui Pomponio, dopo aver tracciato un quadro dello sviluppo della costituzione repubblicana e delle fonti del diritto, elenca i principali giurisperiti succedutisi a Roma da Publio Papirio fino a Salvio Giuliano, i quali, con la loro scientia iuris, hanno contribuito a creare quell'importante tradizione giuridica che è alla base del diritto vigente ancora nell'età degli Antonini (haec iura, dice appunto Pomponio) [57].

È così che Sesto Papirio rimane impresso nella mente come ordinatore delle leges regiae, Appio Claudio come artefice principale della legislazione decemvirale, Appio Claudio Cieco in quanto autore del de usurpationibus, Sempronio Sofo perché dal popolo fu detto σοφός, Scipione Nasica Corculo perchè il senato gli attribuì l'appellativo di optimus, Quinto Mucio per la sua competenza in ambito internazionale[58]. Dopo di loro Tiberio Coruncanio, primo pontefice massimo plebeo e primo giurista a publice profiteri[59], diede vita ad una nuova giurisprudenza che, fondata su una visione laica del diritto, raggiunse un livello altissimo con i due Aelii e Lucio Acilio[60]. E' questa la prima terna di prudentes ricordata da Pomponio e il fatto che essi vengano accomunati in un unico giudizio - maximam scientiam in profitendo habuerunt - induce a credere che per il giurista adrianeo, il quale comunque reputava Sesto Elio il più illustre dei tre[61], un cambiamento tanto importante non poteva che essere il portato di più ingegni sinergici[62]. Allo stesso modo la cd. ‘fondazione del diritto civile', altro momento topico nello svolgersi della scientia iuris, viene attribuita ad una triade di giuristi, Manio Manilio, M. Giunio Bruto e P. Mucio Scevola[63]. Di questi ultimi furono allievi, lo abbiamo visto poc'anzi, Publio Rutilio Rufo, Aulo Virginio e Quinto Tuberone il cui legame, prima facie, sembrerebbe limitarsi al comune discepolato. Se così fosse, l'assunto dal quale siamo partiti, ossia che Pomponio quando menziona una terna di giuristi voglia sottolineare una congiuntura particolarmente significativa nel divenire della giurisprudenza romana, risulterebbe non poco indebolito. Il testo, però, esaminato con maggior cura, consente qualche riflessione ulteriore. Com'è noto, il personaggio di spicco di questa terna di prudentes fu Quinto Elio Tuberone del quale Pomponio mette in evidenza il legame, di tipo scolastico, con Panezio e quindi con la filosofia stoica[64]. Ma forte era il legame con il mondo della Stoa anche di Rutilio il quale, pur avendo ricoperto le massime cariche magistratuali, pur essendo stato giurista e storico insigne, era passato alla storia quale emblema dello stoicismo per la condotta tenuta durante lo svolgimento dell'ingiusto processo intentatogli per il reato di concussione e per l'estrema dignità con cui sopportò l'esilio dal quale non volle mai far ritorno[65]. Rimane Aulo Virginio di cui non si sa quasi nulla; il fatto, però, che Cicerone, nel Laelius, lo ricordi insieme con Tuberone e Rutilio, rende plausibile che egli avesse una certa familiarità con l'Emiliano e che, quindi, fosse stato in qualche modo partecipe dell'esperienza culturale del circolo degli Scipioni che subiva il forte influsso delle dottrine paneziane idonee alla nobilitas imperialistica[66]. Ciò riteniamo possa aver indotto Pomponio, che conosceva bene l'opera dell'Arpi-nate[67], a riprodurre i nomi di quei giuristi che, vicini allo stoicismo, arricchirono la scientia iuris di «particolari apporti teorici»[68].

Alcune idee filosofiche erano penetrate nell'urbs già verso la fine del terzo secolo a.C., ma solo quando Roma, diventata un impero di vaste dimensioni, venne a contatto con civiltà diverse e si rese conto che gli antichi valori, tipici di una società contadina, non erano più in grado di supportare i compiti di una potenza mondiale, solo allora guardò con crescente interesse alle filosofie straniere per cercare in esse le basi di nuovi modelli etici e comportamentali che le consentissero di superare la profonda crisi spirituale in cui versava[69]. Ciò spiega perché, nel 155 a.C., quando l'accademico Carneade, lo stoico Diogene e il peripatetico Critolao vennero a Roma per ottenere il condono della multa inflitta dal senato agli Ateniesi per il saccheggio della piccola città di Oropo, diversamente da quanto era accaduto circa venti anni prima nei confronti dei filosofi epicurei che addirittura furono banditi dalla città, essi suscitarono l'interesse e l'ammirazione dell'élite culturale e politica del tempo soprattutto affascinata dalla forbita eloquenza dei tre filosofi[70].

Fu, però, lo stoicismo a diffondersi maggiormente a Roma soprattutto grazie a Panezio il quale, modificando alcuni punti della psicologia e della fisica, ma soprattutto mitigando certe asperità dell'etica stoica, rese più consona tale filosofia alla mentalità romana[71]. In particolare, per la revisione della morale, fondamentale fu il rapporto che il pensatore di Rodi, accolto nel circolo degli Scipioni, instaurò con gli uomini più illuminati e potenti di Roma, dai quali apprese il forte senso dello Stato, una nuova sensibilità politica, la valorizzazione della vita pratica, rimanendo a sua volta avvinto dalla ‘romanità'. La contaminazione tra speculazione stoica e pragmatismo romano diede nuova vitalità alla Stoa consentendole, così rinnovata, da un lato di essere apprezzata da chi, per antica tradizione, aveva per molto tempo mostrato una certa ostilità verso le riflessioni teoretiche, dall'altro di realizzare una piena sinergia, almeno sul piano etico, tra culture diverse. Panezio, infatti, pur non mettendo in discussione che l'autentico bene dell'uomo è la virtù, ritenne che essa potesse essere agevolata dalla buona salute, dall'abbondanza di mezzi di vita e dalla forza finendo, per tal guisa, con l'incrinare il principio, fondante per la Stoa, dell'assolutezza del bene morale[72]. Di conseguenza egli si mostrò piuttosto critico nei confronti del mito stoico del saggio e fu interessato, più che allo studio delle azioni perfette, all'approfondimento di quelle intermedie, ossia dei doveri[73]. Per queste ultime i Romani già avevano il termine adatto: officium, inteso nel senso di obbligazione morale, di ciò che l'uomo deve di norma fare.

Fu proprio durante le lotte politiche degli ultimi decenni del secondo secolo a.C. che la teoria di Panezio dimostrò la sua efficacia offrendo una robusta base teoretica, in politica interna, alla legittimazione della proprietà privata e, in politica estera, all'imperialismo romano che comunque garantiva il benessere dei vinti[74]. Il filosofo, facendo proprio il principio aristotelico secondo cui per alcuni popoli è necessario e utile essere governati da un popolo superiore, pose l'accento sul fatto che l'assogget-tamento degli sconfitti implicava una responsabilità morale per i vincitori e, pertanto, in armonia con Scipione, ritenne che dovesse essere il benessere delle popolazioni asservite ad ispirare i governanti.

Come è noto, tutto il circolo degli Scipioni si aprì all'influenza di Panezio. Posidonio diceva che Q. Mucio Scevola, P. Rutilio Rufo e Q. Elio Tuberone furono gli unici cittadini che ancora rispettavano la severissima lex Fannia cibaria[75], ma senza dubbio ancora più importante fu il fatto che questi uomini, anche nella vita pubblica, osservarono col massimo rigore i dettami dell'etica stoica, basti pensare alla rettitudine con cui i primi due amministrarono la provincia d'Asia[76]. L'adesione allo stoicismo implicava, infatti, prima ancora che una scelta dottrinale, l'adozione di uno stile di vista integerrimo ed austero capace di insegnare a sopportare, e forse anche a superare, i dolori e le ingiustizie della vita.

Ma lo stoicismo penetrò anche nella scienza giuridica, favorendo lo sviluppo della dottrina del diritto naturale[77]. L'espansione territoriale, e prima ancora il contatto con popoli diversi, che aveva avuto come inevitabile effetto l'aumento e l'intensificazione delle relazioni internazionali, aveva consentito ai Romani di constatare l'esistenza di un diritto comune a tutti gli uomini[78]. Il contenuto ideale di questa nozione, inizialmente solo empirica, fu compreso prima che dai giuristi, dai filosofi - e dagli stoici, in particolare - i quali, riflettendo sui valori morali di tale esperienza, arrivarono all'identificazione di un diritto naturale, determinato dalla stessa natura razionale dell'uomo che «insegna presso tutti i popoli e per l'eternità cosa sia giusto»[79], da cui lo stesso diritto formale scaturisce e quindi con esso deve armonizzarsi, concedendo maggiori spazi all'etica. Emblematico, in tal senso, è il fatto che proprio in questi anni i giuristi romani guardino con crescente attenzione al comportamento tenuto dalle parti nella fase di formazione del contratto; di ciò può cogliersi traccia in un lungo frammento tratto dal terzo libro del De officiis di Cicerone dedicato ai rapporti tra l'utile e l'onesto[80]. L'Arpinate, che aderisce all'insegnamento stoico, e prima ancora socratico, che vede tra l'utile e l'onesto una naturale connessione[81], per dimostrare tale assunto si serve di cinque esempi di scorrettezza delle parti nella compravendita[82]. Gli episodi storicamente si collocano tra la fine del secondo e la metà del primo secolo a. C. e sono ordinati progressivamente sia sotto il profilo etico, nel senso che alla maggiore gravità della scorrettezza corrisponde, da parte dell'ordinamento giuridico, la previsione di sanzioni gradatamente più afflittive, sia dal punto di vista cronologico mettendo in tal modo in evidenza come, in un arco di tempo abbastanza limitato, si fosse affermata «la tendenza a una repressione più severa del silenzio malizioso e delle altre scorrettezze dei contraenti in fase di trattativa e conclusione della compravendita»[83]. In questo spazio, via via sempre più ampio, concesso dal diritto formale all'etica, deve vedersi l'influenza della Stoa[84].

L'emersione della responsabilità originata dai comportamenti tenuti dalle parti nella fase di formazione del contratto è uno degli aspetti in cui, a nostro giudizio, manifesta è l'interazione tra filosofia e scienza giuridica, frutto del nuovo ‘modo di fare diritto' di alcuni giuristi romani, tra cui riteniamo sia da includere anche P. Rutilio Rufo.

 

 

4. Gli studii storici

 

Rutilio dedicò gli anni dell'esilio agli studii e, sulla base delle testimonianze pervenute, si può affermare che scrisse una storia di Roma in lingua greca e un'autobiografia in lingua latina.

Nella letteratura più antica fu avanzata l'ipotesi che il De vita sua fosse ricompreso nella storia[85], ma tale tesi, comunque minoritaria, non è condivisibile. Rispetto a tale ricostruzione, pur non costituendo argomento in sé ostativo il fatto che le due opere fossero scritte in lingue differenti, la scelta di usare il greco per l'opera di più ampio respiro e il latino per quella autobiografica, induce a credere che diversi, nella mente dell'autore, fossero i destinatari dei due scritti: la storia era rivolta ad un pubblico più ampio e colto, comprendente le popolazioni greche presso le quali egli viveva; il De vita sua, opera politica con chiaro intento apologetico, aveva come destinatari principali i suoi concittadini. Considerato, poi, che i frammenti dell'autobiografia, pur esigui per numero e contenuto, attestano che lo scritto si articolava almeno in cinque libri, se l'opera fosse stata una, o avrebbe avuto dimensioni mastodontiche, oppure sarebbe risultata sproporzionata nell'articolazione delle parti[86]; entrambe le ipotesi sollevano più di qualche perplessità. Senza dubbio delle relazioni tra i due scritti vi furono ed è probabile che parte del contenuto del De vita sua confluì nella storia, ma non crediamo si possa dubitare del fatto che comunque si trattò di opere distinte.

Fu proprio nell'ultimo secolo della repubblica che cominciò a diffondersi a Roma il genere letterario dell'autobiografia. Tacito afferma che non fu la presunzione, ma una ragionevole fiducia in se stessi ad indurre P. Rutilio Rufo e M. Emilio Scauro a scrivere le proprie memorie[87]. Per Rutilio, la scelta di dedicarsi, durante l'esilio, agli studii storici e segnatamente alla composizione di un'autobiografia dissimula, da un lato, il desiderio di affidare ad un pubblico più vasto, nello spazio e nel tempo, il giudizio sul suo operato[88] e, dall'altro, diviene mezzo per veicolare un messaggio politico, scopo cui pure tendevano le caratterizzazioni della ritrattistica dell'epoca, funzionali anch'esse al sistema comunicativo della tarda repubblica[89].

La più nota raccolta dei frammenti delle opere storiche di Rutilio è quella del Peter che scelse di inserire nella silloge solo quei passi in cui compare specificamente il nome del pretore del 118 a.C.[90]. Nei confronti di questa scelta metodologica si mostrò piuttosto critico Ettore Pais il quale, partendo dalla considerazione che il carattere strettamente personale di alcune informazioni fosse compatibile solo con la loro diretta derivazione da uno scritto di tipo autobiografico, ritenne che tra le notizie sparse nell'antica letteratura, molte fossero da ascrivere all'autobiografia di Rutilio Rufo[91].

Questo assunto noi condividiamo e, pertanto, reputiamo utile soffermarci su alcuni testi, molti dei quali già oggetto di riflessione in letteratura, per valutare se sia plausibile congetturare una loro derivazione dall'autobiografia di Rutilio.

Prendiamo le mosse da un frammento del De oratore dove Cicerone, per bocca di Antonio, ricorda il duro giudizio espresso da Rutilio Rufo sia nei confronti della peroratio (o della suasio) della lex Servilia di Licinio Crasso (a. 106 a. C.), che non modo parum commode, sed etiam turrite et flagitiose dicta, sia riguardo agli artifici retorici adoperati da Servio Sulpicio Galba, apud populum Romanum, al fine di evitare la condanna per il massacro dei Lusitani da lui disposto quando era propretore (a. 149 a.C.)[92].

La tesi della diretta derivazione di questo testo dall'opera storica di Rutilio, ampiamente condivisa in letteratura[93], fu contestata dal Bardon il quale, pur non negando che quella fosse la fonte, ne escludeva la derivazione dalle memorie facendo leva soprattutto sul fatto che l'uso della forma verbale ‘dicebat' per introdurre il giudizio di Rutilio implica che Cicerone si riferiva ad un colloquio e non ad un testo scritto[94]. Sul punto facciamo nostre le obiezioni di Ferdinando Bona il quale anzitutto reputa «fragile il richiamo al dicebat», anche perchè il giudizio di Rutilio è riferito da Antonio; inoltre, tenuto conto del fatto che il De oratore fu scritto tra il 56 e il 55 a.C., ma il dialogo si finge avvenuto nel 91 a.C., l'Arpinate non poteva certo far credere ai suoi lettori che già nell'epoca in cui ambientava la vicenda circolasse e fosse conosciuta da Antonio l'autobiografia di Rutilio il quale «da non più di un anno si trovava in esilio in Asia e che solo durante il suo esilio (... ) aveva composto le sue opere»[95]. Era, dunque, la ragione letteraria a imporre a Cicerone - Antonio di riferire quelle opinioni come se fossero state espresse oralmente. Infine, il lungo lasso di tempo intercorso tra quell'incontro e la stesura dell'opera, circa ventitré anni, rende poco credibile che Cicerone potesse ricordare con tanta dovizia di particolari quanto riferitogli da Rutilio.

La diretta derivazione dall'autobiografia di Rutilio è stata ipotizzata anche per un altro passo del De oratore dove Cicerone narra di quando P. Licinio Crasso Divite Muciano, durante la campagna elettorale per l'edilità che lo vedeva coinvolto in prima persona, fu avvicinato da un contadino che gli chiese un parere su una questione giuridica[96]. L'Arpinate non rende noti i termini della questione, ma riferisce che il responsum formulato dal giurista non confortò il rusticanus. Servio Sulpicio Galba, che col suo prestigio di ex console sosteneva la candidatura del Liciniano e in quella circostanza lo accompagnava, accortosi che l'uomo era rimasto turbato lo richiamò e, giustificando in qualche modo l'amico, gli prospettò una soluzione per lui più confortante, fondata su valutazioni di tipo equitativo piuttosto che giuridiche in senso stretto, nella speranza di avere in tal modo recuperato un voto a favore di Crasso[97]. Quest'ultimo in un primo tempo replicò a Galba e, a sostegno del suo responsum, invocò precedenti illustri che addirittura risalivano a Sesto Elio, ma alla fine fu costretto ad ammettere che la disputatio dell'amico sibi probabilem et prope veram videri.

Ferdinando Bona ritiene che l'aneddoto, o almeno la prima parte, derivi direttamente dall'autobiografia di Rutilio il quale lo raccontava per deplorare, in conformità con la sua fede stoica, coloro i quali ricorrevano a false lusinghe, pur di ottenere il favore del popolo[98]. Oltre al contenuto dell'episodio, anche la peculiarità con cui sono descritti i legami familiari tra Galba e il Muciano inducono a credere che la fonte di Cicerone avesse una conoscenza diretta e personale di quelle vicende e Rutilio si trovava in questa condizione, non solo perché quando era molto giovane aveva conosciuto Galba, ma anche per gli stretti rapporti che lo legavano alla famiglia dei Mucii Scaevola[99].

Le argomentazioni addotte dal Bona per sostenere che Rutilio sia la fonte diretta dell'aneddoto sono ampiamente condivisibili, tuttavia il passo non può essere ascritto tra i frammenti storici in senso stretto in quanto in esso non è esplicitamente citato il giurista, la notizia non riveste un carattere strettamente personale, nè è possibile ricondurlo a un altro testo che consenta un collegamento con l'opera storica del nostro[100].

Natura aneddotica riveste pure un altro frammento del De oratore relativo al processo per broglio elettorale intentato da M. Emilio Scauro contro Rutilio Rufo[101]. Esso è collocato nell'ampia digressione che Cicerone dedica all'arte di suscitare il riso negli ascoltatori, virtù essenziale per un oratore. A tal proposito, l'arpinate narra di quando Scauro addusse a suffragio della propria tesi accusatoria la sigla A.F.P.R., rinvenuta nei registri del suo avversario, che scioglieva in ‘spese sostenute per conto di Rutilio' e quest'ultimo si difese dicendo che l'acronimo stava a significare ‘spese sostenute prima e registrate in ritardo'. Intervenne, quindi, il cavaliere Canio, che in quel processo difendeva Rutilio, il quale ironicamente asserì che la sigla andava interpretata così: «Aemilius fecit, plectitur Rutilius»[102]. L'esplicita menzione di Rutilio e il contenuto della notizia, che riveste natura personale, ci spingono a ritenere che anche questo passo derivi dall'autobiografia di Rutilio[103].

Il carattere strettamente personale dell'informa-zione, potrebbe, almeno prima facie, offrire il fianco a critiche in Cic. De rep. 1.8.13, in quanto l'Arpinate parla del colloquio avuto con Rutilio a Smirne e di conseguenza quelle indicazioni, pur riguardando la vita di Rutilio, potevano comunque far parte del bagaglio di ricordi dell'oratore[104]. Va, però, osservato che i due si incontrarono nel 78 a.C., quando Cicerone era ancora molto giovane, mentre il De republica fu scritto tra il 55 e il 51 a.C. ed è difficile pensare che l'arpinate potesse ricordare così dettagliatamente una conversazione avvenuta tanti anni prima, compresi particolari strettamente inerenti alla vita del suo interlocutore, per cui appare plausibile ipotizzare la mutazione di quelle notizie da un testo scritto.

Tale ultima osservazione vale anche per due lunghi passi del Brutus dove l'Arpinate rievoca un altro episodio raccontatogli, sempre da Rutilio, nel corso di una conversazione a Smirne[105]. In questo caso il contenuto della narrazione, che illustra la differente tecnica oratoria di Lelio e di Galba, la circostanza secondo cui Rutilio sarebbe stato testimone diretto della tensione che animava il secondo allorchè dovette svolgere la difesa al posto di Lelio e, infine, il collegamento con l'episodio del 150/149 a.C. che pure aveva avuto Galba per protagonista e di cui Cicerone aveva già parlato nel De oratore[106] attribuendone, però, la rievocazione direttamente a Rutilio, sono tutti elementi che avvalorano la tesi della derivazione anche di questo passo dall'autobiografia del nostro.

Veniamo ora a tre frammenti tratti dall'opera di Valerio Massimo Facta et dicta memorabilia. Nel primo (2.3.2), lo scrittore latino elogia Rutilio perchè fece venire dei gladiatori dalla scuola di C. Aurelio Scauro affinchè insegnassero alle truppe una più razionale tecnica militare[107]; nel secondo (2.10.5) ricorda gli attestati di stima tributati a Rutilio che, giudicato colpevole di concussione, si apprestava a partire per l'esilio; nel terzo (6.4.4) riporta le parole ‘Immo quid mihi tua, si propter te aliquid inhoneste facturus sum' che il nostro avrebbe pronunziato per respingere le ingiuste pressioni di un amico[108]. La natura personale delle informazioni e il carattere encomiastico delle stesse, confortano l'ipotesi che esse possano essere state escerpite dall'autobiografia di Rutilio.

«Che i Romani si rammaricassero della sua lontananza, piuttosto che si vergognassero della sua presenza», sono parole attribuite da Seneca a Rutilio[109]. Il tenore complessivo della frase e il genere letterario dell'opera senechiana, che come quella di Valerio Massimo raccoglieva motti celebri, induce a credere che il passo derivi dal de vita sua.

Medesimo ragionamento vale per due frammenti tratti dagli Stratagemata di Frontino[110]. Entrambi i passi lodano il comportamento integerrimo di Rutilio che, quando era console, pur potendo secundum leges ospitare il figlio in contubernio suo, non lo fece e lo trattò al pari degli altri milites e, da comandante militare, seppe addestrare così bene il suo esercito che Caio Mario lo preferì a quello guidato da Metello quia certioris disciplinae arbitrabantur.

Anche due passi di Appiano, uno tratto dal Bellum Ibericum, l'altro dal De bello Mithridatico, sono a nostro avviso mutuati dall'autobiografia di Rutilio. Nel primo lo storico greco narra di quando Scipione l'Emiliano, durante la ritirata da Pallanzio, salvò la vita a Rutilio ed è ampiamente probabile che tale notizia trovasse spazio nelle memorie del nostro quale segno di rispetto e riconoscenza del miles nei confronti del suo duce[111]. Pure la notizia riportata nel secondo frammento, ossia che quando Fimbria chiese di poter parlare con Silla, questi inviò in sua vece Rutilio, riveste quel carattere personale che avvalora l'ipotesi di una sua mutuazione dalle memorie di Rutilio[112].

Secondo il Pais, ugualmente sarebbero da ricondurre a Rutilio Diod. 37.5.1[113]; Athen. Dipnosoph. 4.168 d-e e Dipnosoph. 6.274 c-e[114], poichè tutti e tre i frammenti derivano da Posidonio il quale, com'è noto, aveva stretti legami con Rutilio[115]. Per quanto riguarda il contenuto, il passo di Diodoro fornisce informazioni sull'amministrazione asiatica di Q. Mucio Scevola e di P. Rutilio Rufo; nel primo testo di Ateneo si parla di Apicio, cavaliere romano dal comportamento dissoluto che promosse l'accusa de repetundis contro Rutilio e nel secondo della morigeratezza di Rutilio che, con Tuberone e Mucio Scevola, rispettò sempre le rigide regole della lex Fannia cibaria. Se l'inclusione dei passi di Ateneo tra i frammenti storici di Rutilio è pienamente condivisibile, soprattutto in ragione del loro contenuto personale ed apologetico e pertanto consono ad un'opera auto-biografica, qualche perplessità crea il passo di Diodoro che, essendo piuttosto generico, crediamo sia più giusto collocare tra i testimonia vitae Rutilii.

Qualche problema in più solleva un lungo frammento di Cassio Dione, ricco di particolari sulla vita di Rutilio quando fu esule prima a Mitilene e poi a Smirne[116]. Tale passo è per Ettore Pais mutuato dal De vita sua da cui deriverebbero le analoghe informazioni riferite da Oros. 5.17.12[117]. Va osservato, però, che una parte del brano di Cassio Dione (fr. 2) e tutto quello di Orosio, compreso il successivo frammento 13, sono inclusi dalla Malcovati tra i fragmenta dell'oratio pro se contra publicanos[118], collocazione che ci sembra più opportuna e, pertanto, crediamo che solo i frammenti 1 e 3 debbano essere inclusi tra quelli storici[119].

Una minore rigidità nell'individuazione dei fragmenta, che non solo tenga conto dell'esplicito riferimento a Rutilio, ma che consideri anche il tipo di notizia riferita e la raffronti con altre di contenuto analogo o simile presenti in testi generalmente ascritti all'opera autobiografica del nostro, riteniamo consenta di far meglio emergere, e ciò vale soprattutto per i frammenti escerpiti da opere dialogiche, la personalità di Rutilio così come sedimentatasi nelle fonti antiche[120].

 

 

ABSTRACT

 

La ricerca si propone di indagare su Publio Rutilio Rufo, giurista romano vissuto tra la metà del II e i primi decenni del I secolo a.C., privilegiandone alcuni aspetti meno approfonditi in letteratura. Premessa una riflessione sull'esperienza umana del giureconsulto, indispensabile per una piena comprensione della sua complessa e poliedrica personalità, l'attenzione è rivolta a Rutilio filosofo e storico. Vicino al circolo degli Scipioni, aderì allo stoicismo di Panezio che si rivelò non solo una opzione dottrinale, ma una scelta di vita a cui improntò attività giuridica e carriera politica. Allontanato da Roma perché ingiustamente condannato per il crimen de repetundis, Rutilio si dedicò agli studii storici anche al fine di riabilitare la propria immagine, in una dimensione più ampia e meno transeunte che potesse a lui sopravvivere. Con la stesura del De vita sua, introdusse con L. Catulo ed E. Scauro, il genere letterario dell'autobiografia a Roma. A quest'opera le raccolte più note (Peter, Müller) riconducono pochi ed esigui fragmenta, individuati sulla base dell'esplicito riferimento a Rutilio. L'a., lasciandosi guidare da un criterio meno rigido, che considera il tipo di notizia, la confronta con altre di contenuto analogo o simile presenti in frammenti generalmente ascritti all'opera autobiografica del nostro, individua e discute altri testi per i quali congettura la diretta mutuazione dal De vita sua. L'inserimento di questi fragmenta, soprattutto quelli escerpiti da opere dialogiche, consente di far meglio emergere la personalità di Rutilio così come sedimentatasi nelle fonti antiche, cogliendo nuovi aspetti e implicazioni.

 

 

The researchaims to examine the Roman jurist Publius Rutilius Rufus, who lived between the middle of the second century BC and the first quarter of the first century BC, with focus on some of the most neglected and poorly treated sides of his figure. After some biographical notes about the jurisconsult, which are essential for truly under standing his subtle and many-sided personality, the attention is drawn to Rutilius as philosopher and historian. Close to the Scipionic Circle, he supported Panaetius' Stoicism, which proved to be notonly a doctrinal choice, but also a way of life that affected his juridical and political career. After he was sent away from Rome as a result of the iniquit ous conviction for crimen of repetundis, Rutilius devoted himself to historical studies, chiefly in order to rehabilitate his namein a large, never-ending dimension, that could out live him. Writing up De vita sua, he brought in Rome - together with L. Catulus and E. Scaurus - the autobiography as literary genre. The most known collections (Peter, Müller) trace back to this work just some small fragmenta, that were identified thanks to an explicit reference to Rutilius. Using a less strict criterion, which considers the type of the news, the author compares these news with others that have substantially the same content, included in fragments that are usually attributed to Rutilius' autobiographical work. Then the author identifies and discusses other texts, surmising their direct derivation from De vita sua. The inclusion of these fragmenta, especially those that are taken from dialogues, allows to bring to light Rutilius' personality - as it is settled in ancient sources - with new aspects and implications.

 

 

Annamaria Manzo

Ricercatore di Diritto romano e diritti dell'antichità

Seconda Università di Napoli

E-mail: annymanzo@libero.it

 

 


[1] Il termine dignatio letteralmente indica la stima, il credito, la considerazione che si gode presso altri, ma la traduzione italiana appare un po' scolorita nel senso che non riesce a cogliere in pieno il significato del corrispondente latino. Se, infatti, si considera che la maxima dignatio poneva il Flamen Dialis al di sopra degli altri flamines e, a sua volta, il Flamen Dialis, quia universi mundi sacerdos, qui appellatur Dium, veniva nell'ordo sacerdotum immediatamente dopo il rex, si riesce a comprendere meglio l'alto valore del lemma latino. Cfr. Fest. - Paul. sv. Maximae dignationis (L. 147); Fest. sv. Ordo sacerdotum (L. 204). In campo più strettamente giuridico, le ‘forme' della maxima dignatio articolano il rapporto tra il giurista e il popolo e la loro variazione testimonia il modificarsi di tale relazione. Come osserva F.M. D'Ippolito, I giuristi e la città. Ricerche sulla giurisprudenza romana della Repubblica ², Napoli, 1994, 8 ss., nell'opera di Pomponio si assiste ad una sorta di iniziale crescendo di queste ‘forme' e «quanto più la ‘forma' diviene, per così dire, sofisticata, tanto più si inseriscono, nel rapporto tra giuristi e popolo, mediazioni di diverso spessore».

[2] Pomp. Lib. Sing. Ench., D. 1.2.2.40 su cui infra 23.

[3] La sua data di nascita è fissata nel 154 a.C. da F. Münzer, voce Rutilius, in RE, München, I, A 1, 1914, 1269 ss.; M. Schanz, C. Hosius, Geschichte der römischen Literatur bis zum Gesetzgebungswerk des Kaisers Justinian, 1, München, rist. 1959, 208, la anticipano di circa un biennio. Cicerone lo definisce adulescentulus nel 138 a.C. (Brut. 22.85) e admodum adulescens nel 129 a.C. (Lael. 27.101). Benché la gens Rutilia non figuri nei Fasti consolari prima del nostro personaggio, egli comunque apparteneva ad una nobile famiglia repubblicana; sul punto cfr. D. Mantovani, Iuris scientia e honores. Contributo allo studio dei fattori sociali nella formazione giurisprudenziale del diritto romano (III-I sec. a.C.), in Nozione formazione e interpretazione del diritto. Dall'età romana alle esperienze moderne. Ricerche dedicate al professor F. Gallo, I, Napoli, 1997, 651, il quale, nel suo schema prosopografico dei giuristi romani, lo inserisce nella sezione «individui di maggior successo rispetto ai senatori della stessa famiglia». Il nomen gentilicium, per il quale non può essere esclusa una corrispondenza con l'etrusco rutile hipucrates, in TLE, 155, e ruteni, in TLE, 382 (= CIE, 101), indica, secondo G. Franciosi, Clan gentilizio e strutture monogamiche. Contributo allo storia della famiglia romana 6, Napoli, 1999, 228, una caratteristica fisica, ossia il colore rossiccio dei capelli, aspetto questo che ritorna, in maniera ancora più chiara, nel cognomen del nostro personaggio (Rufus = rossiccio). Medesimo riferimento ai capelli, nel senso di mancanza, è presente anche nel cognomen, Calvus, del padre di Rutilio Rufo. In proposito cfr. E. Badian, The Consuls, 179 - 49 B. C., in Chiron, XX, 1990, 387.

[4] Cic. Rep. 1.11.17. Cfr. pure Appian. Bell. Iber. 6.14.88, infra nt. 111; Suid. sv. Ῥουτίλιος Ῥοῦφος 4 p. 300, 26 Adler.

[5] In questo periodo dilagava il fenomeno delle repetundae. Inizialmente la repressione di tale crimen consistette nell'imporre al magistrato, che a vario titolo avesse commesso malversazioni a danno dei provinciali, solo la restituzione di quanto estorto e in relazione a tale specifico punto nulla mutò nemmeno con l'approvazione della lex Calpurnia (149 a.C.) che per prima regolamentò legislativamente i processi de repetundis. Solo con la lex Acilia, plebiscito probabilmente proposto da Manio Acilio Glabrione, collega di Gaio Gracco nel tribunato, fu sancita, a carico del concussore, una pena criminale pari al doppio del valore delle cose estorte. Su questi temi vd. F. Serrao, voce Repetundae, in Noviss. dig. it., Torino, XV, 1968, 454 ss.; B. Santalucia, Diritto e processo penale nell'antica Roma 2, Milano, 1998, 104 ss.; C. Venturini, ‘Quaestiones perpetuae constitutae' (Per una riconsiderazione della lex Calpurnia repetundarum), in Societas-Ius. Munuscula di allievi a F. Serrao, Napoli, 1999, 381 ss. con fonti e letteratura.

[6] L'economia di questo scritto non consente nemmeno di accennare alle cause dell'insuccesso delle riforme graccane e, pertanto, preferiamo anche astenerci dal citare la vastissima letteratura esistente sul tema, limitandoci a rinviare sul punto alle limpide e sempre attuali pagine di F. De Martino, Storia della costituzione romana ², II, Napoli, 1973, 536 ss.

[7] Appian. Bell. civ. 1.27.121 ss.; Plut. C. Gracc. 34 (33)1 ss.

[8] Sul tema diffusamente A. Guarino, La condanna nei limiti del possibile ², Napoli, 1978, 32.

[9] La disgregazione e il caos furono, alla fine, evitati perché - come osserva A. Schiavone, Il caso e la natura. Un'indagine sul mondo di Servio, in Società romana e produzione schiavistica. Modelli etici, diritto e trasformazioni sociali, a cura di A. Giardina e A. Schiavone, Bari, 1981, 49 - «la città e i suoi giuristi seppero trovare una risposta. Ma quest'opera-zione in una certa misura grandiosa di assorbimento e di adattamento delle novità entro argini che garantivano la sopravvivenza e l'ulteriore sviluppo del sistema imperiale romano (...) non fu indolore».

[10] T.R.S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic, I, New York, 1951-52, rist. 1986, 527, lo indica come pretore nel 118 con un punto interrogativo. Negli anni precedenti tentò di essere eletto tribuno della plebe, ma senza successo. Non sappiamo quando ciò sia accaduto (F. Münzer, voce Rutilius, cit., 1270 s., pensa agli anni del tribunato di Caio Gracco) né è nota la sua reazione di fronte a questa prima sconfitta.

[11] Per gli insuccessi patiti da Rutilio Rufo durante il cursus honorum vd. T.R.S. Broughton, Candidates Defeated in Roman Elections: some Ancient Roman «Also-Rans», Philadelphia, 1991, 47, nr. 8 (tribunato della plebe), 16, 32 (consolato). Per la mancata elezione all'edilità, Cic. Planc. 21.51: Tribunus militum L. Philippus, summa nobilitate et eloquentia, quaestor C. Caelius, clarissimus ac fortissimus adulescens, tribuni plebis P. Rutilius Rufus, C. Fimbria, C. Cassius, Cn. Orestes facti non sunt, quos tamen omnis consules factos scimus esse. In merito all'accusa di ambitus rivolta da Rutilio contro Marco Emilio Scauro, Cic. Brut. 30.113: Et uterque (scil. Fufidius et Rutilius) natura vehemens et acer; itaque cum una consulatum petivissent, non ille solum, qui repulsam tulerat, accusavit ambitus designatum competitorem, sed Scaurus etiam absolutus Rutilium in iudicium vocavit; Tac. Ann. 3.66: Paulatim dehinc ab indecoris ad infesta transgrediebantur. C. Silanum pro consule Asiae, repetundarum a sociis postulatum, Mamercus Scaurus e consularibus, Iunius Otho praetor, Bruttedius Niger aedilis simul corripiunt obiectantque violatum Augusti numen, spretam Tiberii maiestatem, Mamercus antiqua exempla iaciens, L. Cottam a Scipione Africano, Servium Galbam a Catone Censorio, P. Rutilium a M. Scauro accusatos. Sempre Cicerone riferisce del processo di Scauro contro Rutilio in De or. 2.69.280: Ut, cum Scaurus accusaret Rutilium ambitus, cum ipse consul esset factus, ille repulsam tulisset, et in eius tabulis ostenderet litteras A. F. P. R. idque diceret esse, actum fide P. Rutili; Rutilius autem, ante factum, post relatum; C. Canius, eques Romanus, cum Rufo adesset, exclamat, neutrum illis litteris declarari: "quid ego" inquit Scaurus; "Aemilius fecit, plectitur Rutilius".

[12] Narra Sallustio che in questa occasione vennero uccisi la maggior parte degli elefanti da guerra numidici: Sall. Iug. 52-53.

[13] Sall. Iug. 86.5: Exercitus ei traditur a P. Rutilio legato; nam Metellus conspectum Mari fugerat, ne videret ea, quae audita animus tolerare nequiverat; vd. pure Plut. Marc. 10.1.

[14] T.R.S. Broughton, The Magistrates, cit., 555, con indicazione delle fonti.

[15] L'inarrestabile crescita del proletariato e la decadenza del ceto medio agricolo ebbero forti ripercussioni sull'esercito nel senso che tra i contadini proprietari non era più possibile reclutare soldati a sufficienza per combattere le lunghe e complesse guerre che vedevano impegnata Roma in quegli anni. Per tale motivo Caio Mario, dapprima per far fronte al bellum Iugurthinum poi, in maniera più consistente, per la guerra cimbrica, arruolò nell'esercito tutti i cittadini, anche proletari, che si presentavano alla leva. Si trattò di una riforma strutturale che incise profondamente sul rapporto soldato - comandante - Stato. Infatti, mentre l'antico esercito cittadino di leva era l'espressione dello stesso ordine della civitas, le soldatesche mercenarie erano legate al comandante, fedeli a chi meglio sapesse ricompensarle con donativi adatti ad assicurare, anche dopo il congedo, adeguati mezzi di sussistenza. Ciò determinò la ripresa delle assegnazioni di terre, intese come compenso ai veterani cosa questa che, nella tarda repubblica, finì col diventare lo scopo principale del servizio militare. L'appoggio entusiastico della plebe a Mario, che si presentava come l'erede di tradizioni popolari e graccane, discendeva «dalla consapevolezza, o dalla speranza» - nota E. Gabba, Mario e Silla, in ANRW, II, 1972, 775 ss. - che il servizio militare prestato al seguito di quest'homo novus «poteva diventare un surrogato della riforma agraria graccana e ridare alle classi rurali decadute le antiche capacità economiche e politiche». Su questi temi vd. pure E. Gabba, Esercito e società nella tarda Repubblica romana, Firenze, 1973, 14 ss. Per le indicazioni delle fonti sui consolati di Mario cfr. T.R.S. Broughton, The Magistrates, cit., 550, 554, 555, 562, 567, 570, 574.

[16] Nel 99 a.C., Mario intraprese un viaggio in Asia Minore col pretesto di sciogliere un voto; in realtà, poiché presagiva un imminente scontro con Mitridate, si recò nei luoghi in cui prevedeva che si sarebbe svolta, di lì a poco, una nuova campagna bellica, della quale sperava di ottenere il comando, al fine di riconquistare una posizione di spicco nella vita politica di Roma e conseguire ingenti ricchezze. Sul punto cfr. Plut. Mar. 31 e, in letteratura, Th. Luce, Marius and the Mithridatic Command, in Historia, XIX, 1970, 161 ss.; M. Sordi, La legatio in Cappadocia di C. Mario, in RIL, CVII, 1973, 370 ss.

[17] Plut. Mar. 28.8: ὡς δὲ Ῥουτίλιος ἱστορεῖ, τὰ μὲν ἄλλα φιλαλήθης ἀνὴρ καὶ χρηστός, ἰδίᾳ δὲ τῷ Μαρίῳ προσκεκρουκώς, ὥς φησι, καὶ τῆς ἕκτης ἔτυχεν ὑπατείας ἀργύριον εἰς τὰς φυλὰς καταβαλὼν πολὺ καὶ πριάμενος τὸ Μέτελλον ἐκκροῦσαι τῆς ἀρχῆς, Οὐαλλέριον δὲ Φλάκκον ὑπηρέτην μᾶλλον συνάρχοντα τῆς ὑπατείας λαβεῖν. Plutarco ritiene, però, che l'accusa rivolta da Rutilio a Mario fu dovuta a rancori personali.

[18] Diod. 37.5.1, infra nt. 113. Per le diverse opinioni in merito alla data del proconsolato di Q. Mucio Scevola vd. M. Bretone, Cicerone e i giuristi del suo tempo, in Tecniche e ideologie dei giuristi romani ², Napoli, 1982, 69 nt. 14.

[19] Cic. Att. 5.17.5: Dici non potest quam invitus a vobis absim; et simul hanc gloriam iustitiae et abstinentiae fore illustriorem spero si cito decesserimus, id quod Scaevolae contigit, qui solos novem mensis Asiae praefuit.

[20] Val. Max. 2.10.5, infra nt. 26; Cass. Dio fr. 97.1-2. Su questo tema diffusamente E. PAIS, L'autobiografia e il processo «repetundarum» di P. Rutilio Rufo, in Dalle guerre puniche a Cesare Augusto, I, Roma, 1918, 61 s. Sulla possibile diversa lettura dell'agiatezza di cui godette Rutilio in Asia, infra 20 s.

[21] Diod. 37.5.1, infra nt. 113.

[22] Cic. Att. 6.1.15: Ego tamen habeo isodunamou'san sed tectiorem ex Q. Muci P. L.. edicto Asiatico, "extra quam si ita negotium gestum est ut eo stari non oporteat ex fide bona"; multaque sum secutus Scaevolae, in iis illud in quo sibi libertatem censent Graeci datam, ut Graeci inter se disceptent suis legibus. Vd. pure Cic. Plan. 13.3; Diod. 37.6.8; Liv. Per. 70; Pseud. Ascon. p. 22 Or. Le disposizioni dell'editto cilicio che contemplavano il divieto di chiedere contributi alle città per le spese che, con espressione moderna, potremmo definire di rappresentanza del proconsolato, reputate da G. Pugliese, Riflessioni sull'editto di Cicerone in Cilicia, in Synteleia V. Arangio-Ruiz, II, Napoli, 1964, 980, un apporto personale dell'Arpinate, appaiono, alla luce del confronto tra Diod. 37.5.1 e Cic. Att. 5.16.2 sostanzialmente modellate sull'editto di Q. Mucio: in tal senso F. Bona, Sulla fonte di Cicero, De oratore, 1, 56, 239-240 e sulla cronologia dei ‘Decem Libelli' di P. Mucio Scevola, in SDHI, XXXIX, 1973, 441 nt. 49, ora in Lectio Sua. Studi editi e inediti di diritto romano, II, Padova 2003, 633 nt. 49, edizione che seguiremo per le successive citazioni.

[23] Val. Max. 8.15.6: Ac ne Q. quidem Scaevolae, quem L. Crassus in consulatu collegam habuit, gloria parum inlustris, qui Asiam tam sancte et tam fortiter obtinuit, ut senatus deinceps in eam provinciam ituris magistratibus exemplum atque normam officii Scaevolam decreto suo proponeret. Il ricordo di quel felice governatorato fu spesso evocato negli anni successivi anche nella polemica politica: cfr. Cic. Div. in Q. Caec. 17.57; Verr. 2.2.10.27; 2.3.90.209.

[24] In tal senso E. Badian, Quintus Mucius Scaevola and the Province of Asia, in Atheneum, XXXIV, 1956, 122 ss.; F. Bona, Sulla fonte, cit., 633. La profonda situazione di disagio di quelle popolazioni, alla quale Scevola e Rutilio tentarono di rimediare durante il loro governatorato, fu più tardi abilmente sfruttata da Mitridate che, contro Roma, si fece forte proprio dell'appoggio delle genti asiatiche.

[25] Cic. Verr. 2.2.21.51: Mithridates in Asia, cum eam provinciam totam occupasset, Mucia non sustulit. Hostis, et hostis in ceteris rebus nimis ferus et immanis, tamen honorem hominis deorum religione consecratum violare noluit.

[26] Liv. Per. 70: P. Rutilius, vir summae innocentiae, quoniam legatus C. Mucii procos. a publicanorum iniuriis Asiam defenderat, invisus equestri ordini, penes quem iudicia erant, repetundarum damnatus in exilium missus est; Val. Max. 2.10.5: Quid damnatione, quid exilio miserius? atqui P. Rutilio conspiratione publicanorum perculso auctoritatem adimere non valuerunt, cui Asiam petenti omnes provinciae illius civitates legatos secessum eius opperientes obviam miserunt: exulare aliquis loco hoc aut triumphare iustius dixerit. In quell'anno furono celebrati a Roma molti processi importanti. Vasta eco ebbero quelli intentati contro L. Cornelio Silla e M. Emilio Scauro, entrambi in qualche modo implicati nella questione orientale nell'imminenza della prima guerra contro Mitridate, conclusisi, però, con l'assoluzione degli imputati. Secondo la prevalente letteratura, questa ‘ondata processuale' è da inquadrarsi nell'ambito della reazione equestre contro le iniziative dell'aristocrazia senatoria culminate, nel 95 a.C., con l'emanazione della lex Licinia Mucia. In proposito cfr. H. Hill, The Roman Middle Class in the Republican Period, Oxford, 1958, 130 ss.; E. Badian, Foreign Clientelae 264-70 B. C., Oxford, 1958, 214 ss.; E.S. Gruen, Roman Politics and the Criminal Courts, 149-78 B. C., Harvard, 1968, 38 e, da ultima, G. Amiotti, Problematiche di storia antica, Milano, 1997, 23.

[27] E. Badian, Studies in Greek and Roman History, Oxford, 1964, 43 ss., 107 s.; su posizioni analoghe M. Bretone, Cicerone, cit., 69 nt. 14.

[28] Cic. Sex. Rosc. 12.33: Hominem longe audacissimum nuper habuimus in civitate C. Fimbriam et, quod inter omnis constat nisi inter eos qui ipsi quoque insaniunt, insanissimum. Is cum curasset in funere C. Mari ut Q. Scevola vulneraretur, vir sanctissimus atque ornatissimus nostrae civitatis, (...). Cum ab eo quaereretur quid tandem accusaturus esset eum, quem pro dignitate ne laudare quidem quisquam satis commode posset, aiunt hominem, ut erat furiosus, respondisse: " quod non totum telum corpore recepisse". Quo populus Romanus nihil vidit indignius nisi eiusdem viri mortem, quae tantum potuit, ut omnis occisus perdiderit et adflixerit, quos quia servare per compositionem volebat, ipse ab eis interemptus est. Del resto, furono proprio i sicari di Mario ad uccidere Quinto Mucio nell'82 a.C. quando era pontefice massimo, carica che ricopriva dall'89 a.C.; cfr. App. Bell. civ. 1.88.403-404 su cui M. Bretone, Cicerone, cit., 67 s. con altre testimonianze.

[29] Cic. Font. 17.38: Ille igitur (scil. Rutilius) ipse homo sanctissimus ac temperantissimus multa audivit in sua causa, quae ad suspicionem stuprorum ac libidinum pertinerent. Cicerone, come tutte le fonti relative al processo, non solo contesta tali accuse, ma ribadisce con veemenza l'assoluta irreprensibilità sotto il profilo etico di Rutilio. Questa commistione di capi d'imputazione, frequente a Roma, toccherà, nel 63 a. C., Lucio Licinio Murena, accusato, oltre che di crimen ambitus, di immoralità e di condotta indecorosa e sarà proprio Cicerone ad assumerne la difesa; cfr. Mur. 6.11, 6.13.

[30] Athen. Dipnosoph. 4.168 d-e, infra nt. 114. Secondo G. Amiotti, Problematiche, cit., 22 s., Ateneo mutuerebbe la notizia da Posidonio, che tratteggia Apicio come prototipo di sregolatezza. Sempre a Posidonio è da ascrivere il lungo excursus sulla lex Fannia (Athen. Dipnosoph. 6.274 c-e = Posid. 2 A F 59 pp. 260-261 Jacoby, infra nt. 114), dove il comportamento estremamente morigerato di Rutilio viene contrapposto alla dissolutezza del suo accusatore e, di conseguenza, appare in netto contrasto rispetto all'accusa «de repetundis mossa a Rutilio in relazione alla missione da lui compiuta in Asia Minore nel 94 a. C. a seguito del proconsole Scevola».

[31] Assertorio sul punto è E. Pais, L'autobiografia, cit., 45, il quale ritiene vero autore del processo Caio Mario che, in tal modo, voleva screditare Metello, suo acerrimo nemico, di cui Rutilio era stato legato e strettissimo collaboratore, del quale apprezzava soprattutto, secondo Plutarco (Mar. 28.6), la fermezza del carattere e il rifiuto di ogni demagogia. In senso analogo anche C. Nicolet, L' Ordre équestre à l'époque républicaine (312 - 43 av. J.-C.), I, Paris, 1966, 546 s. Meno rigida la posizione di E.S. gruen, Roman Politics, cit., 205, il quale, pur non negando la partecipazione di Mario alla vendetta equestre contro Rutilio, reputa che tutta la vicenda non possa essere ridotta a un conflitto tra quest'ultimo e i Mariani.

[32] Cic. Brut. 30.115: Qui cum innocentissimus in iudicium vocatus esset, quo iudicio convulsam penitus scimus esse rem publicam cum essent eo tempore eloquentissimi viri L. Crassus et M. Antonius consulares, eorum adhibere neutrum voluit.

[33] Sull'eloquenza di Aurelio Cotta vd. Cic. De or. 1.53.229; 2.23.98; 3.31; Brut. 55.202.

[34] Cic. Brut. 30.115: Et Q. Mucius enucleate ille quidem et polite, ut solebat, nequaquam autem ea vi atque copia, quam genus illud iudicii et magnitudo causae postulabat. Vd. pure Cic. De or. 1.53.229.

[35] Cic. De or. 1.53.230: Nemo ingemuit, nemo inclamavit patronorum, nihil cuiquam doluit, nemo est questus, nemo rem publicam imploravit, nemo supplicavit. Quid multa? Pedem nemo in illo iudicio supplosit, credo, ne Stoicis renuntiaretur.

[36] Ed infatti, qualche riga prima, Cicerone aveva affermato che se la difesa fosse stata svolta da Licinio Crasso, alla sua maniera e "non philosophorum more (...) quamvis scelerati illi fuissent, sicuti fuerunt pestiferi cives supplicioque digni, tamen omnem eorum importunitatem ex intimis mentibus evellisset vis orationis tuae" (De or. 1.53.230).

[37] Cic. De or. 1.53.230: Nunc talis vir amissus est, dum causa ita dicitur, ut si in illa commenticia Platonis civitate res ageretur; De or. 1.54.231: Imitatus est homo Romanus et consularis veterem illum Socratem, qui, cum omnium sapientissimus esset sanctissimeque vixisset, ita in iudicio capitis pro se ipse dixit, ut non supplex aut reus, sed magister aut dominus videretur esse iudicium. A parlare è Antonio, ma il confronto col Brutus, 30.114 ss., ci assicura che il giudizio è di Cicerone.

[38] Cic. Brut. 30.114: Itaque illa, quae propria est huius disciplinae, philosophorum de se ipsorum opinio firma in hoc viro et stabilis inventa est.

[39] Cassio Dione afferma che Rutilio fu condannato ad una pena pecuniaria e che volontariamente decise di espatriare (Cass. Dio fr. 97, infra nt. 116). Indurrebbero, invece, a pensare ad una condanna all'esilio Liv. Per. 70 (Rutilius ... in exilium missus est) e Tac. Ann. 4.33 (Rutilium legibus pulsum).

[40] Diversamente da quanto accadde, qualche anno prima, per Metello Numidico, cfr. Liv. Per. 69; App. Bell. civ. 1.29.30; Dio Cass. 38.7.1; Auct. de vir. ill. 73.8; Cic. Red. in Sen. 10.25; Cluent. 95, Planc. 89, Pis. 20. Sul punto vd. G. Crifò, Ricerche sull'«exilium» nel periodo repubblicano, Milano, 1961, 275 ss., con discussione della precedente letteratura.

[41] Cass. Dio fr. 97.2. In tal senso M.I. henderson, The process de repetundis, in JRS, XLI, 1951, 73 ss.

[42] Nei processi de repetundis e in quelli de ambitu alla causa principale seguiva un giudizio accessorio, di natura civilistica, volto ad accertare il danno e a quantificare la somma che il reo doveva pagare; cfr. per le repetundae lex Acilia ll. 58-59; Cic. Verr. 1.38; 2.4.22; 2.5.128; Cluent. 115-116; Fam. 8.8.3.

[43] Che l'esosità della pena pecuniaria potesse essere valido motivo per scegliere la via dell'esilio, è argomento non condiviso da G. Crifò, Ricerche, cit., 239 ss, 278, in quanto la somma sarebbe stata comunque esatta «sia contro chi fosse rimasto a Roma sia contro chi fosse andato in esilio».

[44] L'espressione ne quid adversus leges faceret (Val. Max. 6.4.4) usata da Rutilio per rifiutare l'offerta di rimpatrio, indurrebbe a ritenere che l'esilio fu coatto, altrimenti per il ritorno a Roma non sarebbe stato necessario un apposito provvedimento legislativo. Stando a Plutarco (Mar. 43.3-4) ad analoga motivazione avrebbe fatto inizialmente ricorso Mario per poter rientrare dall'esilio al quale era stato costretto in seguito a sentenza di condanna a morte quale hostis publicus nell'87 a.C., poi, però, il condottierò tornò a Roma senza alcun atto normativo che a tanto lo legittimasse. Il fatto che Rutilio declini l'offerta di rimpatrio adducendo lo stesso impedimento tecnico-giuridico richiamato, ma non rispettato, da Mario potrebbe essere letto come un mezzo usato dal pretore del 118 a.C. per enfatizzare la sua alta integrità morale a discapito di Mario. Sul punto cfr. G. Amiotti, Problematiche, cit., 28 e ivi nt. 25.

[45] Quint. 11.1.13: Aut P. Rutilius, vel cum illo paene Socratico genere defensionis est usus, vel cum revocante eum P. Sulla manere in exilio maluit, quod sibi maxime conduceret nesciebat; Sen. Ep. 3.24.4: Exilium Metellus fortiter tulit, Rutilius etiam libenter; alter ut rediret rei publicae praestitit, alter reditum suum Sullae negavit, cui nihil tunc negabatur; Sen. Prov. 1.3.7: Infelix est Rutilius quod qui illum damnaverunt causam dicent omnibus saeculis? Quod aequiore animo passus est se patriae eripi quam sibi exilium? Quod Sullae dictatori solus aliquid negavit et revocatus tantum non retro cessit et longius fugit? Cfr. pure Ovid. Pont. 1.3.63-66; Sen. Benef. 6.37.2, infra nt. 55.

[46] Sulle ragioni che favorirono il diffondersi del genere autobiografico a Roma, vd. infra 38 s.

[47] Cass. Dio fr. 97.2. In quel periodo fu a lui molto vicino Aurelio Opillo, letterato probabilmente di origine campana (Funaioli, G.R.F. 1.86), il cui allontanamento da Roma è presumibilmente da collegarsi all'editto contro i retori del 91 a.C.: cfr. Svet. Gramm. 6; Rhet. 1; Gell. 15.11.

[48] Cic. Nat. deor. 3.32.80; Brut. 93.313 ss.

[49] Vell. Pat. 2.13.2: P. Rutilium virum non saeculi sui sed omnis aevi optimum, interrogatum lege repetundarum maximo cum gemitu civitatis damnaverunt.

[50] Ciò è avvenuto nell'ambito di una corrente storiografica che ha proposto una differente lettura della prima guerra contro Mitridate e del ruolo svolto da Caio Mario e dagli Equites; in tal senso vd. D.G. Glew, The Outbreak of the first Mithridatic War, Princeton, 1971, passim; M. Sordi, La legatio, cit., 370 ss., part. 379 nt. 19; P. Desideri, L'interpretazione dell'impero romano in Posidonio, in RIL, CVI, 1973, 412 ss.; A. Mastrocinque, Studi sulle guerre mitridatiche, Stoccarda, 1999, 63 ss. G. Amiotti, Problematiche, cit., 25 ss. R.M. Kallet-Marx, The Trial ol Rutilius Rufus, in Phoenix, XLIV, 1990, 122 ss., ha avanzato l'ipotesi, per noi troppo ‘forzata', che tracce di un filone storiografico ostile a Rutilio potrebbero scorgersi in Tac. Ann. 3.66.1 dove il pretore del 118 a.C. viene portato come esempio, insieme a Lucio Cotta e a Servio Sulpicio Galba, di cittadino illustre accusato di un grave crimen (per Rutilio il riferimento è al processo per broglio elettorale intentatogli da Emilio Scauro, su cui retro 5 e nt. 11).

[51] Cic. Rab. Post. 10.27. Per G. Amiotti, Problematiche, cit., 29 s., le parole di Cicerone, pur volte a giustificare in qualche modo Rutilio, tradiscono un certo imbarazzo dell'Arpinate di fronte ad un gesto di estrema gravità, quale appunto quello del rifiuto della toga, simbolo della Romanitas.

[52] Plut. Pomp. 37.4: Qεοφάνης δὲ καὶ Ῥουτιλίου λόγον εὑρεθῆναί φησι παροξυντικὸν ἐπὶ τὴν ἀναίρεσιν τῶν ἐν Ἀσίᾳ Ῥωμαίων, καλῶς εἰκάζουσιν οἱ πλεῖστοι κακοήθευμα τοῦ Qεοφάνους εἶναι, τάχα μὲν οὐδὲν αὐτῷ τὸν Ῥουτίλιον ἐοικότα μισοῦντος, εἰκὸς δὲ καὶ διὰ Pomphvion, οὗ τὸν πατέρα παμπόνηρον ἀπέδειξεν Ῥουτίλιος ἐν ταῖς ἱστορίαις. Per l'Amiotti, o.l.c., anche la notizia riferita da Appiano (Mithr. 12.9.60, infra nt. 112), secondo cui Rutilio durante l'esilio si adoperò «per far avere un salvacondotto con cui Fimbria potesse uscire incolume dall'Asia», confermerebbe la familiarità del primo con gli Orientali, familiarità che sopravvisse al massacro degli Italici, avvalorando «le accuse mosse durante il processo a Rutilio».

[53] E' difficile credere, come osserva P. Desideri, Mitridate e Roma, in Storia di Roma, II. L'impero mediterraneo I. La repubblica imperiale, a cura di G. Clemente, F. Coarelli e E. Gabba, Torino, 1990, 732, che un romano come Rutilio Rufo, pur disgustato dal comportamento della classe di governo, arrivasse «al punto di scegliere la causa del nemico mortale».

[54] Fu questo, invece, secondo G. Amiotti, Problematiche, cit., 31 s., il motivo per cui Rutilio declinò l'offerta di tornare a Roma.

[55] Sen. Ben. 6.37.2: Rutilius noster animosius; quum quidam illum consolaretur, et diceret instare arma civilia, brevi futurum, ut omnes exsules reverterentur: "Quid tibi, inquit, mali feci, ut mihi peiorem reditum, quam exitum optares? Malo, ut patria exilio meo erubescat, quam reditu moereat".

[56] L'emendazione di Paulus in Aulus e quella di Pansae in Panetii è, da tempo, generalmente accolta. E' incorso, invece, in errore Pomponio nell'attribuire la carica di console a Quinto Elio Tuberone, errore che, per M. Bretone, Pomponio lettore di Cicerone, in Tecniche, cit., 278 nt. 1, si spiega, forse, attraverso Val. Max. 4.3.7, 4.4.9 e Plin. Nat. Hist. 33.50.142. Valerio Massimo, infatti, attribuisce a Quinto Elio Tuberone, di cui celebra la virtuosa paupertas, la carica di console; l'aneddoto narrato in Val. Max. 4.3.7 è analogo a quello riferito da Plinio il Vecchio che però in modo inesatto - è opinione comune - lo attribuisce al console Cato Elio. In realtà, il suo cursus honorum non fu affatto brillante, basti pensare che non riuscì nemmeno a ricoprire la pretura: cfr. Val. Max. 7.5.1; Cic. Mur. 36.76. Isolata la posizione di O. Behrends, Les «veteres» et la nouvelle jurisprudence à la fin de la République, in RHD, LV, 1977, 16, secondo cui Tuberone ricoprì il consolato nel 118 a. C.

[57] Pomp. Lib. sing. ench., D. 1.2.2.35: Iuris civilis scientiam plurimi et maximi viri professi sunt: sed qui eorum maximae dignationis apud populum Romanum fuerunt, eorum in praesentia mentio habenda est, ut appareat, a quibus et qualibus haec iura orta et tradita sunt. Come nota F.M. D'Ippolito, I giuristi, cit., 5, la selezione di giuristi operata da Pomponio ha una motivazione ben precisa: individuare haec iura, ossia «quelli che Pomponio ha davanti a sé, nel suo proprio tempo, e dei quali intende ricercare le origini e la tradizione, restando fedele al disegno di ricomporre la continuità del diritto, tema indubbiamente centrale di tutta la sua opera».

[58] Pomp. Lib. sing. ench., D.1.2.2.36: Fuit autem in primis peritus Publius Papirius, qui leges regias in unum contulit. Ab hoc Appius Claudius unus ex decemviris, cuius maximum consilium in duodecim tabulis scribendis fuit. Post hunc Appius Claudius eiusdem generis maximam scientiam habuit: hic Centummanus appellatus est. Appiam viam stravit et aquam Claudiam induxit et de Pyrrho in urbe non recipiendo sententiam tulit: hunc etiam actiones scripsisse traditum est primum de usurpationibus, qui liber non exstat. Pomp. Lib. sing. ench., D.1.2.2.37: Fuit post eos maximae scientiae Sempronius, quem populus Romanus sofo;n appellavit, nec quisquam ante hunc aut post hunc hoc nomine cognominatus est. Gaius Scipio Nasica, qui optimus a senatu appellatus est: cui etiam publice domus in sacra via data est, quo facilius consuli posset. Deinde Quintus Mucius, qui ad Carthaginienses missus legatus, cum essent duae tesserae positae una pacis altera belli, arbitrio sibi dato, utram vellet referret Romam, utramque sustulit et ait Carthaginienses petere debere, utram mallent accipere.

[59] Pomp. Lib. sing. ench., D.1.2.2.35: Et quidem ex omnibus, qui scientiam nancti sunt, ante Tiberium Coruncanium publice professum neminem traditur; Pomp. Lib. sing. ench., D.1.2.2.38: Post hos fuit Tiberius Coruncanius, ut dixi, qui primus profiteri coepit: cuius tamen scriptum nullum exstat, sed responsa complura et memorabilia eius fuerunt.

[60] Pomp. Lib. sing. ench., D.1.2.2.38: Deinde Sextus Aelius et frater eius Publius Aelius et Publius Atilius maximam scientiam in profitendo habuerunt, ut duo Aelii etiam consules fuerint, Atilius autem primus a populo Sapiens appellatus est. Il Publius Atilius di Pomponio va corretto in Lucius Acilius in base a Cic. Lael. 2.6: così E. Costa, Storia delle fonti del diritto romano, 1909, 46; M. Bretone, Cicerone, cit., 75 nt. 35; F.M. d'Ippolito, Problemi storico-esegetici delle XII Tavole, Napoli, 2003, 125. Peculiare la posizione di A.M. pignatelli, Lessico politico a Roma tra III e II sec. a.C., Bari, 2008, 128, la quale, pur affermando che il Publius del testo pomponiano sia «solo una diversa trascrizione di Lucius Acilius menzionato da Cicerone», alla nt. 13, sulla scia del Bauman (Lawyers in Roman Republican Politics: a Study of the Roman Jurist in Their Political Setting, 316-82 BC., München, 1983, 110) e del Wheeler ("Sapiens" and Stratagems: The Neglected Meaning of a "Cognomen", in Historia, XXXVII, 1988, 175), aggiunge: «indubbiamente il diverso prenome renderebbe plausibile la distinzione tra i due personaggi e si potrebbe anche supporre che il Laelius ciceroniano sia una fonte poco plausibile per Pomponio perché Cicerone non solo non parla di Acilio come primo a ricevere il cognome ma addirittura cita uomini del III sec. già definiti sapienti».

[61] La cui opera, dice Pomponio (D.1.2.2.38), cunabula iuris continet. Anche per Sesto Elio Pomponio fa ricorso alla doppia citazione (D. 1.2.2.7 e D. 1.2.2.38) proprio al fine di sottolineare il ruolo particolarmente importante rivestito dal giureconsulto nella storia della giurisprudenza romana. Sui Tripertita eliani nel racconto di Pomponio, cfr. da ultimo, E. Stolfi, Cunabula, in AUPA, LIV, 2110-2011, 264 ss.

[62] Sul punto vd. A. Manzo, Un'ipotesi sul profilo intellettuale e l'individualità scientifica di Lucio Acilio, in Scritti in onore di G. Melillo, XX, Napoli, 2009, 759 ss.

[63] Pomp. Lib. sing. ench., D.1.2.2.39: Post hos fuerunt Publius Mucius et Brutus et Manilius, qui fundaverunt ius civile. Ex his Publius Mucius etiam decem libellos reliquit, Brutus septem, Manilius tres: et extant volumina scripta Manilii monumenta. Illi duo consulares fuerunt, Brutus praetorius, Publius autem Mucius etiam pontifex maximus. Per un'approfondita disamina dei problemi esegetici posti dall'espressione ‘fundaverunt ius civile', che in questa sede non è possibile nemmeno elencare, rinviamo a M. Bretone, La fondazione del diritto civile nel manuale di Pomponio, in Tecniche, cit., 257 ss. con dettagliata rassegna della precedente letteratura, la cui tesi, e cioè che come autonoma interpretatio «rispetto al dato normativo della legge [...] il ius è fondato, intorno alla metà del II secolo a.C., dai giureconsulti della triade pomponiana», condividiamo totalmente.

[64] Molto intenso fu anche il rapporto di Tuberone con Ecatone di Rodi, filosofo concittadino e allievo di Panezio, che espresse nell'ambito della Stoa posizioni più rigide rispetto a quelle del suo maestro, e rivolse la sua speculazione all'etica finendo col trovarsi, anche su problemi fondamentali, in aperto contrasto con Panezio; sul punto diffusamente M. Pohlenz, La Stoa. Storia di un movimento spirituale, I, Firenze, tr. it. 1967, 497 ss. Il forte legame tra Tuberone ed Ecatone trova riscontro nel fatto che quest'ultimo, come del resto aveva già fatto Panezio ma per uno scritto minore, gli dedicò la sua opera principale periv kaqh'kontoς: cfr. Cic. Off. 3.15.63.

[65] Sen. Ben. 6.37.2, retro nt. 55; vd. pure pure Ovid. Ponto 1.3.63 ss., Val. Max. 6.4.4, infra nt. 108.

[66] Cic. Lael. 101.27: Vicissim autem senes in adulescentium caritate adquiescimus, ut in vestra, ut in Q. Tuberonis; equidem etiam admodum adulescentis P. Rutili, A. Vergini familiaritate delector; sul punto cfr. D. Mantovani, Iuris scientia, cit., 655, il quale, proprio in virtù delle relazioni con l'Emiliano attestate da Cicerone, ipotizza che fosse almeno di famiglia equestre. Su Aulo Virginio vd. pure W. Kunkel, Herkunft und soziale Stellung der römischen Juristen ², Graz-Wien-Köln, 1967, 15 nr. 25; F. Wieacker, Römische Rechtsgeschichte, I, München, 1988, 545.

[67] E' noto che l'opera perduta di Cicerone, intitolata De iure civili in artem redigendo, conteneva anche notizie storiche sui giuristi (cfr. Gell. 1.22.7; Quint. 12.3.10) e, come è stato dimostrato da M. Bretone, Pomponio lettore di Cicerone, in Tecniche, cit., 279 ss., l'autore dell'Enchiridion ebbe modo di leggere questo lavoro che potrebbe essere stato un ulteriore mezzo attraverso il quale egli apprese altre notizie sugli antichi giureconsulti di Roma. Il tema resta, comunque in letteratura molto dibattuto; critico circa la possibilità di uno studio organico e sistematico, da parte di Pomponio, dell'opera ciceroniana è D. Nörr, Pomponio o «dell'intelligenza storica dei giuristi romani». Con una nota di lettura di A. Schiavone, a cura di M.A. Fino ed E. Stolfi, in RDR, II, 2002, 19 ss.

[68] Così F.M. D'Ippolito, I giuristi, cit., 75.

[69] Sul punto vd. le belle pagine di M. Pohlenz, La Stoa, cit., 538 ss. Più in generale sullo stoicismo vd. C. Lévy, Le filosofie ellenistiche, Torino, 2002, 93 ss. ; M. Isnardi Parente, Introduzione allo stoicismo ellenistico, Bari, 2004, 6 ss.

[70] Gell. 6.14.9 - 10: Erant isti philosophi Carneades ex Academia, Diogenes Stoicus, Critolaus Peripateticus. Et in senatum quidem introducti interprete usi sunt C. Acilio senatore; sed ante ipsi seorsum quisque ostentandi gratia magno conventu hominum dissertaverunt. Tum admirationi fuisse aiunt Rutilius et Polybius philosophorum trium sui cuisque generis facundia:" violenta", inquiunt," et rapida Carneades dicebat, scita et teretia Critolaus, modesta Diogenes et sobria".

[71] Proprio perché Panezio, pur fedele allo spirito stoico, tenne conto delle critiche scettiche, della forma mentis romana, delle dottrine di Platone e del Peripato, inaugurando una tendenza eclettizzante, molti storici della filosofia per indicare questa nuova stagione della Stoa usano l'espressione, coniata da A. Schmekel, Die Philosophie der mittleren Stoa, Berlin, 1892, ‘medio stoicismo': cfr. G. Reale, Storia della filosofia antica, III, I sistemi dell'età ellenistica, Milano, 1980, 436 ss. Critico, sul punto, è M. Pohlenz, La Stoa, cit., 388, secondo cui tale locuzione potrebbe trarre in inganno «in quanto fa sorgere l'idea che con essa si indichi un gruppo compatto di pensatori», che invece non vi fu, e pertanto preferisce parlare di periodo di mezzo nella storia della Stoa che non esclude la presenza, al suo interno, di correnti diverse.

[72] Diog. Laer. 7.128 ( = Panezio, fr. 110 van Straaten): Panezio e Poseidonio sostengono [...] che la virtù non è sufficiente, ma che occorrono anche buona salute, abbondanza di mezzi di vita e forza (trad. M. Gigante). Sul punto vd. E. Vimercati, Il medio stoicismo di Panezio, Milano, 2004, 5 ss., il quale ritiene che proprio nell'accentuazione del risvolto sociale delle virtù e dell'impegno nella vita pubblica che emerge l'influenza della tradizione e della mentalità romana sul filosofo di Rodi.

[73] Sen. Epist. 19.116.5: Eleganter mihi videtur Panetius respondisse adulescentulo cuidam quaerenti an sapiens amaturus esset. "De sapiente" inquit "videbimus: mihi et tibi, qui adhuc a sapiente longe absumus, non est committendum ut incidamus in rem commotam, inpotentem, alteri emancupatam, vilem sibi. Sive enim nos respicit, humanitate eius inritamur, sive contempsit, superbia accendimur". Secondo G. Reale, Storia, cit., 442 s., le parole ‘de sapiente videbimus' vanno intese nel senso che quel saggio, di cui tanto si parla, non esiste e, pertanto, non vale la pena di occuparsene, mentre è più importante interessarsi degli uomini così come sono, i quali aspirano alla saggezza, ma che saggi in senso assoluto non sono e non potranno mai essere. Di qui l'attenzione di Panezio per le azioni intermedie, ossia i doveri, al cui studio dedicò la sua opera più importante, purtroppo andata perduta, che larga influenza ebbe sul De officiis di Cicerone: Cic. Off. 3.2.7: Panaetius igitur, qui sine controversia de officiis accuratissime disputavit, quemque nos correctione quadam adhibita potissimum secuti sumus, tribus generibus propositis, in quibus deliberare homines et consultare de officio solerent. Sui rapporti tra Cicerone e lo stoicismo, vd. da ultimo S. Maso, Capire e dissentire. Cicerone e la filosofia di Epicuro, Napoli, 2008, passim.

[74] Come osserva E. Narducci, Pratiche letterarie e crisi della società. Oratoria, storiografia e filosofia nell'ultimo secolo della repubblica, in Storia di Roma, cit., 912 s., in quest'epoca la parte più illuminata dell'aristocrazia romana sottopose ad una sorta di «filtraggio» i contenuti del pensiero greco, accogliendo i punti funzionali al rafforzamento del proprio potere, come appunto la giustificazione paneziana dell'imperialismo, ed espungendo «le spinte in direzione di un ‘illuminismo' radicale, suscettibile di corrodere le basi etico - politiche della res publica». Queste ultime furono, almeno in parte, recepite dal movimento democratico e segnatamente da Tiberio Gracco che si richiamava alla teoria stoica dell'eguaglianza di tutti gli uomini professata da Gaio Blossio di Cuma. Secondo Plutarco (T. Gracc. 8.6 s.) fu proprio il filosofo campano, insieme al retore Diofane di Mitilene, a indurre Tiberio a presentare un secondo progetto di riforma agraria, decisamente più avanzato rispetto a quello redatto in precedenza con Publio Mucio Scevola, Publio Licinio Crasso e Appio Claudio.

[75] Athen. Dipnosoph. 274 c-e = Posid. 2 A F 59 pp. 260-261 Jacoby, infra nt. 114. Il testo è esaminato da F. M. D' Ippolito, I giuristi, cit., 86 ss. La lex Fannia cibaria, fatta approvare dal console Gaio Fannio Strabone nel 161 a.C., disponeva, tra l'altro, rigide limitazioni per le spese conviviali. Sul punto vd. A. Bottiglieri, La legislazione sul lusso nella Roma Repubblicana, Napoli, 2002, 138 ss. con fonti e letteratura.

[76] Retro 9 ss.

[77] Determinante fu pure l'influsso della dialettica stoica sulla giurisprudenza romana: Cic. apud Gell. 1.22.7: M. autem Cicero in libro, qui inscriptus est de iure civili in artem redigendo, verba haec posuit: "Nec vero scientia iuris maioribus suis Q. Aelius Tubero defuit, doctrina etiam superfuit". In quo loco "superfuit" significare videtur "supra fuit et praestitit superavitque maiores suos doctrina sua superfluenti tamen et nimis abundanti": disciplinas enim Tubero stoicas dialecticas percalluerat. Secondo Cicerone, quindi, Tuberone superò tutti i suoi predecessori proprio perché era un profondo conoscitore della dialettica stoica. Nel Brutus (41.152), poi, l'Arpinate attribuisce a Servio Sulpicio Rufo il merito di aver innalzato la giurisprudenza da pratica del diritto a scienza del diritto e afferma che ciò fu possibile proprio perché il giurista aveva piena padronanza della dialettica stoica.

[78] Roma recepì istituti giuridici stranieri, ma lo fece elaborandoli secondo lo stile e lo spirito propri del diritto romano. E' in questo senso, per P. Frezza, Ius gentium, in RIDA, II, 1949, 305, ora in Scritti, I, Roma, 2000, 661, che «la storia del ius gentium è la storia della consapevolezza profonda di un'esperienza storica e delle sue implicazioni».

[79] Così M. Pohlenz, La Stoa, cit., 547. P. Frezza, Ius, cit., 662, ritiene che dalla coesistenza tra concetti tecnici e le più ampie nozioni di ius naturale e ius gentium derivi, per il filosofo, la possibilità di far tesoro del contenuto morale dei rapporti giuridici e, per il giurista, la «consapevolezza di un contenuto metagiuridico dei propri concetti tecnici, da cui lo stesso tecnicismo risulta avvalorato».

[80] Cic. Off. 3.3-4.

[81] Motivo per cui anche le leggi, presso tutti i popoli, sanciscono l'illiceità del nuocere ad altri per vantaggio proprio: Cic. Off. 3.5.23: Neque vero hoc solum natura, id est iure gentium, sed etiam legibus populorum, quibus in singulis civitatibus res publica continetur, eodem modo constitutum est, ut non liceat sui commodi causa nocere alteri.

[82] Approfondita disamina dei problemi sollevati dal passo ciceroniano in L. Solidoro, La reticenza del venditore in Cic., De off. 3.12-17, in Studi per G. Nicosia, VII, Milano, 2007, 471 ss. (confluito nella monografia Gli obblighi di informazione a carico del venditore. Origini storiche e prospettive attuali, Napoli, 2007). Due degli episodi citati da Cicerone sono attentamente indagati anche da F. ProcchI, ‘Dolus' e ‘culpa in contrahendo' nella compravendita. Considerazioni in tema di sinallagma generico, in La compravendita e l'interdipendenza delle obbligazioni nel diritto romano, a cura di L. Garofalo I, Padova, 2007, 185 ss.

[83] Così L. Solidoro, La reticenza, cit., 511.

[84] Contra F. Schulz, Storia della giurisprudenza romana, Firenze, tr. it. 1968, 69 s., 76 s., 135 ss., secondo cui «la filosofia si arrestò alle frontiere del diritto romano» e l'influenza della Stoa sul pensiero giuridico di Roma si sarebbe limitata al perfezionamento della tecnica logico-formale dei singoli giuristi. Di parere opposto M. Pohlenz, La Stoa, cit., 546 ss., la cui tesi è pienamente condivisa, tra gli altri, da P. Frezza, Rc. a M. Pohlenz, Die Stoa - Geschicte einer geistigen Bewegung, I, Gottingen, 1948, 490; II, Gottingen, 1949, 232, in SDHI, XVII, 1951, 318 ss., ora in Scritti, I, cit., 695 ss., il quale giudica inconcepibile la stessa antitesi ius civile - ius naturale senza l'apporto dell'indagine scientifica greca.

[85] Vd., tra gli altri, H. Nissen, Kritische Untersuchungen über die Quellen der vierten und fünften Dekade des Livius, Berlin, 1863, 41 ss.; S. Teuffel, L. Schwabe, Geschichte der römischen Literatur, I5, Leipzing, 1892, 233.

[86] Specie se si tiene conto del fatto che, come osserva E. Pais, L'autobiografia, cit., 65, il De vita sua probabilmente conteneva anche le orazioni pronunziate da Rutilio, secondo lo schema tipico delle autobiografie dell'epoca.

[87] Tac. Agr. 1.3: Ac plerique suam ipsi vitam narrare fiduciam potius morum quam adrogantiam arbitrati sunt, nec id Rutilio et Scauro citra fidem aut obtrectationi fuit: adeo virtutes isdem temporibus optime aestimantur, quibus facillime gignuntur. Il fatto di aver scritto un'autobiografia prova, nota G. Garbarino, Roma, cit., 444, che l'uomo era consapevole del suo valore in quanto individuo distinto dagli altri membri della comunità statale di cui era parte.

[88] Tale scelta tradisce altresì quell'atteggiamento distaccato, se non addirittura altezzoso, che abbiamo già visto caratterizzarne l'autodifesa durante il processo intentatogli per concussione nel 92 a.C., su cui retro 13 ss.

[89] Per A. Momigliano, Lo sviluppo della biografia greca, Torino, 1974, 95 s., l'autobiografia come tipo di rivelazione ebbe certamente qualcosa in comune con l'altro tipo di rivelazione che fu il ritratto realistico, eseguito per lo più da artisti greci che dovevano tener conto della tradizione romana delle imagines maiorum e, nel contempo, del desiderio degli effigiati di essere ritratti come uomini reali, ma avverte che tale collegamento è «argomento aperto a ipotesi pericolose»; sul tema vd. pure A. M. Minichetti, Archeologia della conquista romana, in Storia di Roma, cit., 347.

[90] H. Peter, Historicorum Romanorum reliquiae ², I, Leipzing, 1914, 187 ss.; vd. pure C. Müller, Fragmenta Historicorum Graecorum, III, Paris, 1849, 200 s.

[91] E. Pais, L'autobiografia, cit., 71 e ss.

[92] Cic. De or. 1.53.227-228: : Itaque haec cum a te divinitus ego dicta arbitrarer, P. Rutilius Rufus, homo doctus et philosophiae deditus, non modo parum commode, sed etiam turpiter et flagitiose dicta esse dicebat; idemque Servium Galbam, quem hominem probe commeminisse se aiebat, pergraviter reprehendere solebat, quod is, L. Scribonio quaestionem in eum ferente, populi misericordiam concitasset, cum M. Cato, Galbae gravis atque acer inimicus, aspere apud populum Romanum et vehementer esset locutus, quam orationem in Originibus suis exposuit ipse. Reprehendebat igitur Galbam Rutilius, quod is C. Sulpici Gali propinqui sui Q. pupillum filium ipse paene in umeros suos extulisset, qui patris clarissimi recordatione et memoria fletum populo moveret, et duos filios suos parvos tutelae populi commendasset ac se, tamquam in procinctu testamentum faceret sine libra atque tabulis, po­pulum Romanum tutorem instituere dixisset illorum orbitati. Itaque, cum et invidia et odio populi tum Galba premeretur, hisce eum tragoediis liberatum ferebat; quod item apud Catonem scriptum esse video, nisi pueris et lacrimis usus esset, poenas eum daturum fuisse. Haec Rutilius valde vitu­perabat et huic humilitati dicebat vel exsilium fuisse vel mortem anteponendam.

[93] In tal senso F. Münzer, voce Rutilius, cit., 1280; G. L. Hendrickson, The Memoirs of Rutilius Rufus, in CPh, XXVIII, 1933, 159 ss.; N. Scivoletto, L' ‘oratio contra Galbam' e le ‘Origines' di Catone, in GIF, XIV, 1961, 65 ss.; F. Bona, Sulla fonte, cit., 431 ss., i quali concordemente ritengono che Rutilio, non potendo per la giovanissima età avere un ricordo diretto dei fatti del 149 a.C., mutuò la notizia da Catone.

[94] H. Bardon, La littérature latine inconnue. I. L'époque républicaine, Paris, 1952, 112.

[95] F. Bona, Sulla fonte, cit., 432 nt. 25. Il dialogo ciceroniano è collocato nella prima decade del settembre del 91 a.C., durante le feriae dei ludi Romani, ed è ambientato nella villa di Licinio Crasso a Tuscolo.

[96] Cic. De or. 1.56.239-240: Equidem hoc saepe audivi: cum aedilitatem P. Crassus peteret eumque maior natu et iam consularis Ser. Galba adsectaretur, quod Crassi filiam Gaio filio suo despondisset, accessisse ad Crassum consulendi causa quendam rusticanum, qui cum Crassum seduxisset atque ad eum rettulisset responsumque ab eo verum magis quam ad suam rem accommodatum abstulisset, ut eum tristem Galba vidit, nomine appellavit quaesivitque, qua de re ad Crassum rettulisset ; ex quo ut audivit commotumque ut vidit homine, ʺ Suspensoʺ inquit ʺ animo et occupato Crassum tibi respondisse videoʺ; deinde ipsum Crassum manu prehendit et ʺ Heus tuʺ , inquit, ʺ quid tibi in mentem venit ita respondere? ʺ Tum ille fidenter homo peritissimus confirmare ita se rem habere, ut respondisset, nec dubium esse posse; Galba autem adludens varie et copiose multas similitudines adferre multaque pro aequitatete contra ius dicere (...) ac tamen concessisse Galbae disputationem sibi probabilem et prope veram videri. L'aneddoto è stato approfonditamente esaminato da F. Bona, Sulla fonte, cit., 615 ss., in quanto consente di fissare il 139 a.C. come possibile termine ante quem per la pubblicazione dei Decem libelli di P. Mucio Scevola, a condizione di porre l'edilità curule del Muciano tra il 142 e il 138 a.C.

[97] L'episodio si colloca tra il 143 e il 139 a.C.; sul punto D. Mantovani, Iuris scientia, cit., 634 s., osserva come Cicerone stili un ritratto analogo a quello di Crasso proprio per Rutilio in Brut. 30.113 (Multaque opera multaque industria Rutilius fuit, quae erat propterea gratior, quod idem magnum munus de iure respondendi sustinebat); quest'ultimo, come il Muciano, pur rifiutando le blandizie per accattivarsi il favore del popolo votante, riconosce «il valore del respondere come opportunità per farsi conoscere e benvolere, a maggior ragione in quanto, a differenza di Crasso, Rutilio non poteva vantare un lignaggio illustre». Il testo, come osserva M. Bretone, Storia del diritto romano 10, Bari, 1997, 162 ss., è un significativo esempio di come la pratica del responsum fosse un valido strumento di propaganda elettorale.

[98] F. Bona, Sulla fonte, cit., 634 s., il quale ritiene che Cicerone faccia un uso dell'episodio sostanzialmente diverso rispetto a Rutilio in quanto il suo intento è quello di far emergere la superiorità di quegli oratori che, pur digiuni di diritto civile, erano eccelsi nella loro arte. La superiorità dell'oratoria, che non può essere fine a se stessa, deve trovare una giustificazione su di un piano etico e considerato che il fine ultimo dell'eloquenza nel genus iudiciale è l' aequitas, «ebbene solo l'eloquenza, non ritardata dal rumore del ius civile, sarebbe stata in grado di realizzarla». La duplice lettura dell'aneddoto, quella originia della fonte rutiliana e quella ciceroniana, è per A. Schiavone, Linee di storia del pensiero giuridico romano, Torino, 1994, 44 ss., ma vd. pure Id., Ius. L'invenzione del diritto in Occidente, Torino, 2005, 148 ss., molto significativa perché testimonia la legittimità morale e culturale, già verso la fine del secondo secolo a. C., di due differenti modelli di responso che tendono ad altrettanti paradigmi di verità raggiungibili tramite due tecniche diverse, la iuris scientia da un lato, i mezzi della persuasione oratoria dall'altro. Sia Bona che Schiavone concordano sul fatto che la reinterpretazione ciceroniana dell'episodio del rusticanus fosse finalizzata - sia pure con qualche forzatura, osserva Schiavone - a far sì che esso fungesse da precedente storico della cd. causa Curiana, dove l'oratoria di Crasso aveva avuto la meglio su quella di Q. Mucio Scevola proprio perché ispirata al patrocinium aequitatis. Su quest'ultimo punto, già J. Stroux, Summum ius summa iniuria. Un capitolo concernente la storia dell'interpretatio iuris, in AUPA, XII, tr. it. 1929, 681 s.

[99] Sui legami tra Rutilio e la famiglia dei Mucii Scaevola retro 9 s.

[100] Come, ad esempio, per Cic. Brut. 23.89.90 su cui infra nt. 105.

[101] Cic. De or. 2.69.280, retro nt. 11.

[102] L'episodio è riportato dall'oratore quale esempio di fatto spiegato per congettura in modo molto diverso da come realmente accaduto: «movent illa etiam, quae coniectura explanantur longe aliter atque sunt, sed acute atque concinne».

[103] Anche E. Pais, L'autobiografia, cit., 74, include questo passo tra i frammenti dell'opera storica di Rutilio, sia pure con qualche perplessità che, però, non rende esplicita, limitandosi a dire: «E' discutibile se derivi dall'autobiografia di Rutilio l'aneddoto riferito da Cicerone de oratore II 69, 260».

[104] Cic. Rep. 1.8.13: Nec vero nostra quaedam est instituenda nova et a nobis inventa ratio, sed unius aetatis clarissimorum ac sapientissimorum nostrae civitatis virorum disputatio repetenda memoria est, quae mihi tibique quondam adulescentulo est a P. Rutilio Rufo, Smyrnae cum simul essemus compluris dies, eita; in qua nihil fere, quod magno opere ad rationes omnium rerum pertineret, praetermissam puto; E. Pais, L'autobiografia, cit., 74 nt. 2, non esclude che anche Rep. 1.11.17, limitatamente alla notizia secondo cui Rutilio era solito dialogare con Lucio Furio etiam sub ipsis Numantiae moenibus, possa essere stato escerpito dall'autobiografia, ma considerato il contesto in cui essa è inserita, non sembrano sussistere elementi tali da suffragare adeguatamente tale ipotesi e, pertanto, riteniamo che il passo debba essere incluso tra i testimonia vitae Rutilii.

[105] Cic. Brut. 22.85-88: Memoria teneo Smyrnae me ex P. Rutilio Rufo audisse, cum diceret adulescentulo se accidisse, ut ex senatus consulto P. Scipio et D. Brutus, ut opinor, consules de re atroci magnaque quaererent. Nam cum in silva Sila facta caedes esset notique homines interfecti insimulareturque familia, partim etiam liberi societatis eius, quae picarias de P. Cornelio L. Mummio censoribus redemisset, decrevisse senatum, ut de ea re cognoscerent et statuerent consules. Causam pro publicanis accurate, ut semper solitus esset, eleganterque dixisse Laelium. Cum consules re audita ‘amplius' de consili sententia pronuntiavissent, paucis interpositis diebus iterum Laelium multo diligentius meliusque dixisse iterumque eodem modo a consulibus rem esse prolata.Tum Laelium, cum eum socii domum reduxissent egissentque gratias et ne defatigaretur oravissent, locutum esse ita: se quae fecisset honoris eorum causa studiose accurateque fecisse, sed se arbitrari causam illam a Ser. Galba, quod is in dicendo ardentior acriorque esset, gravius et vehementius posse defendi. Itaque auctoritate C. Laeli publicanos causam detulisse ad Galbam; illum autem, quod ei viro succedendum esset, verecunde et dubitanter recepisse. Unum quasi comperendinatus medium diem fuisse, quem totum Galbam in consideranda causa componendaque posuisse; et cum cognitionis dies esset et ipse Rutilius rogatu sociorum domum ad Galbam mane venisset, ut eum admoneret et ad dicendi tempus adduceret, usque illum, quoad ei nuntiatum esset consules descendisse, omnibus exclusis commentatum in quadam testudine cum servis litteratis fuisse, quorum alii aliud dictare eodem tempore solitus esset. Interim cum esset ei nuntiatum tempus esse, exisse in aedes eo colore et iis oculis, ut egisse causam, non commentatum putares. Addebat etiam idque ad rem pertinere putabat, scriptores illos male mulcatos exisse cum Galba; ex quo significabat illum non in agendo solum, sed etiam in meditando vehementem atque incensum fuisse. Brut. 23.89-90: Ex hac Rutili narratione suspicari licet, cum duae summae sint in oratore laudes, una subtiliter disputandi ad docendum, altera graviter agendi ad animos audientium permovendos, multoque plus proficiat is qui inflammet iudicem quam ille qui doceat, elegantiam in Laelio, vim in Galba fuisse. Quae quidem vis tum maxime cognita est, cum Lusitanis a Ser. Galba praetore contra interpositam, ut existimabatur, fidem interfectis L. Libone tribuno plebis populum incitante et rogationem in Galbam privilegi similem ferente, summa senectute, ut ante dixi, M. Cato legem suadens in Galbam multa dixit, quam orationem in Origines suas rettulit, paucis ante quam mortuus est [an] diebus an mensibus. Tum igitur nihil recusans Galba pro sese et populi Romani fidem implorans cum suos pueros tum C. Gali etiam filium flens commendabat, cuius orbitas et fletus mire miserabilis fuit propter recentem memoriam clarissimi patris; isque se tum eripuit flamma, propter pueros misericordia, populi commota, sicut idem scriptum reliquit Cato. Abbiamo preferito dividere in due parti questo lungo passo ciceroniano in quanto, nel primo (22.85-88), il riferimento a Rutilio è espresso, nel senso che Cicerone dichiara di riferire quanto da questi raccontatogli a Smirne; nel secondo (23.89-90), invece, non c'è un richiamo esplicito al nostro, ma l'episodio è analogo a quello narrato in De or. 1.53.228, dove a rievocarlo è proprio Rutilio.

[106] Cic. De or. 1.53.228 retro nt. 92.

[107] Val. Max. 2.3.2: Armorum tractandorum meditatio a P. Rutilio consule Cn. Malli collega militibus est tradita: is enim nullius ante se imperatoris exemplum secutus ex ludo C. Aureli Scauri doctoribus gladiatorum arcessitis vitandi atque inferendi ictus subtiliorem rationem legionibus ingeneravit virtutemque arti et rursus artem virtuti miscuit, ut illa impetu huius fortior, haec illius scientia cautior fieret. La notizia è in relazione con quanto si legge in Ennid. Paneg. Theod. 85.

[108] Val. Max. 2.10.5, retro nt. 26; Val. Max. 6.4.4: P. autem Rutilii verba pluris an facta aestimen nescio nam utrisque aeque admirabile inest robur. Cum amici cuiusdam iniustae rogationi resisteret, atque is per summam indignationem dixisset "Quid ergo mihi opus est amicitia tua, si quod rogo non facis?" respondit "Immo quid mihi tua, si propter te aliquid inhoneste facturus sum?".

[109] Sen. Ben. 6.37.2 retro nt. 55.

[110] Front. Strat. 4.1.12: P. Rutilius consul, cum secundum leges in contubernio suo habere posset filium, in legione militem fecit; 4.2.2: C. Marius, cum facultatem eligendi exercitus haberet ex duobus, qui sub Rutilio et qui sub Metello ac postea sub se ipso meruerant, Rutilianum quamquam minorem, quia certioris disciplinae arbitrabatur, praeoptavit. Già E. Pais, L'autobiografia, cit., 77 e ss., adduceva analoghe motivazioni per sostenere la derivazione dal De vita sua dei menzionati frammenti di Valerio Massimo, Seneca e Frontino.

[111] App. Bell. Iber. 6.14.88: ἐν δέ τινι πεδίῳ τῆς Παλλαντιας, ὄνομα Κοπλανίῳ, πολλοὺς ἐπὶ τῶν ὀρῶν ὑπὸ λόφοις ἔκρυψαν οἱ Παλλάντιοι, καὶ ἑτέροις ἐς τὸ φανερὸν τοὺς σιτολογοῦντας ἠνώχλουν. δὲ Ῥουτίλιον Ῥοῦφον, συγγραφέα τῶνδε τῶν ἔργων, τότε χιλιαρχοῦντα, ἐκέλευσε τέσσαρας ἱππέων ἴλας λαβόντα ἀναστεῖλαι τοὺς ἐνοχλοῦντας. Ῥοῦφος μὲν οὖν ὑποχωροῦσιν αὐτοῖς ἀμέτρως εἵπετο, καὶ φεύγουσιν ἐς τὸν λόφον συνανεπήδα, ἔνθα τῆς ἐνέδρας ἐκφανείσης ἐκέλευε τοὺς ἱππέας μήτε διώκειν μήτε ἐπιχειρεῖν ἔτι, ἀλλ᾽ ἐν προβολῇ τὰ δόρατα θεμένους ἑστάναι καὶ ἐπιόντας ἀμύνεσθαι μόνον. δὲ Σκιπίων εὐθὺ ἀνατρέχοντος αὐτοῦ παρὰ τὸ πρόσταγμα δείσας εἵπετο κατὰ σπουδήν, καὶ ὡς ηὗρε τὴν ἐνέδραν, ἐς δύο διεῖλε τοὺς ἱππέας, καὶ προσέταξεν αὐτῶν ἑκατέροις παρὰ μέρος ἐμπηδᾶν τοῖς πολεμίοις, καὶ ἀκοντίσαντας ὁμοῦ πάντας εὐθὺς ἀναχωρεῖν, οὐκ ἐς τὸν αὐτὸν τόπον, ἀλλ᾽ ἀεὶ κατ᾽ ὀλίγον προστιθέντας ὀπίσω καὶ ὑποχωροῦντας. οὕτω μὲν τοὺς ἱππέας ἐς τὸ πεδίον περιέσωσεν: ἀναζευγνύοντι δ᾽ αὐτῷ καὶ ἀναχωροῦντι ποταμὸς ἦν ἐν μέσῳ δύσπορός τε καὶ ἰλυώδης, καὶ παρ᾽ αὐτὸν ἐνήδρευον οἱ πολέμιοι. δὲ μαθὼν ἐξέκλινε τῆς ὁδοῦ, καὶ μακροτέραν ἦγε καὶ δυσενέδρευτον, νυκτός τε ὁδεύων διὰ τὸ δίψος καὶ φρέατα ὀρύσσων, ὧν τὰ πλέονα πικρὰ ηὑρίσκετο. τοὺς μὲν οὖν ἄνδρας ἐπιμόχθως περιέσωσεν, ἵπποι δέ τινες αὐτοῦ καὶ ὑποζύγια ὑπὸ τῆς δίψης ἀπώλοντο. Secondo E. Pais, L'autobiografia, cit., 74, tale opinione è ulteriormente suffragata dalle parole di Appiano ‘Ῥουτίλιον Ῥοῦφον, συγγραφέα τῶνδε τῶν ἔργων'.

[112] App. Mithrid. 12.9.60: ἐφ᾽ οἷς Φιμβρίας πάντα ἀπογνοὺς ἐπὶ τὴν τάφρον προῆλθε, καὶ Σύλλαν αὑτῷ παρεκάλει συνελθεῖν ἐς λόγους. δὲ ἀνθ᾽ αὑτοῦ Ῥουτίλιον ἔπεμπε: καὶ τόδε πρῶτον ἐλύπει τὸν Φιμβρίαν, οὐδὲ συνόδου, διδομένης καὶ τοῖς πολεμίοις, ἀξιωθέντα. δεομένῳ δ᾽ αὐτῷ συγγνώμης τυχεῖν εἴ τι νέος ὢν ἐξήμαρτεν, Ῥουτίλιος ὑπέστη Σύλλαν ἀφήσειν ἐπὶ θάλασσαν ἀπαθῆ διελθεῖν, εἰ μέλλοι τῆς Ἀσίας, ἧς ἐστὶν Σύλλας ἀνθύπατος, ἀποπλευσεῖσθαι. δὲ εἰπὼν ἑτέραν ὁδὸν ἔχειν κρείττονα, ἐπανῆλθεν ἐς Πέργαμον, καὶ ἐς τὸ τοῦ Ἀσκληπιοῦ ἱερὸν παρελθὼν ἐχρήσατο τῷ ξίφει. οὐ καιρίου δ᾽ αὐτῷ τῆς πληγῆς γενομένης, ἐκέλευσε τὸν παῖδα ἐπερεῖσαι. δὲ καὶ τὸν δεσπότην ἔκτεινε καὶ αὑτὸν ἐπὶ τῷ δεσπότῃ.

[113] Diod. 37.5.1: [Oti Kovutoς Skaiouovlaς megivsthn eijshnevgkato spoudh;n dia; th'ς ijdivaς ajreth'ς diorqwvsasqai th;n yaulovthta tou' zhvlou. ejkpemfqeivς ga;r eijς th;n jAsivan strathgovς, ejpilexavmenoς tovn a[riston tw'n fivlwn suvmboulon Kovinton JRotivlion met jaujtou' sunhvdreue bouleuovmenoς kai; pavnta diatavttwn kai; krivnwn ta; kata; th;n ejparcivan. Kaiv pa'san th;n dapavnhn e[krinen ejk th'ς ijdivaς oujsivaς poiei'sqai toi'ς te sunekdhvmoiς kaiv autw/'.

[114] Athen. 4.168 d-e: Ἀγαθαρχίδης δ᾽ Κνίδιος ἐν τῇ ὀγδόῃ πρὸς ταῖς κ τῶν Εὐρωπιακῶν"Γνώσιππον, φησίν,ἄσωτον γενόμενον ἐν τῇ Σπάρτῃ ἐκώλυον οἱ ἔφοροι συναναστρέφεσθαι τοῖς νέοις." παρὰ δὲ Ῥωμαίοις μνημονεύεται, ὥς φησι Ποσειδώνιος ἐν τῇ ἐνάτῃ καὶ τεσσαρακοστῇ τῶν ἱστοριῶν, Ἀπίκιόν τινα ἐπὶ ἀσωτίᾳ πάντας ἀνθρώπους ὑπερηκοντικέναι. οὗτος δ᾽ ἐστὶν Ἀπίκιος" καὶ τῆς φυγῆς αἴτιος γενόμενος Ῥουτιλίῳ τῷ τὴν Ῥωμαικὴν ἱστορίαν ἐκδεδωκότι τῇ Ἑλλήνων φωνῇ. περὶ δὲ Ἀπικίου τοῦ καὶ αὐτοῦ ἐπὶ ἀσωτίᾳ διαβοήτου ἐν τοῖς πρώτοις εἰρήκαμεν; Athen. Dipnosoph. 274 c-e: (=Posid. 2 A F 59 pp. 260-261 Jacoby): Μούκιος γοῦν Σκευόλας τρίτος ἐν Ῥώμῃ τὸν Φάνιον ἐτήρει νόμον αὐτὸς καὶ Αἴλιος Τουβέρων καὶ Ῥουτίλιος Ῥοῦφος τὴν πάτριον ἱστορίαν γεγραφώς. ἐκέλευε δ᾽ νόμος τριῶν μὲν πλείονας τῶν ἔξω τῆς οἰκίας μὴ ὑποδέχεσθαι, κατὰ ἀγορὰν δὲ τῶν πέντε:: τοῦτο δὲ τρὶς τοῦ μηνὸς ἐγίνετο. ὀψωνεῖν δὲ πλείονος τῶν δυεῖν δραχμῶν καὶ ἡμίσους οὐκ ἐπέτρεπεν: κρέως δὲ καπνιστοῦ δεκαπέντε τάλαντα δαπανᾶν εἰς τὸν ἐνιαυτὸν ἐπεχώρει'καὶ ὅσα γῆ φέρει λάχανα καὶ ὀσπρέων ἑψήματα. σμικρᾶς δὲ πάνυ τῆς δαπάνης ὑπαρχούσης διὰ τὸ τοὺς παρανομοῦντας καὶ ἀφειδῶς ἀναλίσκοντας ἀνατετιμηκέναι τὰ ὥνια πρὸς τὸ ἐλευθεριώτερον νομίμως προήρχοντο:: μὲν γὰρ Τουβέρων παρὰ τῶν ἐν τοῖς ἰδίοις ἀγροῖς ὄρνιθας ὠνεῖτο δραχμιαίους, δὲ Ῥουτίλιος παρὰ τῶν ἁλιευόντων αὑτοῦ δούλων τριωβόλου τὴν μνᾶν τοῦ ὄψου καὶ μάλιστα τοῦ θυρσίωνος καλουμένου: μέρος δ᾽ ἐστὶ τοῦτο θαλασσίου κυνὸς οὕτω καλούμενον. δὲΜούκιος παρὰ τῶν εὐχρηστουμένων ὑπ᾽ αὐτοῦ πρὸς τὸν αὐτὸν τύπον ἐποιεῖτο τὴν διατίμησιν. ἐκ τοσούτων οὖν μυριάδων ἀνθρώπων οὗτοι μόνοι τὸν νόμον ἐνόρκως ἐτήρουν καὶ δῶρον οὐδὲ τὸ μικρότατον ἐδέχοντο, αὐτοὶ δ᾽ ἄλλοις ἐδίδοσαν καὶ φίλοις τοῖς ἀπὸ παιδείας ὁρμωμένοις μεγάλα:καὶ γὰρ ἀντείχοντο τῶν ἐκ τῆς στοᾶς δογμάτων.

[115] Per i rapporti tra Rutilio e Posidonio vd. Cic. Off. 3.2.10: Accedit eodem testis locuples Posidonius, qui etiam scribit in quadam epistula, P. Rutilium Rufum dicere solere, qui Panaetium audierat, ut nemo pictor esset inventus, qui in Coa Venere eam partem, quam Apelles inchoatam reliquisset, absolveret -­oris enim pulchritudo reliqui corporis imitandi spem auferebat -, sic ea, quae Panaetius praetermisisset [et non perfecisset], propter eorum, quae perfecisset, praestantiam neminem persecutum.

[116] Cass. Dio fr. 97.1 e 3: ὅτι τοῦ Ῥουτιλίου ἀγαθοῦ ὄντος ἀνδρὸς ἀδικώτατα κατεψηφίσαντο: ἐσήχθη γὰρ ἐς δικαστήριον ἐκ κατασκευασμοῦ τῶν ἱππέων ὡς δωροδοκή... Κυίντῳ: Μουκίῳ, καὶ ἐζημιώθη ὑπ᾽αὐτῶν χρήμασι. ταῦτα ἐποίησαν θυμῷ φέροντες ὅτι πολλὰ περὶ τὰς τελωνίας πλημμελοῦντας ἐπέσχεν.[...] οὕτω μὲν ἐπηρεάσθη, καὶ τινα Μάριος αἰτίαν τῆς ἁλώσεως αὐτοῦ ἔσχεν: ἀρίστῳ γὰρ καὶ εὐδοκιμωτάτῳ αὐτῷ ὄντι ἐβαρύνετο. διόπερ καὶ ἐκεῖνος τῶν τε πραττομένων ἐν τῇ πόλει καταγνούς, καὶ ἀπαξιώσας τοιούτῳ ἔτι ἀνθρώπῳ συζῆσαι, ἐξεχώρησε μηδενὸς ἀναγκάζοντος, καὶ ἐς αὐτήν γε τὴν Ἀσίαν ἐλθὼν τέως μὲν ἐν Μυτιλήνῃ διῆγεν.

[117] E. Pais, L'autobiografia, cit., 75. Oros. 5.17.12: Rutilus quoque vir integerrimus adeo fidei atque innocentiae constantia usus est, ut die sibi ab accusatoribus dicta, usque ad cognitionem neque capillum barbamve promiserit neque sordida veste humilive habitu suffragatores conciliarit, inimicos permulserit, iudices temperarit, orationem quoque a praetore concessam nihilo summissiorem quam animum habuerit.

[118] E. Malcovati, O. R. F., cit., 170.

[119] E. Pais, L'autobiografia, cit., 76 s., include tra i fragmenta storici anche Gran. Licin. 1.1 e 14.1 Flemisch. Il primo passo è, però, talmente esiguo che non è possibile comprendere a cosa si riferisca e, di conseguenza, riteniamo preferibile considerarlo testimonia vitae di Rutilio. Il secondo narra fatti accaduti sotto il consolato di Rutilio e Cneo Mallio, ma non sono menzionate notizie strettamente personali né la figura del nostro è messa particolarmente in risalto, per cui non sembra che esso possa essere incluso tra i fragmenta.

[120] Gli inserimenti che abbiamo suggerito, e che presenteremo a breve nell'ambito di un lavoro più ampio su Rutilio, vanno, a nostro avviso, tutti inseriti tra le incertae sedis reliquiae del De vita sua non essendo, allo stato, congetturabile una collocazione più precisa.