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Francesca Galgano
, Diritto greco-romano bizantino. Dodici lezioni.

 

Francesca Galgano d'Andrea insegna ‘Diritto greco-romano (bizantino)' presso la ‘Pontificia Università Lateranense' (= PUL) di Roma ed è titolare del corso ‘Nascita, invenzione e consolidamento della forma-codice', nell'ambito delle attività della Cattedra di Storia del diritto romano presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Napoli ‘Federico II'. Come studiosa ha concentrato i suoi interessi sulle successioni e sul diritto di famiglia.[1] Questo suo secondo libro nasce dal Corso che impartisce alla PUL e ne conserva la struttura in dodici unità didattiche. Gli studenti destinatari del testo, così spiega l'autrice nella premessa (VII-XII), provengono da tutto il mondo, e quindi anche da esperienze giuridiche diverse da quella ‘continental-europea' ovvero dalla tradizione ‘romanistica'. L'interesse per la storia bizantina negli ultimi anni è cresciuto, così introduce il manuale, come attestano mostre importanti a Londra o New York e numerose pubblicazioni (in cartaceo e internet, p.e. Lars Brownworth, 12 Byzantine Rulers, scaricabile gratis). Con il suo contenuto intende offrire una visione dirompente e inconsueta della Rechtsrealität di ‘Bisanzio' (330-1453), oltre che frammentaria e frantumata come la documentazione davanti agli occhi degli storici. Con mano prudente l'autrice guida lo studente attraverso i dati che consentono di ricostruire come il diritto veniva insegnato nelle scuole o applicato nei tribunali delle province orientali, come fosse accettato e come vi si facesse ricorso nella vita quotidiana. Mostra che le invasioni di nuove popolazioni (germaniche o arabe) si vedevano meno come una rottura e più come una chance di cambiare le carte in tavola, come nella mappa famosa del geografo Al-Idrisi, dove il mondo è rappresentato rovesciato, ‘a testa in giù', con il nord al posto del sud. Con questo proposito l'autrice s'impegna a disegnare oltre mille anni di storia giuridica, tracciando il filo rosso del libro recuperando anche prospettive spesso trascurate (VIII, X-XI).


Nella prima parte si comincia con quattro lezioni di metodo. I. Il diritto greco-romano o bizantino: qualche notizia sulla storia dell'insegnamento (3-8); II. Questioni di periodizzazione (9-15), cui segue una Cronologia essenziale (16-22); III. Geografia del mondo bizantino (23-33); infine IV. Le Fonti (35-45).


La seconda parte è incardinata - si potrebbe dire in termini psicoanalitici - sui rapporti dell'Io con il Tu, ovvero, ‘Rom und das Fremde als    Eigenes'. Si tratta del confronto e della relazione di Roma con popolazioni straniere, in sostanza della Grecia e in seguito dell'Oriente mediterraneo. Contiene otto lezioni (in numerazione continuata dalla prima parte). V. I primi impatti con l'altro nel mondo romano: le XII Tavole e l'esperienza del pretore peregrino (49-57); VI. La constitutio Antoniniana (59-66); VII. 11 maggio 330 d.C.: la nascita di Costantinopoli (67-74); VIII. L'invenzione della forma-codice e le codificazioni pregiustinianee (75-85); IX. Gli anni di Giustiniano (87-96); X. La riforma dell'istruzione (97-106); XI. I Barbari: fra ostilità e integrazione (107-115); in conclusione XII. Ancora sulle fonti (117-129).


La capacità di comunicare e interagire con altre discipline, oltrepassare i confini angusti del proprio campo di ricerca, aprirsi a dialogare con non-esperti del diritto e dell'antichità, è preziosa. Motivo per cui la prima parte del libro sarà apprezzatissima da quegli studenti interessati ai percorsi proposti dagli specialisti del mondo antico, in particolare da quelli dell'epoca tarda. L'autrice riesce a suscitare la curiosità per una cultura affascinante in tutte le sue ambiguità e contraddizioni, con necessarie e dovute premesse sulla storicità dei fenomeni sociali e respingendo tentativi fin troppo noti di descrivere le esperienze giuridiche orientali[2] in termini d'irrazionalità (Hegel) oppure collocandole nel Setting di Decline and Fall (Gibbon) (VIII-X).


Il contesto multiculturale di Cordoba, Toledo e della Sicilia normanna avrebbe favorito una coesistenza armonica tra mondo orientale e occidentale, tra quello bizantino e quello cristiano e islamico; ma l'equilibrio sarebbe crollato con le invasioni e le crociate (33). D'altra parte, il basileus, capo della chiesa cristiana e difensore dell'ortodossia, sempre più spinto a convincere, persuadere, istruire i sudditi sull'opportunità dei precetti che emana, sarebbe diventato "l'incarnazione della legge e della volontà divina" (41-42, 44). Con C. 1.14.12.1 (del 446) è divenuto l'unico interprete della ratio legis, spiega l'autrice (38-39). Ma accanto alla ‘ratio scripta' riaffiorerebbe la consuetudine come fonte di produzione del diritto nel mondo bizantino, sempre forte nella pars orientalis a causa della pluri-etnicità della popolazione. Così com'erano forti, secondo alcuni autori, accanto al ‘Reichsrecht', imposto dalla constitutio Antoniniana, i ‘Volksrechte', i diritti locali delle province romano-elleniche (42-44).


Nella seconda parte si delinea come Roma si confronti con culture e popoli stranieri, con realtà diverse dalla propria, con ‘l'altro', insomma, come si evince dalle soluzioni di ordine politico e giuridico. Così che la quinta lezione si apre con le XII Tavole e con il pretore peregrino (49-57), sullo sfondo delle vicende in Grecia e nel Mediterraneo dal quinto al terzo secolo a.C., con cauti accenni ai numerosi dubbi che solleva la storiografia (49-51). L'autrice respinge l'idea di una influenza greca nelle XII Tavole come improbabile.[3] Ravvisa nel tentativo dei romani di ricollegare risposte ai conflitti sociali a realtà fuori della propria un'apertura verso l'altro, un "veicolo di evoluzione culturale" (52).


L'integrazione di esperienze giuridiche diverse da quelle romane riservate ai cives, nelle forme elaborate dal praetor peregrinus, nello ius honorarium, secondo la celebre spiegazione in Pap. 2 def. D. 1.1.7.1, è descritta nelle pp. 53-57.[4]


La sesta lezione tratta della constitutio Antoniniana e del periodo percepito come ‘epoca d'oro' (con la damnatio memoriae dell'unico Commodo) anche dai contemporanei (59-66). Questa volta, il cambio e l'apertura derivano dall'Africa, da dove proviene Settimio Severo, eletto dai soldati. Con lui avviene un rafforzamento dei militari e l'estensione di diritti dei cittadini in larga misura anche agli abitanti nelle province (come, p.e., l'attribuzione dello ius Italicum ad alcune regioni a fini fiscali) (60). Nella concessione della cittadinanza a tutti i residenti liberi dell'impero, in seguito al discusso editto di Antonino Caracalla del 212[5], non sarebbe da vedere una grande pietra miliare. Secondo qualcuno sarebbe servito solo a riempire le casse del fisco con le entrate della vicesima hereditatis (Dio Cass. 78.9.4-5), altri ‘Zeitzeugen' invece hanno lamentato il sostituirsi delle strutture romane a quelle greco-elleniche nella parte orientale (60-62). Collante indiscusso in questo immenso processo di ‘globalizzazione' del mediterraneo costituisce, per l'autrice, il cristianesimo. Nel processo reciproco di amalgamazione (non senza forti resistenze) tra istituti romani e provinciali - si accenna alla clausula stipulatoria o al testamentum per aes et libram in copto o greco da una parte, all'hypotheca o alla paragraphé all'altra - si profilano le recenti dicotomie tra honestiores e humiliores, mentre spariscono quelle tradizionali tra cives e stranieri (64-65).


L'11 maggio 330 d.C. è la data convenzionale per la ‘nascita' di Costantinopoli (67-74). Si tracciano, nella settima lezione, progetti, prospettive e politiche di Costantino che conducono all'ascesa dell'antica città di Byzas come nuova capitale dell'impero (il filosofo Temistio avrebbe creato il tema retorico della ‘seconda Roma') (67-69, 71-74). ‘Leitmotiv', ancora, l'unità della religione cristiana, che ottiene libertà di culto con il cosiddetto editto di Milano nel 313. Contraddittoria si presenterebbe invece la figura dell'imperatore, in quanto scissa tra mancanza di rispetto nei confronti dei culti romani e la loro osservanza (69-70).


Nell'ottava lezione si discutono i problemi legati alla quantità e alla produzione casistica del diritto, che conducono ai noti sforzi di sistemazione in età pregiustinianea (75-85). L'ignorantia iuris diffusa nell'amministrazione della giustizia biasimata da Ammiano Marcellino (30.4.8-22) segnala per l'autrice uno dei motivi per la ricerca di sicure nozioni nell'ambito del diritto, con il risultato di varie raccolte di leggi (Codex Gregorianus, Codex Hermogenianas, Codex Theodosianus) e la composizione di opere giurisprudenziali (Pauli Sententiae, Tituli ex corpore Ulpiani, Fragmenta Vaticana, Collatio legum Mosaicarum et Romanarum) nel corso dei secoli IV-V. Al posto degli scomodi rotoli di papiro, si comincia ad utilizzare il caudex, con pagine in pergamena rilegate come un libro. A partire da Costantino, l'impero è continuamente minacciato da nemici (persiani, popoli germanici, unni). Con l'intenzione di concentrare le forze e rinvigorire Roma, Teodosio, un generale spagnolo, avrebbe puntato soprattutto a ottenere una base comune nella religione (prescrizione della fede cristiana per tutti, persecuzione di chiunque si discostasse dal credo di Nicea come eretico con l'editto di Tessalonica [CTh. 18.1.2 del 380], unità stabilita tra padre, figlio e spirito santo, diventata ortodossia dopo il concilio di Costantinopoli del 381).


Degli anni di Giustiniano tratta la nona lezione (87-96). Quando il processo di sgretolamento, nella pars occidentalis, con la deposizione finale del potere imperiale nel 476 di Romolo Augustolo, sarebbe apparso irreversibile, la pars orientalis avrebbe raddoppiato le energie, in modo quasi sistematico da Costantino a Teodosio fino a Giustiniano, per ripristinare l'unità dell'impero, come una sorella in cerca della gemella persa. Di nuovo, molte strategie per raggiungere una visione unanime sarebbero partite dalle dispute religiose. L'autrice ricorda l'Henotikón di Zenone nel 482 (87-89), o, ancora, che Giustiniano, vicarius Christi in terra, con tenacia avrebbe difeso una politica d'unità religiosa (divieto di testimoniare in tribunale contro cattolici o di avere schiavi di fede cristiana, chiusura dell'accademia di Platone ad Atene nel 529 - atto in cui alcuni avrebbero ravvisato la fine del mondo antico) (89-91). Anche il suo grande riordino del diritto avrebbe comportato un'uniformazione normativa, al fine di preparare una tradizione fin troppo raffinata all'uso quotidiano nella prassi. Come imperatore che agiva per conto di dio, Giustiniano interpretava anche il diritto in modo esclusivo, in ultima istanza (C. 1.14.12 del 529) (91-94).


Segue la decima lezione, dedicata a ‘La riforma dell'istruzione' (97-106). Scuole di retorica e di diritto avrebbero affiancato la riforma giustinianea per formare ‘operatori' e interpreti del diritto adatti per i settori della giustizia e dell'amministrazione. Destinata a perdurare nel tempo, dopo che centri importanti come Berito (distrutta da un terremoto nel 550) e Alessandria (caduta, insieme ad altre città, in mano agli arabi nel sesto secolo) le avrebbero ceduto il posto, era solo Costantinopoli, baluardo dell'educazione giuridica e filosofica (aristotelico-cristiana) (97-100). La paideia, l'educazione del mondo ellenistico diventata esemplare, sarebbe ritornata ad antico splendore tra il nono e l'undicesimo secolo.


L'undicesima lezione verte sul confronto con quegli stranieri che l'autrice, mutuando la terminologia delle fonti, chiama ‘barbari': ‘fra ostilità e integrazione' (107-115). Il discorso continua sul confronto con l'altro, questa volta descritto nei documenti più come nemico, ostile, diverso, temibile e raccapricciante. Gli stereotipi denotano senz'altro paure in uno scenario generale di difficoltà economiche e politiche, diffuse nel quarto e quinto secolo. Le paure generate dai nuovi afflussi di genti deriverebbero soprattutto dall'incomprensione linguistica, oltre che culturale: gli ‘alieni' sono unni, persiani, vandali, arabi. I loro idiomi non sono familiari ai romani. Ma l'autrice avverte che, come soldati, erano in gran parte già presenti nell'esercito romano a partire dal terzo secolo (107-109). Verso la fine del quinto secolo, tanti piccoli ordinamenti giuridici avrebbero smembrato l'antica unità nella parte occidentale. Con cautela, o forse anche con rispetto nei confronti dell'impero crollato da poco, i nuovi reggenti e re avrebbero permesso con le leggi romano-germaniche a ogni etnia di vivere secondo le rispettive norme e consuetudini, con efficienti adattamenti alle esigenze pratiche: si menzionano in particolare l'Edictum Theodorici, la lex Romana Burgundionum e la lex Romana Wisigothorum (110-113).


La dodicesima e ultima lezione è intitolata ‘Ancora sulle fonti' (117-129). Essa riprende il discorso della quarta e nona lezione, quindi sul diritto bizantino e sulla compilazione giustinianea, per giungere alla presa di Costantinopoli da parte di Fatih Mehmet II. Ma l'Ecloga isaurica (emanata sotto Leone III nella prima metà dell'ottavo secolo) (118-119), il Prochiro (del 872), il Libro siro-romano sarebbero sopravvissuti anche sotto l'impero degli ottomani. Durante il rinascimento macedone (843-1025) l'autrice segnala l'Epanagoghé (885), con un ripristino del diritto giustinianeo e un'attenzione nuova ai rapporti fra potere religioso e laico (120-122). La repurgatio veterum legum, cioè delle fonti giustinianee, sarebbe avvenuta con i Basilici, emanati dopo l'883, sotto Leone VI ‘il Saggio'.


Alla fine della lettura rimane un'immagine vivace e colorata dei lineamenti del diritto nel mondo romano e bizantino. L'esperienza didattica con studenti di culture diverse da quella italiana ha persuaso l'autrice - a ragione, secondo chi scrive - a "destrutturare l'impostazione sistematica tradizionale" (XI). Certo, i temi e i problemi enucleati nel lavoro sono molteplici e complessi, tali da richiedere analisi a loro volta complesse e articolate. Tuttavia, Francesca Galgano un risultato importante sicuramente lo raggiunge: utilizzando l'esperienza storico-giuridica, induce gli studenti a riflettere sull'esistenza di prospettive in cui l'altro non appare solo come un nemico o una minaccia per l'ordine costituito.


Il confronto con l'altro, il diverso ‘par excellence', cioè la donna,[6] avrebbe forse meritato anch'esso un discorso, accennato, peraltro, in alcuni punti del manuale. Ma, in effetti, nella storia che Francesca Galgano disegna sulle pagine del suo agile libro si percorrono già tante strade.

 

[Evelyn Höbenreich]

 

 


[1] Si veda, p.e., F. Galgano, ‘Transmissio delationis'. Vicende di una pratica successoria, Roma, 2007; Tac. Ann. 3.33.2-4, ovvero di un divieto di matrimonio, in Fides humanitas ius. Studi in onore di L. Labruna, III, Napoli, 2007, 1997-2005; Matrimoni misti e filiazione: spunti per un riesame, in Civitas et iustitia. Atti del XIII Colloquio Giuridico Internazionale. La filiazione nella cultura giuridica europea (Roma, 23-24 aprile 2008), Roma, 2009, 285-298.

[2] Fondamentale la critica di E. W. Saïd, Orientalism, London, 1978 (= 1995) (= Orientalismo, Torino, 1991). Cfr. le puntuali osservazioni di V. Marotta, La cittadinanza romana in età imperiale (secoli I-III d.C.). Una sintesi, Torino, 2009, 160; ivi bibliografia recente.

[3] Ma il contatto con la ‘Rechtskultur' greca avrebbe ispirato ai giureconsulti romani un "modello di isonomia" (52).

[4] Nella minima bibliografia, opportunamente consigliata alla fine di ogni capitolo, qui si potrebbe segnalare ancora qualche manuale, come, p.e., i Lineamenti di storia del diritto romano, a cura di M. Talamanca, oppure M. Bretone, Storia del diritto romano.

[5] Sui problemi relativi a PGiss. 40 col. I, concernente lo status dei dediticii e di altre categorie di persone, come p.e. i nuovi immigrati o peregrini, nonché, più in generale, sulla questione della doppia cittadinanza, cfr. pp. 62-63.

[6] Per J. Kristeva, Fremde sind wir uns selbst, Frankfurt am Main, 1990 (Étrangers à nous-mêmes, Paris, 1988), la donna, nell'esperienza dell'uomo con se stesso, sarebbe il suo primo‚ straniero', l'altro, diverso da sé.