IL MESTIERE DELL’AVVOCATO: STORIA E TEORIA

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Organizzato dal Dipartimento di Scienze Giuridiche ‘Collegio dei Dottori 1506’ dell’Università degli Studi di Urbino ‘Carlo Bo’, con il patrocinio del Consiglio Nazionale Forense, si è tenuto ad Urbino, dal 10 al 12 maggio 2012, il convegno su ‘Il mestiere dell’avvocato. Storia e teoria’.

I lavori, suddivisi in due Sezioni (una di Diritto romano, l’altra di Storia del diritto italiano), sono stati aperti Giovedì 10 maggio 2012, alle ore 16.00, nell’Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza, ove il Prorettore Professore Vilberto Stocchi, anche a nome del Rettore Professore Stefano Pivato, ha portato i saluti dell’Ateneo, tributando un plauso all’iniziativa, per la quale ha ringraziato la Professoressa Anna Maria Giomaro, Direttore del Dipartimento. Quest’ultima, dopo aver a sua volta ringraziato i colleghi e i collaboratori, nonché il Consiglio Nazionale Forense e l’Ordine degli Avvocati di Urbino, ha esposto l’idea propulsiva del convegno, sottolineando la centralità del ruolo dell’avvocato, nel mondo antico – come traspare da autori quali Seneca, Marziale e Giovenale – e nella società odierna. La Professoressa ha quindi dato la parola al Professore Victor Crescenzi, che ha assunto la presidenza della sessione.

La relazione di apertura è stata affidata a Remo Martini (Siena), il quale, nel parlare di ‘Iureconsulti e causidici in una testimonianza di Seneca’, ha confrontato le due figure e i rapporti intercorrenti tra loro, soffermandosi in particolare sui provvedimenti, ipotizzati o documentati, che, nei confronti degli uni e degli altri soggetti, l’imperatore Claudio (i cui funerali vengono narrati nel testo senechiano) ebbe ad adottare. All’attività difensiva degli avvocati è stato riservato specifico spazio da Cristina Giachi (Firenze), che ha analizzato ‘L’editto de postulando nella riflessione dei giuristi’, proponendo come chiave unificante delle eterogenee disposizioni pretorie in materia quella dignitas e quel decus esplicitamente richiamati nel commento ulpianeo al titolo edittale. Attraverso una lettura di fonti letterarie e giuridiche, Andrea Lovato (Bari) ha delineato ‘Il ruolo dell’advocatus nella riflessione giuridica e nella prassi processuale dell’Impero’, restituendo il giusto rilievo ad una figura spesso schiacciata tra gli imponenti giureconsulti, da un lato, e gli accattivanti oratori, dall’altro. Un rilievo che persiste, pure nei suoi aspetti negativi, ancora in età severiana, come ha rivelato l’esame su ‘Le professioni forensi nel De officio proconsulis di Ulpiano’ condotto da Valerio Marotta (Pavia), il quale ha indugiato sul tema della remunerazione e sul connesso pregiudizio, lontano nel tempo, dell’avidità dei ‘legulei’.

A partire dalla seconda sessione (Venerdì 11 maggio 2012, ore 9.30), inquadrata sempre nella Sezione romanistica, i lavori si sono spostati nella Sala del Giardino d’Inverno di Palazzo Ducale. Sotto la presidenza del Professore Martini, Fabio Botta (Cagliari), ‘Defendere servum: oneri e funzioni di assistenza del dominus nel processo contro il proprio schiavo’, ha indagato il profilo della defensio del servo da parte del proprio padrone, configurando questa come una facoltà, il cui mancato esercizio non implicava una volontà di derelinquere il servo accusato. Di come si svolgesse la difesa nel foro ha indicato degli emblematici esempi Gisella Bassanelli (Bologna), la quale, tratteggiando la figura de ‘L’oratore fra norma e giudice laico’, ha mostrato come le disquisizioni retoriche servissero a rendere comprensibile per i giudici, ignari di diritto, il dato normativo, civile e penale. Su quest’ultimo campo si è concentrato Luigi Pellecchi (Pavia), la cui relazione su ‘Il patrocinio dell’accusa nei publica iudicia’ si è snodata attraverso vari passaggi, storici e logici, volti alla rigorosa verifica della tesi mommseniana circa l’impossibilità per l’accusator di avvalersi di un patrono. Nella seconda parte della mattinata la presidenza è stata assunta dal Professore Marotta, il quale ha introdotto i relatori che hanno chiuso la Sezione di Diritto romano: Emanuele Stolfi (Siena), ‘Auctoritas e ratio. Modelli argomentativi tra dibattiti giurisprudenziali e prassi forense’, ha posto l’accento sulla importanza, per giuristi e avvocati, della logica persuasiva dell’argomentazione e sulla valutazione di questa rispetto ai parametri dell’auctoritas e della ratio. Paolo Garbarino (Piemonte Orientale) ha approfondito, mediante la lettura di diverse costituzioni imperiali, la relazione tra ‘Le norme procedurali e gli avvocati nel diritto tardoantico’, evidenziando un crescente tecnicismo processuale, tale da far desumere, al di là del silenzio delle fonti, una massiccia presenza di avvocati, esperti sul piano giuridico oltre che retorico.

Nel pomeriggio della medesima giornata, alle ore 15.00, ha preso l’avvio la Sezione di Storia del diritto italiano, inaugurata, con la presidenza del Professore Luigi Lacchè, da Silvia Gasparini (Padova), la quale ha descritto le peculiarità del patrocinio forense in un contesto ben determinato, sia geograficamente sia politicamene: ‘Avvocato a Venezia: uno strano mestiere’. Con un’inversione di prospettiva, Gian Savino Pene Vidari (Torino) ha parlato del prestigio extraterritoriale della cultura giuridica, soprattutto meridionale, chiarendo come, dal confronto tra ‘Avvocati risorgimentali esuli a Torino ed avvocatura subalpina’, si sia sviluppato l’humus da cui ha preso vita la nostra legislazione unitaria. Alla trasformazione della professione forense nel senso dell’inserimento in un sistema sociale più ampio di quello cittadino ha fatto cenno, sotto altro versante, Nicola Sbano (Ancona), ‘L’avvocatura tra tradizione e riforme’, nel ripercorrere, con il richiamo a diversi provvedimenti, la storia dell’avvocatura italiana dall’Unità al presente.

Assunta la presidenza della seconda sessione pomeridiana, il Professore Pene Vidari ha dato la parola a Luigi Lacchè (Macerata), dalla cui relazione, intitolata ‘L’avvocato eclettico. Elementi di lettura della cultura giuridica forense italiana’, sono emersi, da un lato, il significato dell’eclettismo come canone tipico del giurista italiano e, dall’altro, il giudizio che di tale caratteristica della cultura giuridica forense del nostro Paese è stato formulato nel corso del XIX secolo. Queste osservazioni hanno poi trovato un riscontro concreto nel quadro che Giacomo Pace (Messina) ha tracciato di un noto giurista catanese e del suo manuale di oratoria, intesa quale strumento di pace sociale: ‘Angelo Majorana e “L’arte di parlare in pubblico”: tra retorica forense ed eloquenza accademica’. Spunti di riflessione critica sono stati infine offerti da Aurelio Cernigliaro (Napoli), ‘“Paglietti” nella “Città degli avvocati”? Da Roberto Maranta ad Enrico Pessina’: lo studioso, dopo aver ribadito la portata della metamorfosi vissuta dall’avvocato nel 1848 e la funzione delle arringhe come momento di proiezione della questione del singolo in un orizzonte più ampio, si è interrogato, mettendo a fuoco la realtà napoletana, sul giusto valore della contrapposizione tra i ‘prìncipi del foro’ e i cd. ‘paglietti’, ovverosia gli ‘azzeccagarbugli’.

Al compito di aprire l’ultima sessione di lavori, svoltasi nella mattinata di Sabato 12 maggio 2012 e presieduta dal Professore Cernigliaro, ha assolto Beatrice Pasciuta (Palermo), la quale ha trattato il tema del contegno processuale di parti e avvocati nel mondo medievale, considerando sia le regole contenute in alcune opere tecniche dedicate all’analisi dei meccanismi processuali (con particolare attenzione allo Speculum iudiciale) sia la puntuale normativa fridericiana: ‘Deontologia e comportamento in aula nelle prescrizioni degli ordines iudiciarii da Bulgaro a Durante e nel Liber Augustalis’. Si sono quindi susseguite le relazioni di Paolo Mari (Roma) e di Ferdinando Treggiari (Perugia), entrambe circoscritte ad un ambito locale: la prima (‘Statuti e ordini professionali nella Pavia del primo Quattrocento’), relativa alla configurazione delle prime strutture organizzative degli avvocati pavesi; la seconda [‘L’organizzazione dei dottori giuristi e degli avvocati di Perugia nei documenti noti più antichi (secoli XV e XVI)’], inerente alla progressiva fusione della classe dei doctores iuris e di quella degli advocati nel panorama perugino. Sulla scia delle parole di Stefano Borsacchi (Pisa), ‘Il Consiglio Nazionale Forense e la Commissione per la storia dell’avvocatura’ – il quale ha portato i saluti del Professore Guido Alpa, Presidente del Consiglio Nazionale Forense, e ha illustrato le attività della Commissione, di cui è coordinatore, dirette ad approfondire la rilevanza della professione forense nelle varie epoche, anche attraverso la pubblicazione di opere in tal senso –, il convegno si è concluso con l’auspicio che una maggiore consapevolezza del proprio ruolo sul piano storico consenta agli avvocati di operare ancor meglio nel presente, suggerendo e incentivando modifiche dei parametri giuridici idonee a coniugare le istanze teoriche e i mutevoli bisogni della prassi.

Paola Pasquino

Dottore di ricerca

Università degli Studi di Salerno

E-mail: paolapasquino@yahoo.it