EDITORIALE

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In quale direzione, e con quali prospettive, muovono oggi le ricerche sulle scienze umane e sociali?

Il quesito è più che mai legittimo, direi anzi pressante e ineludibile, da quando – negli ultimi due anni, all’incirca – si è, da una parte – fortunatamente limitata – del mondo della cultura e della politica italiana, affermata a più riprese, e con toni talora dileggiatori, la ‘non essenzialità’ di questo tipo di studi ai fini della sopravvivenza della specie.

‘Teoria e Storia del Diritto Privato’ prenderà parte attiva al dibattito, lanciando una inchiesta sulle nuove strade della cultura, in collaborazione con l’ATSSIG (Associazione di Teoria, Storia e Sociologia delle Istituzioni Giuridiche). In previsione di imminenti incontri di studio sul tema (alcuni dei quali promossi dal C.U.N., al fine di individuare i criteri di valutazione dei prodotti scientifici dell’area umanistica, altri sollecitati dai soci dell’ATSSIG), mi sembra che prendere in sommaria analisi gli a priori della problematica può rivelarsi utile a un approccio consapevole e critico con l’intricata materia. Esaminiamo allora i dati, e per la precisione quelli maggiormente ‘sensibili’.

Il primo ostacolo che i cultori delle scienze umane e sociali si trovano di fronte sembrerebbe – paradossalmente – posto proprio dalla disciplina che più di ogni altra, nella visuale ora segnalata, si dovrebbe considerare come la meno indispensabile (sul piano della stretta materialità, s’intende) alle esigenze alimentari dell’essere umano, ovvero la filosofia. Ma ciò solo se risponde al vero quanto comunemente si afferma, e cioè che l’origine delle riserve sulla ‘scientificità’ delle scienze umane e sociali affonda le sue radici nel pensiero filosofico, e segnatamente nella filosofia della scienza: quod est demonstrandum, appunto.

Tenterò dunque di procedere a una verifica, anche se solo per sommi capi, di questo luogo comune, risalendo indietro nel tempo, rispetto alla recente evoluzione – meglio: degenerazione – del dibattito avviato dalla filosofia della scienza tra fine Ottocento e inizio Novecento. Individuare i criteri di demarcazione tra ‘scienza’ e ‘non scienza’: ecco l’imperativo che impegna questo ambito del sapere, da quando sir Karl Raimund Popper (1902-1994) – «il più grande filosofo della scienza mai esistito», come lo ha definito il Premio Nobel Peter B. Medawar – pubblica, nel 1934, la sua prima opera, The Logic of Scientific Discovery. Popper vi afferma, forse provocatoriamente – dopo la sua conversione dal marxismo al liberalismo sociale –, la mancanza di scientificità della psicoanalisi, dell’astrologia e del materialismo dialettico marxista, in quanto discipline basate su teorie «non falsificabili». Poco importa, tutto sommato, almeno per quel che qui si discute, che Popper abbia proposto quale criterio di demarcazione tra ‘scienza’ e ‘non scienza’ quello – peraltro assai contestato – della falsificabilità (secondo cui una teoria è scientifica solo se essa è falsificabile dall’esperienza, cioè passibile di smentite). Il sasso lanciato nello stagno è stato piuttosto un altro: avere tracciato la nuova strada maestra della filosofia della scienza, che da quel momento si è direzionata verso la ricerca dei canoni idonei alla valutazione della ‘scientificità’ (e del quantum di scientificità) delle discipline e dei saperi.

Popper non era stato certo il primo studioso a mettere sul tappeto la problematica della natura e dell’og-getto delle scienze. La ‘fine’ della tradizionale ‘unitarietà della conoscenza’ era stata sancita già nel 1894, quando Wilhelm Windelband aveva affermato la necessità di operare una distinzione tra ‘scienze della natura’ e ‘scienze storiche’, in base al loro oggetto: le prime ‘idiografiche’, cioè descrittive della specificità del singolo fatto, le seconde invece ‘nomotetiche’, vale a dire tendenti a «porre leggi» dei fatti.

Di qui il dibattito sulla peculiare scientificità delle scienze umane, sviluppato nell’arco di pochi anni da Dilthey e da Rickert, e incentrato sulle differenze tra ‘scienze della natura’ e ‘scienze dello spirito’. Sulle orme di Windelband si è posto innanzitutto Wilhelm Dilthey (1833-1911), filosofo e psicologo, ricordato principalmente come fondatore dello storicismo tedesco, benché le sue teorie nel campo della filosofia della scienza abbiano sortito rilevanti effetti sul pensiero successivo. Nella sua prima opera (Introduzione alle scienze dello spirito del 1883) Dilthey delinea le differenze tra l’oggetto di indagine delle scienze naturali (che sono volte a individuare le uniformità del mondo osservando la fenomenologia esterna all’uomo), rispetto a quello delle scienze dello spirito (le quali tendono a vedere l’universale nel particolare, ricercando all’interno dell’uomo). Risale dunque a Dilthey la distinzione, destinata a divenire poi tralaticia, tra ‘scienze della natura’ e ‘scienze dello spirito’.

Dal canto suo, il filosofo Heinrich Rickert (1863-1936), allievo di Windelband, accoglie in pieno la convinzione del Maestro circa la necessità di considerare in modo separato le ‘scienze storiche’ (espressione che peraltro Rickert significativamente modifica in ‘scienze della cultura’) e le ‘scienze della natura’. Ma, a differenza di Windelband, Rickert ne caratterizza la specificità non in relazione all’oggetto, bensì al metodo: la stessa realtà empirica – osserva Rickert nella sua opera fondamentale, Scienza della natura e scienza della cultura, del 1899 – può essere studiata sia alla stregua di ‘natura’, sia di ‘storia’. Più precisamente, nel primo caso essa, una volta trattata con il metodo delle scienze naturali, verrà valutata in base alla sua ‘universalità’; nel secondo caso, considerata con il metodo delle scienze storiche, essa sarà posta in relazione alla sua particolarità. In un certo senso, Rickert opera così una significativa ‘riunificazione’ della conoscenza e della cultura, almeno con riguardo alla interscambiabilità dei metodi della ricerca.

È inoltre di rilievo quanto Rickert ha cura di sottolineare in ordine al metodo dello storico: l’‘indivi-duale’ assunto a oggetto delle scienze storiche deve essere solo quello «significativo». Perciò, l’‘individuale’ da trattare nelle scienze della cultura è sempre frutto di una «scelta» operata da parte dello studioso, scelta orientata dal «valore» che l’‘individuale’ esprime. L’importanza del pensiero di Rickert sfugge ove si prescinda dalla sua accezione di ‘valore’. Si tratta, per Rickert, di valori pre-posti agli eventi, di valori «assoluti», che è merito dei ricercatori riconoscere. Ciò significa che lo studioso di scienze della cultura non esprime giudizi di valore sui «valori», ma si limita a ‘riconoscerli’, ove essi sussistano.

La prima osservazione che ci consente questo rapido excursus non è – ai nostri fini – di poco conto: al pensiero di Windelband, Dilthey e Rickert non solo risulta del tutto assente qualunque giudizio di disvalore sulle ‘scienze dello spirito’, ma non trapela minimamente neppure la tendenza a creare una ‘gerarchia’ dei saperi.

Questo era solo l’esordio del dibattito. A partire da queste speculazioni di fine Ottocento, la filosofia della scienza si è incessantemente prodigata nella febbrile ricerca dei criteri di classificazione e di valutazione delle scienze, aprendo un dibattito serrato e ancora oggi tutt’altro che sopito.

I nuovi orientamenti, propri del Novecento, possono dirsi introdotti da Max Weber (1864-1920), la cui formazione e il cui pensiero appaiono almeno in qualche misura influenzati dai frequenti contatti, stabiliti nella casa paterna, con personalità scientifiche della statura di Mommsen e Dilthey.

A partire dal 1904, nelle sue opere Weber rileva che le scienze naturali si caratterizzano per la mera ‘speranza’ di pervenire, attraverso l’astrazione generalizzante e l’analisi del dato empirico, a una conoscenza di tipo monistico e puramente ‘oggettiva’ dell’intera realtà. Ma la conoscenza che ne deriva – conclude Weber con toni critici, ponendo gli spunti del successivo relativismo kuhniano – assume la fisionomia di un sistema concettuale dotato di «validità metafisica» e di forma matematica. Weber si ispira a Rickert, nel riproporre la distinzione tra scienze naturali (in cui le regolarità osservate si possono cogliere ricorrendo a quantificazioni e misure) e ‘scienze storico-sociali’, ma poi tende ad assoggettare le prime al metodo di ricerca proprio delle seconde, il cui oggetto e scopo è costituito dalla comprensione sociale (in quanto ‘causale’) dell’a-gire sociale. Per Weber, infatti, esiste una sola scienza, perché unico è il criterio di scientificità delle diverse discipline: quello delle spiegazioni causali. La scientificità sussiste perciò anche in presenza di scelte e selezioni effettuate dal ricercatore, in quanto l’universalità del sapere non è condizione di scientificità.

Di centrale importanza, per la sua originalità e fecondità di spunti, è l’‘affondo’ weberiano sui compiti dello scienziato. Il ricercatore opera le sue scelte con riferimento ai ‘valori’, che Weber non qualifica come etici, o assoluti, universali, oggettivi, incondizionati: riferirsi ai valori deve significare, per il ricercatore, optare per una scelta tecnica che garantisca al meglio un esito scientifico. L’‘oggettività’ è infatti per Weber un criterio molto relativo, dal momento che la conoscenza non si può mai rappresentare come una riproduzione integrale e definitiva della realtà, per la relatività stessa dei criteri della ricerca. Perciò, il destino dello scienziato è quello di venire superato continuamente, in un lavoro senza fine.

Date queste premesse, è chiaro che Weber non ammetta l’esistenza di scienze privilegiate (e che rifiuti, in particolare, la riduzione della sociologia a scienza ausiliaria delle scienze storiche). Ma la conseguenza più significativa della costruzione weberiana – almeno per ciò che qui più interessa – è l’‘avalutabilità’ della scienza come principio logico: un principio, questo, che molti dei lettori di Weber hanno tanto criticato quanto frainteso. «Tutte le scienze naturali – afferma Weber al riguardo – danno una risposta a questa domanda: cosa dobbiamo fare se vogliamo dominare tecnicamente la vita?». Ma esse non rispondono al quesito se davvero vogliamo o dobbiamo dominare la vita, e su che senso tutto questo possa avere; «esse lo lasciano del tutto in sospeso». Gli interrogativi sul significato della vita non possono trovare una risposta razionale nell’epoca moderna, ove il tipo di razionalità che domina – asserisce Weber – è la razionalità rispetto allo scopo. Per Weber la ragione va ricercata nel moderno «politeismo dei valori», cioè nella inesistenza di criteri razionali e universali in ordine ai valori, che rientrano pertanto nella sfera della ‘decisione’ e della responsabilità assolutamente personale del singolo. La conseguenza più rilevante per la scienza è la sua ‘avalutabilità’, da riferirsi ai «giudizi di valore». La scienza non può essere oggetto di giudizi di valore, perché i criteri di tali giudizi non possono, a loro volta, essere resi universali e vincolanti dalla scienza: ciò non deve essere interpretato come una ‘liberazione’ dello scienziato dalla responsabilità etica, ma il ‘valore’ cui deve tendere il ricercatore consiste nella scelta puramente ‘tecnica’ del percorso che conduca al migliore risultato possibile. La ‘avalutabilità’ della scienza, in altri termini, è un concetto atto a sottolineare la totale eterogeneità tra l’ambito del sapere e quello della valutazione, tra l’ambito fattuale e la sfera etico-morale.

Superfluo precisare che la ‘valutazione’ cui Weber allude è quella etico-morale, non certo il giudizio sulla qualità del lavoro svolto dallo scienziato! Constateremo a breve quanto questa pur banale precisazione rivesta non poca importanza con riguardo all’attuale tendenza a considerare ‘scienze’ le sole discipline ‘valutabili’ – in senso non weberiano – mediante calcoli e misurazioni, per valore dei risultati e correttezza dei metodi di ricerca.

Emerge con evidenza come ancora in Weber non vi sia traccia di giudizi di valore sulla importanza o utilità delle diverse scienze e tanto meno di tentativi di assegnare la primazia a questa o quella disciplina, rispetto ad altre.

Fin qui, non risulta dunque ancora chiarita l’origine della recente affermazione del criterio della ‘valutabilità’ come indice di ‘scientificità’ (o di ‘non scientificità’) dei saperi. Come è noto, nell’ambito accademico e, più in generale, all’interno delle diverse comunità scientifiche, il dogma odierno della ‘valutazione’ delle scienze non tocca affatto il profilo etico, ma postula la necessità di giudicare i prodotti giuridici secondo i criteri propri delle scienze naturali. Ma nel momento in cui si è tentato di sottoporre ai medesimi parametri di valutazione le scienze della natura e le scienze umane e sociali si è constatato che queste ultime risultano inevitabilmente ‘deficitarie’ sotto alcuni profili. Non è quindi mancato chi ha richiamato al riguardo – decontestualizzandola – la nota asserzione di Leonardo da Vinci, secondo cui «Nessuna umana investigazione si può dimandare umana scienza s’essa non passa per le matematiche dimostrazioni», per poi concludere che le materie non incluse nelle scienze della natura non sono affatto ‘scienze’. Il ‘teorema’ si è dato così per dimostrato.

Le reazioni non si sono fatte attendere: per contro si sono presto schierati i c.d. ‘dualisti’, convinti assertori della specificità assoluta delle scienze umane e quindi della necessità di sottoporle a peculiari criteri di valutazione. Poi, che per alcuni aspetti la diatriba abbia assunto toni alquanto aspri e vagamente punitivi nei confronti di certe discipline lo dimostra quello, tra i ‘corollari’ del teorema-valutazione, che purtroppo oggi maggiormente tende ad assumere la veste di dato acquisito: la contrapposizione, di origine americana, ‘hard sciences’/‘soft sciences’, che nella poco soddisfacente traduzione italiana corrente suona ‘scienze dure’/‘scienze molli’.

Si tratta di un risultato innegabilmente mortificante per i cultori delle scienze umane e sociali, posto che la dicotomia con tutta evidenza è stata coniata per valorizzare e privilegiare le pretese ‘scienze dure’, rispetto a quelle che, con espressione dispregiativa, sono state qualificate ‘scienze molli’: le scienze umane e sociali. Generalmente, la distinzione in oggetto viene utilizzata per differenziare le scienze basate su dati sperimentali e riproducibili, in contrapposto a storia, diritto, letteratura, filosofia, sociologia, secondo alcuni orientamenti persino alla matematica, dette ‘scienze molli’ perché caratterizzate dal minore rigore delle basi teoriche e, perciò, dei metodi della ricerca.

Una ‘costruzione teorica’, questa, che sembra ormai accolta ovunque con entusiasmo dai cultori delle pretese ‘scienze dure’, vuoi per ragioni di prestigio, vuoi per l’evidente rimbalzo di questa impostazione: innanzitutto la conseguente conclusione secondo cui le scienze umane e sociali, in quanto ‘non valutabili’, ‘non sono scienze’; poi, la propensione a sottostimarne l’importanza sociale; e ‘last, but non least’, certamente, la tendenza a non finanziarle, se non miseramente, e per lo più obtorto collo.

Le inevitabili proteste degli ‘umanisti’ vengono spesso tacitate, nelle conversazioni salottiere, a suon di dotte citazioni: Dilthey, Weber e Popper sono gli autori più di frequente invocati nell’esaltazione delle ‘scienze dure’ e a scapito delle pretese ‘scienze molli’. Ma siamo proprio certi della ‘verità’ profonda e attendibile di questa distinzione? E non è forse giunto il momento di chiederci se per caso l’attuale uso della dicotomia ‘scienze dure’/‘scienze molli’ non abbia affatto quei nobili natali che per abile suggestione siamo stati indotti a credere?

Perché di sicuro quelli che ho pocanzi indicato non sono certo gli esiti voluti e neppure lontanamente immaginati da Dilthey, Windelband, Rickert, Weber e Popper. Anzi, persino quest’ultimo – il più citato dai convinti assertori della non ‘scientificità’ delle ‘scienze molli’ – se pure distingue le scienze della natura da alcune ‘non scienze’, identifica dette discipline, a suo avviso prive degli indici di ‘scientificità’, solamente nell’a-strologia, nella psicoanalisi (ma con cautela, precisando che tale materia avrebbe potuto evolversi in senso ‘scientifico’ nei suoi sviluppi futuri) e infine nel materialismo dialettico marxista, lasciando dunque per certo al di fuori della sua stigmatizzazione – almeno per quanto mi risulta – la storia, il diritto, l’economia, la letteratura e la filosofia.

Inoltre, ed è quello che qui più conta, Popper si tiene sempre ben distante da quel ‘mito del dato’ che oggi è profondamente legato alle scienze della natura, ovvero dall’esaltazione del dato empirico, assumibile nella sua ‘purezza aconcettuale’. Al contrario, Popper – sulla scia di Weber – si dichiara convinto che le scoperte, nell’ambito delle scienze della natura, vengano guidate dalla teoria e che perciò la credenza nella certezza scientifica e nell’autorità della scienza sia da considerarsi illusoria. La «scienza onesta» – come Popper la definisce – è quella praticata dallo scienziato che, lungi dal cercare conferme delle proprie teorie, trasformandole in «metafisica infalsificabile» (cioè non esposta a dati contraddittori), si impegna piuttosto per confutarle, al fine di sostituirle con dottrine migliori. Tutta la filosofia della scienza di Popper si fonda sull’idea che la caratteristica del metodo scientifico proprio della ‘scienza onesta’ consista nel costante e rigoroso atteggiamento critico, nel rifiuto di qualunque forma di dogmatismo, criterio, questo, condiviso da entrambe le tipologie di sapere scientifico. L’attuale concezione e l’attuale impiego della contrapposizione tra ‘scienze’ e ‘non scienze’ sono dunque assai distanti dalle convinzioni di Popper.

Si resta delusi anche se si ricerca la matrice filosofica del prestigio che oggi si arrogano le ‘hard sciences’ nel pensiero del più significativo critico di Popper, il filosofo statunitense Thomas Kuhn, che con l’opera apparsa nel 1962, The structure of scientific revolutions, ha realizzato una rottura decisa con la concezione popperiana della scienza. Intenzionato a rifuggire da ogni astrazione, Kuhn richiama l’atten-zione sull’effettività della pratica scientifica e sulle modalità di validazione della conoscenza, così come queste vengono messe in atto dalle diverse comunità scientifiche. Ed eccoci al punto: Kuhn sottolinea come la decisione sulla veridicità di una determinata teoria sia solo raramente il risultato dell’applicazione di un metodo rigoroso e assai più spesso la conseguenza di giudizi di tipo ‘soggettivo’: il criterio con cui un ‘paradigma’ (scil.: l’insieme di dottrine, leggi e strumenti che definiscono una tradizione di ricerca in cui le teorie sono accettate universalmente) prevale su altri consiste non necessariamente nei suoi pregi oggettivi, quanto piuttosto nella sua ‘forza persuasiva’ e nel grado di consenso che esso riesce a conquistare in seno alla comunità scientifica.

Kuhn è stato criticato, perché la sua convinzione che la scienza (ogni scienza!) sia il risultato di un consenso, e non di criteri oggettivi ha dato adito a sospetti di ‘relativismo’, assai poco ben accetti ai cultori delle c.d. ‘scienze dure’.

D’altra parte, neppure la lettura delle opere di Jürgen Habermas dà ragione dell’attuale uso della distinzione tra ‘scienze dure’ e ‘scienze molli’: il dualismo tra ‘scienze della natura’ e ‘scienze della cultura’ viene in buona misura rifiutato, nel momento in cui Habermas, ripercorrendo i punti nodali del contrasto tra ‘scienze nomologiche’ e ‘scienze ideografiche’ preferisce costruire ponti tra i vari ambiti del sapere (segnatamente, tra filosofia, storia e diritto). La tripartizione degli ambiti disciplinari, suggerita da Habermas, tra scienze empiriche ‘analitiche’ e ‘comprendenti’ e scienze ‘ricostruttive’ è certamente legata alla sua idea di razionalizzazione culturale; e il ‘decentramento’ della cultura tradizionale auspicato da Habermas comporta la differenziazione e l’autonomizzazione delle diverse sfere culturali, dal momento che scienza, arte, religione, diritto, morale etc. posseggono propri standard di razionalità e proprie istituzioni (c.d. ‘sistemi dell’agire’). Ma è ben lontano dal pensiero di Habermas l’intento di creare una ‘gerarchia dei saperi’ e tanto meno di assoggettare le scienze ricostruttive ai ‘sistemi dell’agire’ delle altre discipline.

Non è certo dalla migliore filosofia della scienza, dunque, che ci proviene la dicotomia ‘hard sciences’/‘soft sciences’, e tanto meno la condanna alla ‘non scientificità’ di diritto, filosofia, storia, sociologia, letteratura, matematica etc. La distinzione in oggetto costituisce insomma solo una ‘Vulgata’, frutto di fraintendimenti, anche grossolani, se non di vere e proprie mistificazioni e forzature di terminologie o di concetti mutuati, sì, dalla filosofia della scienza, ma disordinatamente estrapolati e decontestualizzati dalle loro sedi originarie. Una ‘Vulgata’ di successo, certo, perché funzionale al prestigio e alle esigenze di alcune discipline o forse anche di alcuni potenti gruppi di ricerca.

Accettare acriticamente e con atteggiamento passivo questo ‘Diktat’ non è più possibile, una volta constatati i nefasti influssi che esso ha prodotto sull’at-tuale percezione del valore delle scienze umane e sociali. È pur vero che molti ‘umanisti’, arresisi alla nuova terminologia, nel corso degli anni sono corsi ai ripari, tentando di attribuire contenuti positivi alla locuzione ‘scienze molli’, interpretandola come allusiva sia alla ‘flessibilità’ del ragionamento richiesto da questo tipo di ricerche, sia alla sua natura ‘complessa’. Ma si tratta di una ben magra soddisfazione, ove si consideri che i cultori delle c.d. scienze dure, specie in America, si sono nel frattempo messi a guardare alle ‘scienze molli’ come a ‘non scienze’, a causa delle loro peculiarità metodologiche. E il rimbalzo pratico di questo ormai diffuso convincimento è stato devastante per le scienze umane e sociali.

Basta dare uno sguardo alla modulistica da compilare ai fini della richiesta dei finanziamenti europei della ricerca per rendersi conto di come l’a priori –inespresso – dei bandi sia costituito dall’intento di finanziare in via esclusiva ricerche mediche, ingegneristiche e similari. Il fatto stesso che tale obiettivo non sia esplicitato nel bando insinua il sospetto che vi sia sottesa la convinzione (talmente ferma, che non si ritiene neppure di doverne fare menzione e tanto meno di fornirne una giustificazione) che la ‘ricerca scientifica’ sia propriamente solo quella concernente le c.d. ‘scienze dure’. Sta di fatto, dunque, che il modo di percepire il ‘peso’, il ‘prestigio’, l’importanza delle scienze umane e sociali nell’odierno universo del sapere è, per queste ragioni, molto cambiato rispetto al passato, ovviamente in peggio.

Ma veniamo a quel che più conta: pagherà bene, nella formazione delle generazioni future, questa virata verso una sopravvalutazione delle ‘scienze dure’ e tecnologiche?

A prescindere da quanto possa spaventare – almeno a chi scrive – la prospettiva di un futuro sempre più povero di ‘scienze dello spirito’, entriamo nella dimensione concreta, terreno sul quale sembra ormai che si debbano giocare tutte le partite ingaggiate dal mondo della cultura.

Cominciamo dal nuovo dogma della ‘produttività’: ebbene, da questo punto di vista è fatto notorio che la cultura e la ricerca – tutta la cultura e tutta la ricerca, non solo quella incentrata sulle ‘scienze dure’ – provochino un incremento del PIL. Preliminare, rispetto alla ‘individuazione’ degli indici di produttività e alla sua misurazione, è però un altro dogma, cioè quello della ‘valutazione’. Abbiamo già constatato che si tratta di un concetto prismatico e anfibologico, in quanto la valutazione è da intendersi talora come strumento, talaltra come obiettivo. In ogni caso, oggi i processi di valutazione si considerano unanimemente di primaria importanza negli ambiti più disparati (imprese, enti pubblici e privati, istituti di cultura e di formazione etc.). Qui il problema è triplice: la valutazione si intende sia come procedimento al cui affinamento la scienza deve contribuire, sia come procedimento al quale la scienza si deve sottoporre, sia come strumento di perseguimento di svariate finalità da precisarsi. L’importanza dell’apporto delle scienze umane e sociali nell’affinamento dei processi di valutazione e motivazione delle risorse umane in ogni tipo di organizzazione è ormai ampiamente dimostrata e fuori discussione. Ciò che ancora resta in ombra, per la confusione che regna in materia, è il problema dell’esatta individuazione degli oggetti della valutazione, dei criteri da adottare ai fini della valutazione, della attendibilità dei risultati della valutazione quali elementi di giudizio e, infine, decisionali. E non può che essere compito delle scienze umane e sociali definire questi problemi tuttora irrisolti.

Rimane un nodo da sciogliere: l’argomento principe, che in ultima analisi si ‘sfodera’, per ammutolire i cultori delle scienze umane e sociali. Queste – si afferma – non costituiscono vere scienze, in quanto i risultati delle relative ricerche non sono ‘valutabili’ secondo criteri oggettivi.

La replica potrebbe essere sin troppo facile: quanto siano ‘oggettive’ le valutazioni dei risultati delle scienze dure lo ha dimostrato egregiamente – mi si perdoni l’ironia – la vicenda di Galileo Galilei, tanto per citare quella più macroscopica. Ma se questa è l’accusa (scil. la non-valutabilità delle scienze umane e sociali), siamo pronti a controbattere con argomenti ben più tecnici: anche le ricerche vertenti sulle scienze umane e sociali sono valutabili, naturalmente con criteri specifici, e quindi per certi aspetti diversi rispetto a quelli adottati ai fini della valutazione dei prodotti scientifici delle scienze esatte.

E appunto nella individuazione di criteri di tipo ‘qualitativo’, che rappresentino la soglia minima per assicurare una qualità del prodotto scientifico umanistico, concordata collettivamente, si è di recente impegnato un gruppo di esperti proveniente da diverse aree delle scienze esatte e umanistico-sociali, costituitosi a Roma presso il C.N.R. Il documento in cui si articola la proposta rappresenta un ottimo punto di partenza, ma la discussione sul tema della valutazione delle scienze umane e sociali si è appena aperta. Sperimentazione, dialogo, confronto potranno condurre a un risultato soddisfacente sul piano della valutazione e, soprattutto, restituire alle discipline umanistiche quel ‘peso’, tradizionale nel mondo della cultura europea, che rischiano altrimenti di perdere.

L. S.