L’approccio della sociologia al rischio ambientale

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“… la società del rischio è anche

la possibilità di una società autocritica”

(Ulrich Beck, 2000)

1. Il destino del rischio

Il tema del rischio ambientale, per la sua complessità e per la sua crucialità nella vicenda della società contemporanea, si presta ad essere osservato da molteplici punti di vista: politico, economico, ecologico in senso stretto, ambientalista, etico, giuridico, storico, religioso, culturale, comunicativo… In ciascuna di queste ottiche si rilevano peculiarità e sconfinamenti e, d’altra parte, il bisogno di un atteggiamento collaborativo tra i diversi saperi e specialismi si presenta come una necessità non più rinviabile, vista l’urgenza di affrontare problemi di natura globale che investono radicalmente il rapporto della società e della scienza con la natura.

Che si sia al limite della compatibilità sociale di un modello di sviluppo basato sull’indefinita manipolazione dell’ambiente e delle sue risorse è fin troppo dimostrato da problemi quali, ad esempio, l’effetto-serra, il buco nell’ozono, il mutamento climatico.

Ma quel che salta agli occhi di una disciplina come la sociologia, nata con l’industrializzazione e la diffusione della società industriale, cioè nel cuore della modernità e alla società moderna legata a filo doppio in quanto ne esprime in forme precipue l’auto-consapevolezza scientifica, è che il rischio attuale rimanda «ad una incertezza e ad una insicurezza che vanno oggi aldilà di quanto inscritto nella prima, solida, modernità»[1].

Qualità e dimensioni del rischio ambientale, quindi, hanno spinto il pensiero sociologico a interrogarsi soprattutto sulle differenze e i cambiamenti tra la prima e la seconda modernità (o postmodernità, per chi preferisce accentuare l’aspetto della discontinuità). Ed è su questo terreno che si sono prodotte le analisi di maggiore interesse e fecondità.

Anthony Giddens si è impegnato nella definizione del «profilo di rischio» tipico della nostra società, indicandone le caratteristiche sia oggettive (natura dei rischi) che soggettive (percezione), collocando così tra le prime la portata e la distribuzione globale dei fattori di rischio; tra le seconde, una sempre maggiore diffusione della coscienza del rischio e allo stesso tempo una minore fiducia dei cittadini nelle capacità correttive della scienza. Queste dimensioni, secondo il sociologo inglese, non fanno che esaltare la condizione propria dell’individuo moderno, e ancor più del soggetto tardo-moderno, che consiste nella necessità di orientarsi e di agire nel mondo senza i vincoli né i binari precostituiti dalle esperienze del passato. L’odierna rischiosità, quindi, non fa che ingenerare un aumento di riflessività suscitando approcci critici alla realtà, discussioni, valutazioni, nuove scelte e possibilità di azione[2].

Ulrich Beck, anch’egli tra i massimi studiosi della seconda modernità, dal canto suo, ritiene che si debba partire da una riflessione su come «i rischi e i danneggiamenti si insinuano ovunque silenziosamente e indipendentemente dalla libera (!) scelta». Ne consegue una constatazione per nulla rassicurante: «Oggi nella società sviluppata c’è una sorta di destino del rischio entro cui si nasce e a cui, per quanti sforzi si facciano, non ci si può sottrarre»[3]. In questo carattere della realtà contemporanea, cioè nel ritorno a una forma imprevista di “ascrittività”, egli individua una significativa differenza con la prima modernità. «Nella civiltà sviluppata che aveva fatto la sua comparsa per superare le ascrittività, aprire agli uomini nuove possibilità di scelta e liberarli dal giogo della natura, sta quindi emergendo una nuova forma di ascrittività globale del rischio di fronte a cui i margini di decisione individuale non esistono quasi più, perché le sostanze inquinanti e tossiche sono intrecciate con la base naturale e con i processi vitali elementari del mondo industriale. L’esperienza di questa esposizione al rischio senza spazi di decisione rende comprensibile gran parte dello shock, della rabbia impotente e del senso di perdita di un orizzonte di futuro con cui molti […] reagiscono alle conquiste della civiltà tecnologica»[4].

Ma se si torna a parlare di destino, di riduzione della decisionalità umana, nonché di scarsa affidabilità delle risposte tecnologiche alle minacce ambientali, una domanda diventa più che legittima: stiamo forse assistendo a una sorta di declino della ragione? O meglio di quel tipo di ragione che ha diretto fin qui lo sviluppo del modello egemone di civiltà? In proposito, ci sembra illuminante la risposta di Luigi Pellizzoni, che chiama in causa non un’astratta e neutra “ragione” bensì la razionalità “strumentale” già oggetto dell’acuta critica dei francofortesi, a partire da Max Horkheimer[5]. «Quel che è certo – afferma Pellizzoni – è che la questione ecologica mette in discussione la razionalità formale, calcolatrice, ‘individualista’, che sta al cuore della modernità»[6].

Si tratta di capire, tuttavia, se la messa in crisi di questa razionalità “strumentale” e “strategica” finora dominante, possa aprire spazi di creatività e praticabilità per nuove sfide che si prospettano alla ragione e all’umanità, piuttosto che suggerire atteggiamenti fatalistici, cinici o rinunciatari.

2. Dalla società di classe alla società del rischio; dall’ideale dell’uguaglianza all’ideale della sicurezza

La novità della distribuzione dei rischi è che essa non è per nulla simile alla distribuzione della ricchezza. Respiriamo tutti la stessa aria, beviamo la stessa acqua, siamo esposti a malattie che non conoscono confini di classe. Si potrebbe affermare perciò, con Beck, che «la povertà è gerarchica, lo smog è democratico»[7].

Ma, almeno in una certa misura, – è lecito obiettare – «i rischi sembrano rinsaldare la società di classe, non superarla»[8]. Le persone che possono contare su redditi elevati e su un buon livello d’istruzione hanno maggiori possibilità di difendersi dai rischi o di neutralizzarli. Ciò vale, ad esempio, per la scelta dei luoghi in cui risiedere o dello stile igienico-alimentare da adottare. Abitazione, cibo, tempo libero, qualità dei consumi si evidenziano oggi come gli ambiti in cui le disuguaglianze sociali di un tempo si ripropongono, sia pure in forme rinnovate. Ebbene, questo dato, pur così facilmente osservabile, non è in grado di misurare né di svelare la vera natura dei rischi contemporanei.

La ricerca individuale di riparo e/o di compensazione nei confronti del rischio, infatti, nelle nostre società può mostrarsi efficace solo in maniera molto limitata. La ragione di ciò sta nella irriducibile «tendenza alla globalizzazione» che è tutt’uno con il «modello distributivo dei rischi della modernizzazione»[9]. Ci spiega Beck: «Alla produzione industriale si affianca un’universalizzazione dei pericoli indipendente dai luoghi della loro produzione: su questa terra le catene alimentari collegano praticamente tutto con tutti, non hanno confini. L’acido contenuto nell’aria non si limita ad erodere sculture e tesori d’arte, ha dissolto già da tempo anche le moderne barriere doganali. Anche in Canada i laghi contengono acque acide, e i boschi muoiono anche nell’estremo nord della Scandinavia»[10].

Non sono certo i confini degli Stati-nazione a bloccare gli effetti dannosi delle sostanze inquinanti. Il carattere mondiale del degrado ambientale richiede di conseguenza provvedimenti sovranazionali. Si deve prendere atto che la modernità ha necessità di scegliere una nuova direzione. In alcuni casi essa si è già affacciata nella forma di un rifiuto radicale dei termini “progresso”, “benessere”, “crescita economica”, “razionalità scientifica”, delineando una conflittualità che fa pensare a «moderne guerre di religione», in quanto «lotte per certi versi più simili alle guerre di religione del XIX e degli inizi del XX secolo» [11].

La conseguenza socio-politica più interessante, perché carica di potenzialità innovative, sta nella formazione di «un’inedita comunanza tra minacciati la cui portata politica tuttavia è ancora tutta da definire»[12]. Chiarito che quelle del rischio non sono società comprensibili in termini di classe, Beck intravede al loro interno «un’esplosiva dinamica di sviluppo verso maggiore democrazia di base»[13].

Questa potenzialità non appare però incamminata verso uno sviluppo semplice e lineare. Al contrario, si presenta piuttosto difficile, nonché esposto a deviazioni, il passaggio dall’esistenza di fatto di «obbiettive comunità di pericolo» ad una «soggettività politica» capace di trasformare il presente e di orientare il futuro. Condividere lo stesso pericolo non comporta per via deduttiva la «comunanza di una volontà e di un agire politico», come dimostrano le resistenze, le battute d’arresto, le retromarce e le promesse non mantenute che segnano l’accidentato percorso degli accordi internazionali sulla riduzione delle emissioni di gas serra nell’atmosfera, o la vicenda altrettanto emblematica del ricorso all’energia nucleare.

Conviene allora chiedersi che cosa intenda Beck quando ci guida, sul piano interpretativo, verso la previsione di una «maggiore democrazia di base». In realtà, questo orizzonte implica due fattori: da un lato, il movente della «paura» che da solo non basta; dall’altro, la possibilità di una «politicizzazione riflessiva» dei conflitti generantisi dai rischi[14].

Anche in questo caso, per poter cogliere tutta la novità della situazione, si rivela utile la comparazione con la società di classe e le sue tipiche forme di solidarietà. Vengono così in rilievo profonde differenze tra le due società. «Le società di classe nella loro dinamica di sviluppo rimangono legate all’ideale dell’uguaglianza […] Non così per la società del rischio. Il progetto normativo alternativo che sta alla sua base e la spinge avanti, è la sicurezza. Al posto del sistema dei valori della società ‘diseguale’ subentra quindi il sistema valoriale della società ‘insicura’». E ancora: «Mentre l’utopia dell’uguaglianza contiene una quantità di fini sostanziali e positivi riferiti al cambiamento della società, l’utopia della sicurezza rimane peculiarmente negativa e difensiva. In fondo, nel suo caso non si tratta più di ottenere qualcosa di ‘buono’. Ma soltanto di evitare il peggio: l’obiettivo che emerge è l’autolimitazione»[15].

È questo un obiettivo ad alto tasso d’implicazioni, che pone in discussione il modello di economia, di razionalità, di scienza e di civiltà che fino ad oggi ha diretto le sorti del mondo e che si trova ora a dover fare i conti con la rottura conclamata del legame tra produzione di ricchezza e benessere[16]. Si manifesta con questa rottura, osserva Piero Bevilacqua, l’insostenibilità dello sviluppo. «Dunque, con l’esperienza dello sviluppo l’umanità ha percorso la discesa agli inferi di altri precedenti fenomeni storici: ha visto trasformarsi il mezzo in scopo, gli uomini ridotti a strumenti della corsa verso la crescita senza fine»[17].

3. Il potenziale sociale e politico della società del rischio

La tesi di Beck è che si è aperta «un’epoca sociale in cui la solidarietà della paura […] diventa una forza della politica». Ma, allo stesso tempo, avverte: «È tutto da chiarire che effetti abbia la forza di coesione della paura. Fino a che punto reggono le comunanze prodotte dalla paura? […] La paura spingerà gli uomini verso l’irrazionalismo, il fondamentalismo, l’estremismo, il fanatismo? Finora non aveva mai costituito il fondamento di un agire razionale. Questo assunto ha forse perso la propria validità? »[18].

La soluzione di questi nodi non appare affatto facile. Risultano però stimolanti alcuni spunti che lo stesso sociologo ci offre, in particolare quando mette a tema il potenziale di riflessività[19] della società del rischio e la cosiddetta «apertura dei confini della politica». Sono queste due dimensioni a mettere in gioco la società del rischio come «società autocritica», che ha nella paura solo una spinta iniziale non risolutiva.

La critica della razionalità scientifica, economica e politica costituisce la più matura espressione di riflessività e in quanto tale essa è in grado di mostrare i limiti di ciascuno di questi ambiti. Non solo: in quanto frattura storica, la società del rischio comporta un ripensamento necessario «di razionalità, di conoscenza e di prassi»[20]. Basti pensare che la fine della latenza del rischio e della sua compatibilità mette in crisi la logica produttivistica e, in una prospettiva di modernità riflessiva, tende a rompere il monopolio della scienza e della politica.

L’elevato livello di differenziazione e di ipercomplessità che le scienze raggiungono nella fase della “scientifizzazione riflessiva” comporta come conseguenza una sempre maggiore autonomia della sfera dell’applicazione da quella della conoscenza, della prassi dalla teoria.

Mentre nel corso della “scientifizzazione primaria” il rapporto tra scienza e destinatari (politici, agenti economici, amministratori) si risolveva in una relazione tutto sommato gerarchica, secondo la quale le conoscenze venivano imposte dall’alto; nella fase riflessiva, i destinatari diventano addirittura “coproduttori” di conoscenza. Ad esempio, immaginiamo che in presenza di un problema ambientale – rifiuti, traffico, emissioni tossiche – si offrano diversi approcci scientifici e quindi diverse soluzioni, è la politica che è chiamata a scegliere e ad operare una selezione tra i vari gruppi di esperti, riducendo così l’incertezza e affermando la visione destinata a diventare quella socialmente valida. È così «che si verifica una de-monopolizzazione delle pretese di conoscenza scientifica: la scienza diventa sempre più necessaria, ma nello stesso tempo sempre meno sufficiente per la definizione socialmente vincolante della verità»[21].

Avendo fatto riferimento alla politica, è doveroso precisare di quale politica si parla, o meglio quali sono i cambiamenti che investono questa specifica sfera. Si tratta di approfondire l’idea, sostenuta da Beck ma anche da altri, secondo la quale «i rischi ambientali svolgono un ruolo cruciale nel promuovere una trasformazione della democrazia di massa»[22]. Tale trasformazione ha la caratteristica di muovere dal basso, come forma di auto-organizzazione, capace di inserirsi «ad hoc nei processi decisionali». Beck la chiama, perciò, «sub-politica» e riconosce ad essa funzioni di «co-determinazione e di controllo democratico»[23]. Per dirlo più chiaramente: «accanto al modello della democrazia specializzata acquistano realtà forme di una nuova cultura politica, nelle quali centri eterogenei della sub-politica, in virtù di un esercizio effettivo dei diritti costituzionali, influenzano il processo di formazione e di applicazione delle decisioni politiche»[24]. Senza voler enfatizzare questo processo, ma limitandoci ad osservarne gli indizi, potremmo azzardare che uno spettro si aggira nella crisi della democrazia di massa: lo spettro della partecipazione.

Il sociologo tedesco pone in risalto una «fluidificazione della politica nel processo politico», ma non si nasconde che contemporaneamente «continua a sussistere la finzione del sistema politico-amministrativo come centro della politica». In questo modo – avverte – si rallenta e si rende meno visibile quel cambiamento che dovrebbe essere al centro dell’attenzione: «l’apertura dei confini della politica»[25]. Un fenomeno di cui si cominciano a vedere alcuni esempi significativi tutte le volte in cui gruppi di cittadini, riuniti in comitati o in altre forme di organizzazioni civiche chiedono d’intervenire in decisioni importanti che riguardano la difesa dell’ambiente, la salvaguardia della salute, l’utilizzo di beni comuni, la costruzione di opere con forte impatto ambientale, l’insediamento di un’attività rischiosa, l’aumento di emissioni di onde elettromagnetiche nei pressi di centri abitati. In alcuni casi si procede alla promozione e all’istituzione di luoghi di partecipazione come le consensus conferences, le giurie di cittadini, i tavoli allargati agli stakeholders, «esperienze – ci ricorda Bruna De Marchi – comuni ormai in tutta Europa, e non solo nei paesi scandinavi e anglosassoni in cui hanno avuto origine»[26].

Lo stesso diritto internazionale e comunitario sollecita apertamente questo tipo di partecipazione. Si pensi alla Dichiarazione di Rio (1992) e al suo principio fondamentale, secondo il quale le questioni ambientali vanno affrontate non solo informandone i cittadini, ma rendendoli partecipi delle decisioni. Tale visione, recepita integralmente dalla legislazione europea, va in direzione di una «responsabilità allargata, basata sull’impegno e la partecipazione di una molteplicità di attori»[27]. Ciò che si lamenta è invece un «deficit di implementazione» che riguarda in particolare alcuni Paesi, tra cui l’Italia, che mostrano maggiori difficoltà e ritardi nel recepire le Direttive comunitarie in materia ambientale e nel tradurle in criteri di policy. Questo dato non solo rende più impervio il percorso del nostro Paese verso quelle forme di governance richieste dalle incertezze e dai rischi della seconda o tarda modernità, ma minaccia di compromettere le potenzialità di sviluppo e rinnovamento democratico presenti nella società del rischio.

Maria Antonietta Selvaggio

Ricercatore di Sociologia dell’ambiente

presso l’Università degli Studi di Salerno

E-mail: maselvag@unisa.it


[1] T. Pitch, La società della prevenzione, Roma, 2008, 182.

[2] A. Giddens, Le conseguenze della modernità (1990), Bologna, 1994.

[3] U. Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità (1986), Roma, 2000, 53-54.

[4] U. Beck, La società, cit., 54.

[5] Cfr. M. Horkheimer, L’eclisse della ragione. Critica della ragione strumentale, a cura di E. Vaccari Spagnol, Torino, 1969 e T.W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, a cura di L. Vinci, Torino, 1976.

[6] L. Pellizzoni, Rischio ambientale e modernità, in B. De Marchi, L. Pellizzoni, D. Ungaro, Il rischio ambientale, Bologna, 2001, 95.

[7] U. Beck, La società, cit., 48.

[8] U. Beck, La società, cit., 46.

[9] U. Beck, La società, cit., 48.

[10] Ibid. D’altra parte, Beck non trascura il fenomeno di «nuove disuguaglianze rispetto all’esposizione al rischio». A tal proposito l’esempio più drammaticamente emblematico sembra essere l’incidente di Bhopal in India (1984), che ben illustra le conseguenze del trasferimento delle produzioni più nocive nel terzo mondo. Ma anche l’uso incontrollato, anzi incoraggiato, di pesticidi e fertilizzanti nelle zone investite dalla “rivoluzione verde” va osservato criticamente. Se la lotta alla fame finisce per legittimare “danni collaterali” che nei paesi più avanzati dell’Occidente sarebbero inaccettabili, allo stesso tempo i rischi allontanati o rimossi ritornano puntualmente a colpire anche i paesi ricchi attraverso il riso, il tè, la frutta e tutti i prodotti che il commercio internazionale mette normalmente in circolazione.

[11] U. Beck, La società, cit., 53.

[12] U. Beck, La società, cit., 62.

[13] Ibid.

[14] Cfr. U. Beck, Ecological Politics in an Age of Risk, Cambridge, 1988.

[15] U. Beck, La società, cit., 64-65.

[16] Cfr. A. Gorz, Miserie del presente, ricchezza del possibile, Roma, 1998.

[17] P. Bevilacqua, Miseria dello sviluppo, Roma-Bari, 2008, 109.

[18] U. Beck, La società, cit., 65.

[19] Sul concetto di modernità riflessiva esiste un’ampia letteratura, ma conviene citare qui lo stesso Beck quando dice che la modernità riflessiva è quella che “si preoccupa delle sue conseguenze involontarie, dei suoi rischi e delle sue implicazioni a partire dalle sue fondamenta” (“Postfazione” , in La società, cit., 347).

[20] U. Beck, La società, cit., 94.

[21] U. Beck, La società, cit., 221.

[22] L. Pellizzoni, Rischio, cit., 112.

[23] U. Beck, La società, cit., 270.

[24] Ibid.

[25] U. Beck, La società, cit., 277.

[26] B. De Marchi, Le dimensioni del rischio, in B. De Marchi, L. Pellizzoni, D. Ungaro, Il rischio, cit., 84.

[27] Ead., Rischio e ambiente nell’Unione Europea, in B. De Marchi, L. Pellizzoni, D. Ungaro, Il rischio, cit., 187.