Autore Invitato

Rileggere i Maestri. Vincenzo Arangio-Ruiz

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Sono particolarmente grato* al preside Lucio De Giovanni ed al collega Mario Tedeschi per questo invito – che molto mi onora – ad essere qui stasera di nuovo nella Facoltà dalla quale sono uscito ormai da qualche mese ma dalla quale non mi sono certo allontanato, né credo riuscirò mai a farlo, giacché in essa sono nato, da essa moltissimo ho ricevuto e in essa ho avuto il privilegio di lavorare quasi ininterrottamente per oltre un cinquantennio. Cercando, per quel che mi è stato possibile, anche in momenti ardui della vita scientifica, politica ed accademica del nostro Paese, di corrispondere alle aspettative ed alle esigenze di conoscenza e di formazione scientifica e civile dei nostri studenti ed allievi e, soprattutto, al loro bisogno di trovare in noi più anziani la conferma certa delle ragioni di una dedizione reale alla ricerca scientifica ed all’insegnamento universitario, attività gratificanti e coinvolgenti seppur talora non prive di difficoltà ed amarezze.

La mia gratitudine è accresciuta dal tipo di iniziativa alla quale sono stato invitato a collaborare e che – come è stato detto ed è reso evidente dal programma/appunto intitolato ‘Rileggere i Maestri’ che Tedeschi ci ha inviato – unisce l’impegno per il presente ed il futuro al rispetto per il passato; la cura, l’addestramento e la formazione dei nostri allievi con la venerazione per i maestri dal cui insegnamento il nostro sapere ha tratto e trae alimento. E cerca di contribuire a tener vivo anche in tal modo, sapientemente, un dialogo vero tra generazioni. Un dialogo che sbricioli e logori il tessuto del tempo ed aiuti a stabilire almeno una delle condizioni necessarie perché, nella consapevolezza della sua storia, l’Università continui ad affermare il proprio ruolo di luogo vitale di elaborazione dell’alta cultura e di incessante trasmissione di saperi originali che continuamente si rinnovano.

Ulteriore, e non certo ultimo, motivo di gratitudine (ma anche di preoccupazione) per me è rappresentato dal dover svolgere questo intervento insieme con Raffaele Ajello e con due romanisti, miei colleghi maggiori, Casavola e Bove, dei quali tutti sono stato studente quando essi svolgevano la funzione (alta) di assistenti dei maestri dei quali stasera siamo chiamati tutti e quattro a parlare.

Franco Casavola è stato per anni, oltre che l’allievo prediletto, l’alter ego, prima ancora di diventarne il successore, del professor Francesco De Martino. Tra l’altro, sostituendolo spesso quando i suoi impegni parlamentari e politici lo trattenevano a Roma. Molti di noi qui presenti abbiamo imparato dalle sue lezioni pacate, dòtte ed appassionate, a leggere a fondo (e anche un po’ a comprendere) l’insegnamento di quel grande giurista e storico del diritto, che ha trovato compiutezza di espressione nella monumentale Storia della costituzione romana, che all’epoca in cui io, Scudiero, Mazziotti, Verde, Perlingieri ed altri eravamo studenti del primo anno, era ancora in fieri. Parlo dell’anno accademico 1954-55: un po’ sbalestrati per la mancanza di un orientamento sintetico, che per fortuna ci veniva dato, con diversa impostazione, nel corso di Istituzioni, ne studiammo allora il secondo bellissimo ma complesso volume sulla ‘Repubblica, sino alle riforme graccane’, appena uscito nella sua prima edizione.

Lucio Bove, prima di succedergli sulla cattedra di Pandette, ha collaborato per una vita con il professor Mario Lauria, studioso e docente fervido, schivo, difficilissimo, geniale, facendo spesso da tramite tra il suo ombroso e talvolta ingenuamente criptico insegnamento e la affascinata ma non sempre idonea attitudine di noi studenti a comprenderlo appieno.

Di Vincenzo Arangio-Ruiz, invece, del quale debbo qui delineare rapidamente la personalità, io non sono stato allievo. Neppure – come dire? – indiretto. Cioè neppure allievo di un suo allievo. Né l’ho conosciuto molto di persona.

Io sono allievo di un altro grande romanista nostro, più giovane dei tre di cui stasera ci occupiamo, Antonio Guarino, oggi lucidissimo ed operoso ultranovantacinquenne, al quale desidero rivolgere da quest’aula un saluto deferente, affettuoso e beneaugurante.

Guarino è stato allievo di Siro Solazzi e nei confronti del professor Arangio (così sempre rispettosamente ancora oggi lo chiama), cui è succeduto, seppur non immediatamente, sulla cattedra di Istituzioni di diritto romano e di cui è genero avendone sposato la figlia, la signora Marina, ha sempre nutrito e nutre, oltre che un’ammirazione ed un affetto sinceri, una devozione sconfinata che ha inculcato a tutti noi suoi allievi (Guizzi, Franciosi, di Lella, Melillo, Giuffrè, per citarne alcuni) sin dai primi momenti del nostro apprendistato. Ma ha sempre manifestato nei suoi confronti un atteggiamento, come dire, di pudica estraneità sul piano accademico, delle cui motivazioni, anche psicologiche, ha voluto dar conto qualche tempo fa in un gustoso ‘acervolo’ dei suoi Trucioli di bottega, argutamente intitolato Professore sui generis. Anche per questo le frequentazioni personali di noi ‘guariniani’ con il professore Arangio non furono mai molto fitte, anche se tutti, sin da quando abbiamo messo piede nell’Università, abbiamo respirato l’aria impregnata dal culto della sua straordinaria personalità di studioso e di insegnante, capace di trasformare (diceva Gigi Amirante) la più arida ed astratta delle scienze «in una fascinosa esperienza di vita vissuta». Anzi di vita «passionalmente rivissuta».

Quando mi sono iscritto all’Università (nel 1954) il professor Arangio insegnava ormai da anni alla Sapienza dove era stato chiamato su Istituzioni nel 1945 per poi succedere nel 1948 ad Emilio Albertario sulla cattedra di Diritto romano. Era nato nella nostra città nel 1884. Il 7 maggio (Toro, dunque: segno zodiacale che connota, pare, molti eminenti romanisti: Guarino, ad esempio, e Max Kaser).

Da giovanissimo visse a Modena, dove il padre, Gaetano, insegnava diritto costituzionale. Si iscrisse a quella Facoltà di Giurisprudenza dove seguì i corsi di Carlo Arnò e Filippo Serafini («esperto giurista e degnissima persona» ma «non precisamente un sollecito storiografo») per poi trasferirsi presso parenti qui a Napoli dove insegnava Pandette Carlo Fadda «maestro vero, che non pretendeva che gli allievi si forgiassero a sua stretta immagine e somiglianza, ma secondava … le particolari inclinazioni di ognuno, aiutandolo a ricercarsi la propria strada». Fadda (racconta Guarino) «apprezzò e favorì la sua inclinazione spiccatamente filologica, avviandolo allo studio allora inconsueto dei papiri giuridici. Ma non trascurò di far di lui, nel contempo un penetrante dogmatico e, più ancora, un sensibilissimo indagatore di casi pratici, l’incomparabile ricreatore, insomma, della vita vissuta del diritto del mondo romano di duemila anni fa».

Arangio si laureò nel 1904 discutendo una dissertazione sui papiri greco-egizi, poi pubblicata nel 1906 dalla nostra Facoltà, e nel 1907 (a 23 anni) ottenne il primo incarico di insegnamento nell’Università di Camerino, la cui Facoltà giuridica vantava già allora un’altissima tradizione romanistica. Vi erano passati Vittorio Scialoja, al quale Arangio-Ruiz restò sempre legato e che esercitò con Fadda grande influsso su di lui, Giuseppe Salvioli, Pietro Bonfante, Gino Segrè, Salvatore Riccobono, Salvatore Di Marzo; vi avrebbero poi insegnato Filippo Vassalli, Giovanni Rotondi, Emilio Albertario, Emilio Betti, Giuseppe Grosso, Cesare Sanfilippo, Riccardo Orestano e via dicendo.

E, forse, fu anche il peso di quella tradizione (che ha sempre intimorito, oltre che responsabilizzato, chi a Camerino ha avuto il privilegio di insegnare diritto romano), che giocò un brutto scherzo al giovanissimo Arangio, quando, secondo consuetudine, si accinse a tenere la sua prima lezione, in quella bomboniera austera che è la minuscola settecentesca aula Scialoja. Aveva scelto come argomento del corso di Pandette la materia delle servitù prediali. Scrisse anni dopo: «Mi presentai al mio uditorio di cinque studenti, tutti press’a poco della mia stessa età, armato sino ai denti di appunti e di libri ma mi sentii talmente intimidito che non osai aprire la mia borsa, né squadernare il Digesto e meno ancora soffermarmi nella discussione di un qualsivoglia punto controverso di modo che, al momento in cui il campanello mi avvertì che l’ora di lezione era finalmente trascorsa, io avevo svolto per intero il programma dell’anno».

Eppure, partendo da quella esperienza, che rievocava con ironia e nostalgia (ma che su chi, conoscendola, si accingeva a ripeterla nella stessa aula al primo piano del palazzo Ducale camerte, come capitò a me decenni dopo, era motivo non di preoccupazione, ma di spavento solo a fatica superato: tra l’altro, a Camerino, era consuetudine che, quasi a ripetere l’esame di libera docenza che ognuno di noi aveva sostenuto, alla prima lezione dei nuovi chiamati assistesse con gli studenti l’insieme curioso, e non sempre indulgente, dei professori e degli assistenti dell’intera Facoltà), egli divenne uno dei più brillanti didatti ed eleganti oratori che si ricordino.

Da Camerino Arangio-Ruiz passò all’Università di Perugia. Nella città umbra incontrò la futura moglie, Ester Mauri, da cui avrebbe avuto cinque figli, e strinse amicizia con Filippo Vassalli. Si trasferì poi a Cagliari, quindi a Messina (dove fu collega ed amico di Giovanni Rotondi) quindi ancora a Modena, imbarazzato collega del padre súbito dopo la grande guerra, durante la quale, da brillante ufficiale, ebbe modo di conoscere personalmente, mentre giocava a bocce – raccontava –, un serafico sergente del genio zappatori, Emilio Albertario. Nel 1921 fu chiamato dalla nostra Facoltà sulla cattedra di Istituzioni, di cui rimase titolare, come ho detto, sino a che si trasferì a Roma nel 1944. A Napoli in alcuni anni, insegnò anche, per incarico, Diritto romano, Storia del diritto romano, Diritto pubblico romano ed assunse pure, per un breve periodo, l’ufficio di preside.

Per un lungo arco di tempo (dal 1929) egli fu qui da noi in congedo in quanto, chiamato ad insegnare Diritto romano nell’Università del Cairo, volle sottrarsi, almeno parzialmente, al clima culturale e politico imposto dal regime andando in Egitto in una sorta di esilio volontario che durò sino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Fu il tempo, allora, per lui, dell’impegno politico clandestino, del Comitato di liberazione, e poi – alla caduta del Regime e nei giorni convulsi ed esaltanti che seguirono l’armistizio – dell’assunzione di gravi responsabilità di governo.

Riprese l’insegnamento in Egitto, non solo al Cairo ma anche nell’Università di Alessandria nel ’47 e lo continuò sino all’inizio dell’era nasseriana. Qualche testimonianza personale – oltre che del suo fascino intellettuale, delle sue grandi doti di conversatore e di insegnante e anche, debbo dire, della sua smagata e persistente ‘mulierosité’, su cui, del resto, lui stesso, anche anni dopo, civettava (scrivendo ad esempio, nel 1950, ad Amirante: «finalmente, non è vero?, caro Amirante, una cartolina mia. Sono ritornato ormai da quattro giorni, dopo la vita, intensa nell’insegnamento e fatiche annesse, ma per altro scioperatissima, dall’Egitto …») – riuscii ad ottenerla da suoi anziani studenti del Cairo e soprattutto di Alessandria quando negli anni ’80/’90, rinverdendo una tradizione che purtroppo ora si è di nuovo interrotta, anche per la mia incapacità attuale di fare tante cose, andammo per molti semestri Benedetto Conforti, Luigi Capogrossi Colognesi, Giovanni Grottanelli de’ Santi, Francesco Francioni, il povero Gianfranco Campobasso ed io a tenere dei corsi di dottorato in quella Facoltà di diritto nel cui Decanato faceva (e credo faccia ancor oggi) bella mostra di sé una foto giovanile in toga e fèz di Arangio-Ruiz a fianco di quelle di altri professori italiani che nel secolo scorso vi insegnarono formando allievi ormai divenuti anziani docenti o professionisti affermati ed influenzando non poco non solo lo sviluppo della scienza giuridica di quel Paese ma la stessa codificazione del diritto civile egiziano (Giovanni Pacchioni, Tullio Delogu, Emilio Betti, Rolando Quadri, Gino Gorla).

Dottore honoris causa delle Università di Atene, Lovanio, Aix-Marseille, Parigi, Strasburgo, Napoli, Arangio fu membro del Consiglio superiore della Pubblica Istruzione dal 1948, e dal 1951 al 54 ne fu nominato vicepresidente. Socio nazionale dell’Accademia dei Lincei dal 1947, ne fu il presidente dal 1952 al 1958 e ad interim negli ultimi mesi di vita dopo aver presieduto a lungo la Classe di scienze morali. Fu altresì presidente della Società italiana di storia del diritto dalla fondazione (nel 1961) fino al 1964 e presidente (sempre nel 1961) del Comitato internazionale premi della Fondazione Balzan. Diresse dal 1945 l’Archivio Giuridico e, dal 1959, il Bullettino dell’Istituto di diritto romano scegliendosi come condirettore de Francisci. Presiedette inoltre la Società italiana per il progresso delle scienze, la Società Dante Alighieri, l’Unione nazionale per la lotta contro l’analfabetismo, il Corpo nazionale giovani esploratori italiani, l’Association des universités d’Europe dalla fondazione al 1964.

Firmatario del manifesto Croce, fu presidente del Comitato di liberazione nazionale della città di Napoli, Ministro di Grazia e Giustizia nel 1944 (nel governo Badoglio), Ministro della Pubblica Istruzione nel secondo ministero Bonomi (1944-1945) e nel ministero Parri (1945). Membro della Consulta nazionale, partecipò alla campagna elettorale per la Costituente nelle file del partito liberale ma non venne eletto. Un nostro bravo allievo, Valerio Minale, sta lavorando alla pubblicazione del suo interessante epistolario con Benedetto Croce.

Notizie biobibliografiche sul Nostro, sintetiche, ma più dettagliate di queste che, per stare nei 20-25 minuti concessimi, posso qui dare, sono agevolmente reperibili. Innanzi tutto nella bella voce scritta nel 1988 per il Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani da Mario Talamanca, uno dei suoi allievi (gli altri sono stati: Francesca Bozza, Franco Bonifacio, Feliciano Serrao, Giuseppe Flore, Giuliana Foti Talamanca). E, naturalmente, in una miriade di saggi specialistici, tra cui basti citare, la Presentazione di Mario Lauria ai quattro volumi di Studi offerti da allievi e colleghi ad Arangio nel XLV anno del suo insegnamento, lo scritto Arangio vivo premesso da Guarino ai due tomi della Synteleia in cui furono accolti, oltre a molti studi di diritto romano, ricordi, testimonianze di allievi, colleghi, collaboratori anche sul suo importante impegno civile, di cui resta vivida documentazione negli Scritti politici, pubblicati in un volume riedito in occasione del centenario della nascita con una prefazione di Norberto Bobbio.

Alla bibliografia su Arangio or ora indicata sono da aggiungere molti altri contributi, qualcuno anche mio. Fra tutti spicca un recente saggio di Cosimo Cascione, intitolato Arangio-Ruiz, Grosso, De Martino: pagine costituzionali, pubblicato nel primo tomo (2006) del volume Tradizione romanistica e costituzione della collana ‘Cinquanta anni della Corte costituzionale della Repubblica italiana’ e, naturalmente, i molti necrologi e le numerose commemorazioni pubblicate in periodici di tutto il mondo. Ma torniamo a noi.

A Napoli Arangio era venuto anche e soprattutto per gli studenti. L’uditorio già a quei tempi numeroso – scriverà Antonio Guarino nel 1964 – «è tradizionalmente piuttosto difficile. Non si rassegna ad ascoltare le lezioni, ma le giudica di giudizio immediato. E, a dominarlo, la severità disciplinare non serve. Occorre comunicativa. È indispensabile una carica di simpatia umana, la sola che trasformi l’aula grande, strapiena, in una riunione silenziosa fremente … Ancor oggi, ormai fatti maturi, gli studenti di Arangio di allora rievocano volentieri quel suo modo conversativo di ragionare, il suo muoversi vivo sulla pedana della cattedra, l’efficacia degli esempi, la immediatezza plastica dei paralleli tra la vita privata romana e quella napoletana di ogni giorno, ma sopra tutto l’affascinante semplicità con cui proponeva, senza mai imporle, le sue idee all’uditorio, chiedendogli la collaborazione della sua critica, delle sue osservazioni … Era felice, e interessava e avvinceva, soprattutto nella esemplificazione dei rapporti e dei fatti giuridici, che basava su una sceneggiatura immediata, da commedia dell’arte, cui erano chiamati a partecipare gli astanti tutti, in veste di emancipanti, di coniugi, di mutuatari, di magistrati, di sacerdoti, di schiavi e, all’occorrenza, di cinghiali intrappolati nella rete o di animali quae collo dorsove domantur».

Nella produzione letteraria di Arangio – noterà con molto acume Mario Talamanca – «a parte la monografia del 1906, che era la pubblicazione della sua dissertazione di laurea, le opere in volume sono tutte connesse con la sua attività didattica, mentre più direttamente finalizzati alla ricerca rimangono soltanto i saggi al livello di un articolo, il che va, senz’altro, messo in relazione con le preferenze metodologiche dell’autore» e, aggiungo io, con la sua estrema vivacità e curiosità intellettuale. E con la pluralità dei suoi interessi scientifici, che spaziavano dalla papirologia ed epigrafia giuridica, al diritto pubblico romano; dalla storia delle istituzioni politiche antiche alla storia delle fonti, alla filologia giuridica, al diritto privato (su cui dettò corsi di grande importanza, ancor oggi studiati e discussi, come quello napoletano su La responsabilità contrattuale del 1927, poi in 2ª ed. nel 1933, ed i celebri tre romani su Il mandato in diritto romano del 1949, La società in diritto romano del 1950 e La compravendita in diritto romano degli anni 1952-54), al processo civile. Sulla sua particolare propensione per lo studio di quest’ultimo aspetto, particolarmente rilevante, dell’esperienza giuridica romana, molto ci sarebbe da dire e qualcosa ho detto ripubblicando in ‘Antiqua’, nel 1980, un rarissimo e poco noto Cours de droit romain dedicato a Les actions, dettato da Arangio ai suoi studenti egiziani immediatamente dopo la scoperta, cui egli stesso concorse, dell’importantissimo frammento del Gaio antinoita. Ma il tempo stasera è davvero tiranno.

Tutte le opere cui ho accennato (compresa l’ultima) sono state pubblicate dalla Jovene, la Casa editrice che ha avuto anche la fortuna di dare alle stampe le Istituzioni e la Storia, i due manuali arangiani, più o meno coevi, «eppur così diversi nell’impostazione», ancor oggi utilizzati in alcune Facoltà e su cui si sono formate migliaia e migliaia di studenti, non solo di Giurisprudenza (pubblicate per la prima volta in due volumi nel 1921-23, le Istituzioni sono giunte alla 14ª edizione nel 1960; la Storia, pubblicata nel 1937, è arrivata alla 7ª nel 1964, ma entrambe sono state poi in seguito più volte ristampate, oltre che tradotte in vari Paesi).

Non vi è, credo, nessuno, dei romanisti non solo, ma dei giuristi presenti e non in quest’aula, che non abbia letto, o almeno consultato, con profitto e con piacere (sì, con piacere) le Istituzioni di Arangio. In esse (e cito qui Lauria) «lo schema pandettistico si concreta nelle partizioni ed appare esteriormente nei capitoli, ma si affievolisce a falsariga evanescente nell’esposizione, che la sovrasta nella rappresentazione vivace del diritto arcaico di Roma e della sua evoluzione in quello imperiale e pagano, e poi nel cristiano. La sistemazione dommatica ottocentesca resta vago ricordo della generazione dei suoi maestri, Carlo Fadda e Vittorio Scialoja, omaggio di pietà, ma teoria lontana ed inconsistente, fuori del tempo e del mondo, estranea al suo spirito in cui pulsa una moltitudine vivente di istituti, di principi, di regole che evadono per ogni lato da quegli schemi convenzionali, li svelano irreali, li superano, si intrecciano come vegetazioni rigogliose, si collegano in una trama molteplice in cui risentono delle modificazioni rispettive, creature viventi nelle civiltà che si trasformano e che esse denotano …».

La predilezione (di Arangio) per il diritto romano si attua in ricostruzione perfetta della sua vita per ogni dove nell’impero, si universalizza a visione completa dell’oikumene di Elio Aristide, di Dione di Prusa, dell’orbis di Rutilio Numaziano. E lo percorre nella Storia, libera dalle pesanti tradizioni di schemi giuridici e di criteri storiografici sorpassati: i dubbi metodici, le ipotesi, si traducono in nuove intuizioni, in visioni accennate con pochi tocchi incisivi delle caratteristiche note, degli sviluppi trascurati della legislazione e della cultura politica e dottrinaria delle varie età. E le quaestiones nuovamente regolate nell’ordo augusteo e le tradizioni greche si fondano negli editti di Augusto ai Cyrenenses, che ci documentano anche il primo ordinamento del processo consolare senatorio, cardine politico e strumento di oppressioni imperiali.

Arangio-Ruiz – dice in sintesi Mario Lauria – «ignora gli indirizzi esclusivi perché vive nella storia e pensa con fede appassionata per conformazione spirituale che la storia è vita, la nostra vita. E la storia rende superflui, fastidiosi i ragionamenti, le giustificazioni, le spiegazioni, le dimostrazioni che essa è e vive. La storia … è estranea agli indirizzi astratti, alle sistemazioni provvisorie, come l’arte ai generi. La storia è una e infinita; le ricerche molteplici (di Arangio) la realizzano nella sua varietà».

Nel dicembre del 1942 «Napoli era sconvolta dai bombardamenti e molti si affrettavano a lasciarla per luoghi meno pericolosi. Arangio-Ruiz, nella casa che allora abitava in via Tasso, bellissima sì per il luogo ed il panorama, non certo più sicura di tutte le altre, attendeva serenamente alle ultime sue fatiche intorno ai Negotia». Con queste parole Francesco De Martino ricordava colui che, per quel che so, per la prima volta chiamava l’‘amato Maestro’, con una dizione forse oggi abusata, ma che nel caso appare (ed è) particolarmente ricca di significato per l’impiego che ne faceva l’uomo schivo da ampollosità e che, per di più, non era stato direttamente suo allievo. De Martino usava quell’espressione affettuosa e deferente pubblicando come Testamentum de negotiis una lettera del professore («nobile e commovente testimonianza delle virtú di uno scienziato», annotava), da lui ricevuta appunto al declinare del 1942. E lo faceva in quella Synteleia (contribuzione, associazione, corporazione, unione; ma anche: compimento, termine, fine), che venne così intitolata per segnalare «la singolare concordia di tanti e tanti studiosi delle più diverse discipline e delle più diverse nazioni con la sua luminosa figura di Nestore, o forse meglio di Ulisse, dei romanisti, dei papirologi, dei giuristi contemporanei».

Quella raccolta di scritti (che, appena tornato a Napoli dopo un non breve periodo di studio presso Kaser ad Amburgo, curai insieme con il mio venerato maestro Antonio Guarino) volevamo offrirla al professor Arangio-Ruiz tutti insieme, allievi colleghi amici «festanti e auguranti», il 7 maggio del 1964 «perché la sfogliasse, ne scorresse le pagine, ne apprezzasse la compatta, solidale, espressione di omaggio per quell’ottantesimo genetliaco che ci si augurava fosse soltanto una tappa, non l’ultima, di una vita nobilmente e intensamente vissuta». Non fu così.

Ricevuto a Napoli il 25 gennaio il dottorato honoris causa della nostra Facoltà («e la cerimonia lo affaticò molto anche se lo rese particolarmente felice»), il professor Arangio-Ruiz «tornò subito a Roma per partecipare ad una commissione di libera docenza i cui lavori si protrassero sino al 30. Il 31 era ai Lincei per una riunione di Classe. Passò il primo febbraio nel suo studio, esaminando un fascio di bozze della nuova edizione in preparazione dei Negotia. La sera scrisse sino a tarda ora tre o quattro cartelle di un indirizzo dedicato ad un collega spagnolo. Ma a letto non riuscì ad addormentarsi. Era agitato, sempre più agitato, febbrile …». Morì alle sei di quel pomeriggio. Fu Pietro de Francisci ad offrire alla signora Ester il 7 maggio, nel suo studio di corso Trieste 51, il libro che per lui avevamo preparato.

Luigi Labruna

Presidente Consiglio scientifico internazionale del Consorzio Interuniversitario ‘Gérard Boulvert’

E-mail: labruna@unina.it

Postilla. – Accurata bibliografia arangiana è nella Synteleia Vincenzo Arangio-Ruiz, a cura di A. Guarino, L. Labruna, I, Napoli, 1964, xix ss. Adde V. Arangio-Ruiz, Scritti di diritto romano, a cura di L. Labruna, B. Biondo, I. Buti, Napoli, 1974-1977; V. Arangio-Ruiz, Studi epigrafici e papirologici, a cura di L. Bove, Napoli, 1974, e la raccolta dei suoi Scritti politici con presentazione di N. Bobbio, Roma, 1985.

Su Vincenzo Arangio-Ruiz (e alcuni suoi allievi): G.G. Archi, In memoriam Vincenzo Arangio-Ruiz, in SDHI., XXX, 1964, 527 ss.; G. Broggini, Vincenzo Arangio-Ruiz, in ZSS., LXXXI, 1964, 503 ss.; C. Cascione, Arangio-Ruiz, Grosso, De Martino: pagine costituzionali, in Tradizione romanistica e Costituzione, I, Napoli, 2006, 227 ss.; M. David, In memoriam Vincenzo Arangio-Ruiz, in T. XXXII, 1964, 489 ss.; P. de Francisci, Vincenzo Arangio-Ruiz, in BIDR. LXVII, 1964, vii ss.; P. de Francisci, Vincenzo Arangio-Ruiz, Commemorazione presso l’Accademia nazionale dei Lincei, 10 aprile 1965 (Roma 1965); F. de Visscher, Vincenzo Arangio-Ruiz (1884-1964), in RIDA., XI, s. 3, 1964, xi ss.; S. Di Salvo, Per un elenco dei docenti di materie storico-giuridiche dal 1880 in poi. I. Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Camerino, in Index, I, 1970, 390 ss.; G. Grosso, Vincenzo Arangio-Ruiz, Commemorazione presso il Consiglio superiore della Pubblica Istruzione, 21 aprile 1964 (Roma 1964); A. Guarino, Arangio-Ruiz in politica, in Trucioli di bottega. Dodici acervoli, Napoli, 2005, 200 ss.; A. Guarino, Diritto romano e patafisica, in Trucioli di bottega, cit., 187 ss.; A. Guarino, Professore «sui generis», in Trucioli di bottega, cit., 129 ss.; A. Guarino, Vincenzo Arangio-Ruiz, in PDR., II, Napoli, 1993, 17 ss.; J. Iglesias, Arte del Derecho, Madrid, 1994, 123 ss.; J. Iglesias, Recuerdo y presencia de Arangio-Ruiz, in Synteleia V. Arangio-Ruiz, I, cit., 19 ss.; J. Iglesias Santos, Vincenzo Arangio-Ruiz (1884-1964), in Juristas universales, IV, Madrid-Barcelona, 2004, 114 ss.; A.C. Jemolo, Vincenzo Arangio-Ruiz. L’uomo, in AG., CLXVI, 1964, 5 ss.; H. Kupiszewski, Vincenzo Arangio-Ruiz, in Journal of juristic papyrology, XV, 1965, v ss.; L. Labruna, «... Comme au théâtre ...»: Arangio-Ruiz e il processo privato, ora in Maestri, amici, compagni di lavoro, Napoli, 2007, 26 ss.; L. Labruna, Due testamenti, ora in Maestri, amici, compagni di lavoro, cit., 363 ss.; L. Labruna, «Jus publicum - jus privatum». La prolusione di Franco Bonifacio a Napoli, ora in Maestri, amici, compagni di lavoro, cit., 8 ss.; L. Labruna, «Fare la storia degli uomini». Luigi Amirante e il diritto romano, ora in Maestri, amici, compagni di lavoro, cit., 99 ss.; L. Labruna, Storia della costituzione romana, tradizione romanistica e Corte costituzionale, in Tradizione romanistica e costituzione, I, cit., xv ss.; L. Labruna, «Da ich schaue der Sterne lichteren Schein». Vincula iuris per Mario Talamanca, ora in Maestri, amici, compagni di lavoro, cit., 251 ss.; L. Labruna, C. Cascione, Codici, codificare, codificazioni. Riflessioni a cinquant’anni dal Codice civile egiziano, in Matrici romanistiche del diritto attuale, Napoli, 1999, in part. 210 s.; M. Lauria, Presentazione, in Studi in onore di V. Arangio-Ruiz , I, Napoli, 1952, ix ss.; H. Lévy-Brühl, Vincenzo Arangio-Ruiz, in RHDFE., XLIII, s. 4, 1964, 189 s.; G.I. Luzzatto, Vincenzo Arangio-Ruiz, in Rivista trimestrale di diritto e procedura civile, XVII, 1964, 360 ss.; G. Pugliese, Vincenzo Arangio-Ruiz, in Iura, XV, 1964, 203 ss.; G. Pugliese, Vincenzo Arangio-Ruiz nel centenario della nascita, in BIDR., LXXXVI-LXXXVII, 1984, 1 ss.; M. Talamanca, Vincenzo Arangio-Ruiz (1884-1964): trent’anni dopo, in BIDR., XCVI- XCVII, 1993-1994, pubbl. 1997, ix ss.; M. Talamanca, s.v. «Arangio-Ruiz, Vincenzo», in DBI., XXXIV, Roma, 1988, 158 ss.; S. Torre, Per un elenco dei docenti di materie storico-giuridiche dal 1861 in poi. VII. Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli (dal 1989, Federico II), in Index, XXV, 1997, 779; E. Volterra, L’opera scientifica di Vincenzo Arangio-Ruiz, in AG., CLXX, 1965, 3 ss.; Voce anonima «Arangio-Ruiz, Vincenzo», in NNDI. I/2 , Torino, 1957, 823.

a cura di P. Santini

Ricercatrice di diritto romano

Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’]


* Traccia dell’intervento pronunciato il 26 gennaio 2010 nell’Aula Pessina della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli Federico II, in apertura del ciclo di lezioni, coordinato da Mario Tedeschi, intitolato ‘Rileggere i Maestri’. Nella stessa seduta Francesco Paolo Casavola e Lucio Bove sono intervenuti rispettivamente su Francesco De Martino e Mario Lauria; Raffaele Ajello ha ricordato Bruno Paradisi.